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Solo la tradizione salva la Chiesa da crisi identitarie, tempeste politiche ed eresie

(di Luca Galantini su “L’Occidentale” del 11/03/2012) Il relativismo è termine già inflazionato in quest’avvio di millennio. Nei contorcimenti della società politica occidentale, che ha perso oramai il primato di faro-guida culturale, politico, giuridico del mondo avviato nei marosi della globalizzazione, si coglie il disagio della ricerca di una piattafoma valoriale a cui ancorare la società civile.

Se per due millenni il felice esito dell’incontro in Europa tra culture romana e germanica, tra fedi religiose giudaica e cristiana ha prodotto un tessuto politico istituzionale che ha gestito i pilastri delle relazioni internazionali, oggi la frammentazione dei valori che Zygmun Baumann pone alla radice della “società liquida” induce ad un’angosciante incertezza il mondo occidentale.

Il punto di partenza del relativismo è la negazione di qualunque verità, cosicchè il dubbio insuperabile si insinua in ogni livello della conoscenza, compresi i concetti di diritto, di norma giuridica, di bene e di male: anche, e forse sopratutto di verità religiosa.

Non è casuale che il Papa Benedetto XVI, profondo conoscitore della storia, abbia paragonato la crisi politica del nostro tempo a quella che nel V secolo travolse il plurisecolare edifico politico di Roma.

E non appare esente da questa tempesta neppure la Chiesa cattolica, che risulta lacerata al proprio interno da forti contrapposizioni ermeneutiche sul modo di confrontarsi con le accelerazioni relativistiche della globalizzazione.

Basta rileggersi le parole di Paolo VI, di Giovanni Paolo II, dello stesso Benedetto XVI per coglier e la prova incontrovertibile di queste contraddizioni che attentano alla fedeltà al messaggio evangelico che Cristo ha consegnato agli uomini.

Come reagire in tempi di crisi?

Come mantenere la barra al centro nei marosi del relativismo culturale che nega qualsiasi verità, ponendo in discussione la stessa centralità della persona umana, attraverso la declinazione di deliranti “diritti” quali l’eutanasia, l’eugenetica, l’identità di genere, l’aborto?

Roberto de Mattei si pone queste domande ripercorrendo la storia della Chiesa attraverso due millenni di crisi identitarie, scismi, tempeste politiche ed eresie, nel libro “Apologia della Tradizione”, da poco pubblicato per i tipi di Lindau.

Il saggio segue al fortunato libro “Il Concilio Vaticano II.Una storia mai scritta”, che lo scorso anno ha riscosso un notevole successo editoriale e prevedibili – quanto piuttosto puerili e stantie – critiche in campo storiografico.

Roberto de Mattei, noto in campo storiografico per la sua coerente ed intransigente militanza secondo i dogmi dell’ortodossia cristiana, rivendica a sé, come cattolico e studioso, il diritto-dovere di analizzare criticamente, con acribia scientifica, gli eventi storici in cui si manifesta la vita della Chiesa; e tra questi eventi lo storico si concentra sul Concilio Vaticano II, pietra miliare, o dello scandalo – a seconda delle prospettive di lettura della communis opinio – o del confronto col relativismo della modernità.

La tesi di fondo che de Mattei elabora è la seguente: sempre la Chiesa, nel corso degli eventi drammatici dell’umanità, non si è sottratta al confronto elaborando chiavi di lettura, interpretazioni, modelli da seguire. Ma sempre e comunque assolutamennte certa che solo la fedeltà agli insegnamenti evangelici, alle parole del Cristo Redentore, le avrebbero permesso di condurre l’umanità – oltre la transeunte immanente esperienza nella storia – ai cieli dell’eternità.

Contro le prometeiche ricorrenti tentazioni della società secolarizzata la regula fidei della Chiesa è sempre stata, dice de Mattei, la fedeltà alla tradizione, ovveorsia alla lex credendi ed orandi, al sentimento unanime dell’esistenza del soprannaturale dei fedeli, ben oltre la transitorietà fattuale dei Concili, eventi che si articolano nella storia, e che come tali non supereranno mai il contenuto di verità di fede che solo la parola di Cristo ha.

Per quanto i Concili possano emanare dogmi, decreti e canoni, essi nascono e muoiono nella storia, e come tali si perpetuano solo se conformi alla Rivelazione del Cristo.

Una netta ricostruzione storica che dovrebbe mettere in guardia chi si sia cullato illusoriamente nelle certezze “dogmatiche” della palingenesi culturale attribuita al Concilio Vaticano II.