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L’Euro contro l’Europa

(di Davide Greco su Catholic net del 15-03-2012) E se una lettera scritta vent’anni fa avesse ragione? In fondo gli elementi erano già lì, a disposizione di tutti, bastava saper guardare nella direzione giusta. La maggior parte dei problemi che incontriamo oggi in Europa erano già stati descritti dal prof. Roberto De Mattei. Il suo nuovo libro, L’Euro contro l’Europa, uscito a febbraio per i tipi di Solfanelli, è diviso in tre parti, ma il concetto di fondo è uno: la disgregazione della sovranità nazionale a vantaggio di obiettivi più o meno precisati, controllati da lobby e poteri forti.  
I titoli dei capitoli sono eloquenti: I. Maastricht, un trattato contro l’Europa. Lettera ai Parlamentari Europei (dell’11 maggio 1992); II. L’abdicazione monetaria (del 1998); III. L’esproprio della sovranità nazionale. Uno dei punti di forza del libro è la capacità di svelare, chiaramente, quali sono stati i metodi per costruire una realtà politica che prima non esisteva. E questo all’insaputa di milioni di persone (che non hanno avuto accesso ai documenti diretti) e senza il loro consenso esplicito. È importante sottolinearlo, perché spesso si incontrano opinionisti pro o contro l’Europa, ma fra questi pochi hanno l’onestà scientifica di proporre dei dati, degli strumenti per capire come orientarsi.

Una questione di valori e di cose. C’è un centro di potere in Europa con cui abbiamo familiarizzato in questi anni. È la BCE, la Banca Centrale Europea. Non esiste da sempre, è stata ideata nel Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 e istituita il 1 giugno 1998. La BCE “ha assunto, di fatto, la guida della politica non solo monetaria, ma economica e sociale europea espropriando progressivamente gli Stati nazionali della loro sovranità in questo campo” [De Mattei, L’Euro contro l’Europa, p. 54].
La BCE, però, è un “organismo di carattere privato, con propria personalità giuridica, incaricato dell’attuazione della politica monetaria per i diciassette paesi dell’Unione Europea” [p.54]. Forse, col tempo, ci siamo abituati alle varie intromissioni dell’economia nella vita quotidiana, tanto da non notare la sottile ingerenza del valore del denaro in ogni aspetto sociale. Ma è bene sapere che colei che decide del nostro futuro è qualcosa che si può descrivere in questo modo: è un’istituzione privata (gestita da chi?), con sede a Francoforte, che ha ottenuto un incarico. Non è molto e non è consolante. Soprattutto perché la BCE chiede un enorme grado di fiducia da parte di chi viene a trovarsi sotto la sua giurisdizione.

E questa fiducia su cosa si basa? Su quali valori? Coerentemente con il capolavoro di George Simmel, La Filosofia del denaro (1900), il denominatore comune dell’Europa è diventata la moneta unica, grazie al Trattato di Maastricht dell’11 dicembre 1991. Non un’idea condivisa, non un valore, ma una cosa: il denaro.

Una semplice parola che cambia la vita di tutti. È stato chiaro sin da subito: la posta in palio non è mai stata solo una questione di banconote. “In particolare,” scrive De Mattei “secondo il Trattato, non sono i governi e i parlamenti, ma è la Commissione attraverso la Banca Centrale Europea, a stabilire gli indirizzi di massima per la politica economica dei singoli stati nazionali (Tit. II, art. 103.2)” [p. 16]. Secondo questo articolo, ogni Stato deve rinunciare alla sua sovranità economica, che però è anche una parte essenziale della sovranità politica.

Questo importante passaggio, in apparenza coerente ma che di fatto non lo è, viene risolto in una sola riga del Trattato, nell’elisione di una sola parola: “Al tit. II, art. G A I si precisa che “l’espressione ‘Comunità economica europea’ è sostituita dall’espressione ‘Comunità europea’. Qual è il senso di questa precisazione? Quello di sottolineare il progressivo passaggio da un’unione puramente economica ad un’unione innanzitutto politica; l’unificazione economica è un mezzo, quella politica il fine” [p.12].

In particolare sono due le fasi che vanno osservate con attenzione. La prima è il passaggio alla moneta unica, la seconda è l’unione fiscale. In pratica, tutte le tasse saranno imposte da un unico ente: la BCE. Anche qui, non un parlamento legittimamente votato dai suoi cittadini (potremo almeno decidere da chi farci tassare?), non un governo, ma un organismo privato. La seconda fase fu esplicitata dall’allora Commissario europeo Mario Monti, nel 1998.

Un’unità imposta dall’alto.
Questo processo di unificazione ne ricorda un altro a noi molto vicino, quello dell’Unità d’Italia. Alcuni storici del Risorgimento, come il prof. Massimo Viglione (Le due Italie), hanno posto l’accento sull’imposizione di un singolo gruppo di potere su tutta una popolazione. Con le ovvie conseguenze che possono portare e che vediamo ancora oggi nella spaccatura fra Nord e Sud. Altri, come il prof. Alberto Mario Banti (La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita), hanno insistito sull’invenzione dell’Italia e sulla costruzione ideologica e propagandistica del popolo italiano. Qualcosa di simile si sta ripetendo ora.

Unificazioni di questo tipo non funzionano, non durano o hanno bisogno di continui aggiornamenti, se non c’è qualcosa di più consistente a fare da legame. Il consenso deve essere profondo e non solo basato su una prassi economica, per quanto giustificata possa sembrare in quel momento storico. L’aspetto interessante è che, spesso, i valori su cui basarsi sono già a disposizione, sono già vicinissimi.

L’Europa è già una realtà, dice il prof. De Mattei, “una realtà che non viene “inventata” a Maastricht nel 1991” [p. 25]. “L’Europa è esista perché è esistita la Civiltà cristiana. La Cristianità univa un tempo l’Europa per mezzo di una stessa fede, di una stessa lingua, di un’unica visione del mondo. […] Questa visione del mondo univa […]

Oggi il culto della moneta, l’ideologia del consumo, non unisce, ma divide. Divide perché il mercato, svincolato da punti riferimento che lo trascendano, diviene puro luogo di concorrenza, di scontro di interessi, e quindi centro di conflitti” [pp. 45-46].
A fronte di sacrifici sempre più spesso richiesti, di nuove tassazioni, di stravolgimenti nel mondo del lavoro sarebbe necessario un consenso comune. Dico sarebbe, perché questo consenso in realtà non c’è.

E l’elemento che maggiormente illumina su questa mancanza è proprio la non chiarezza degli obiettivi europei. In Europa “manca quel consenso dell’opinione pubblica che agli uomini politici è necessario per governare. Il consenso manca perché l’Europa non unifica cittadini della stessa lingua, della stessa tradizione storica e culturale. L’Europa non è un’idea forte radicata nella coscienza dell’opinione pubblica. […] Non solo non esiste e non è mai esisti uno “Stato Europeo”, ma non esiste, propriamente parlando, né un popolo né una nazione europea. Lo Stato non è solo un soggetto giuridico, è prima di tutto un ente essenzialmente morale, fondato sulla convergenza di volontà verso un’unica meta” [pp. 42-43].

Il pretesto dell’urgenza e della necessità.
Come è stato possibile ottenere l’unificazione europea senza il consenso? Con un meccanismo antico e a presa rapida: quello della fretta, quello del “non c’è più tempo per riflettere, dobbiamo agire a fronte di un bisogno comune”. In pratica, con il pretesto dell’urgenza e della necessità. L’unificazione monetaria, per chi ben se lo ricorda, è stata presentata da tutti (dai media, dalla politica) non come una scelta, ma come una necessità.

La moneta unica avrebbe salvato l’Italia, si diceva. Lacrime e sangue per il bene della nazione. Quello che, ovviamente, non hanno precisato erano i costi politici ed economici di questa operazione. Sia quelli immediati, sia quelli futuri.
Ci sono due esempi importanti nel libro di De Mattei. Il primo è l’indagine di Robert Mundell, condotta negli anni ’60, quando si discusse dell’opportunità o meno dell’unificazione monetaria fra Stati Uniti e Canada.

In quel contesto emerse che “è ottimale per un gruppo di Paesi abolire il cambio e adottare la moneta unica allorché si verificano sostanzialmente alcune condizioni” [p.35]. I punti elencati sono 4 e hanno una parola ricorrente: flessibilità. Dei prezzi, dei mercati, dei salari, del lavoro. Solo in un sistema dinamico di questo tipo, altamente flessibile, l’unione di Stati può funzionare. Già, ma a spese di chi? Ormai l’abbiamo capito, siamo noi a dovercene fare carico.

Il secondo è il patto di stabilità, definizione che sentiamo sempre più spesso, in parte, ma solo in parte, neutralizzata dalle parole. Notare che flessibilità e stabilità sono esattamente due contrari. Notare che, mentre qualcosa può diventare flessibile (il capitale economico e umano) qualcos’altro deve rimanere stabile (il debito pubblico). Giusto o sbagliato che sia, il patto di stabilità può diventare un cappio, perché si pretende lo stesso rapporto tra deficit e Pil, anche in caso di spese strutturali. Che da un lato si possono definire “investimenti per la crescita” e dall’altro “spese e sprechi”.

Come fare a distinguerli se il parametro è solo uno? E soprattutto, quali sono le conseguenze? “Secondo il patto di stabilità raggiunto a Dublino lo scorso dicembre [1998], chi dopo l’ammissione, non rispetterà la soglia del 3% nel rapporto fra deficit e Pil, dovrà pagare multe esorbitanti, che nel caso dell’Italia, partirebbero da un livello minimo di 4000 miliardi di lire. È chiaro che gli squilibri danneggeranno soprattutto le economie più deboli” [p.40].

Il problema qui è grave, perché se non si investe non si cresce, ma se si investe c’è il pericolo che gli investimenti vadano contro il patto di stabilità.
In questo clima di complessità voluta, c’è un ulteriore parametro dai rischi non prevedibili. La perdita della sovranità economica e politica espone gli Stati ad una eterna debolezza. La debolezza può diventare emergenza, e a sua volta “conquista”. “I tecnocrati aspirano a guidare governi di emergenza, con leggi di emergenza, che spianano la strada alla dittatura giacobina, come accadde nella Rivoluzione Francese” [p. 58]. Per capire quanto è vero è sufficiente vedere il progresso della situazione italiana: dall’ottimismo berlusconiano si è passati alle nuove necessarie “lacrime e sangue” di Monti.

Il gioco dei gruppi di potere.
De Mattei sottolinea il gioco, neanche tanto nascosto ormai, della BCE. E per farlo parte da una lettera, inviata il 5 agosto 2011 a Berlusconi, da Mario Draghi e Jean Louis Trichet, “a nome del Consiglio direttivo della BCE”. In questa lettera si detta una “precisa agenda al governo italiano”. Un’agenda da seguire con regole “prese per decreto legge, seguite da ratifica parlamentare”, nel quale si auspica “una riforma costituzionale” che le renda più cogenti [p. 54-55].

In queste “misure essenziali” c’è in sostanza il programma di Monti.
1. Privatizzazioni su larga scala; 2. Riforma degli stipendi; 3. Riforma dei contratti di lavoro; 4. Modifica del sistema pensionistico; 5. Taglio dei costi del pubblico impiego.
Sono riforme che non fanno sorridere nessuno, vista la china che sta prendendo l’economia in generale. Vista la facilità e l’indifferenza con cui vengono cancellati posti di lavoro, diritti, pensioni.

Si può reagire? In questo momento la risposta sembra essere negativa. Non per niente adesso siamo governati dai “tecnici”. Oltretutto, il gioco è proprio questo: “Se gli Stati in difficoltà si allineano,” scrive De Mattei “la Banca Centrale li aiuta comprando i loro titoli di Stato e diminuendone in questo modo l’indebitamento. Se essi non obbediscono alle indicazioni ricevute, la BCE cessa di sostenerli finanziariamente riducendo l’acquisto degli stessi titoli di Stato. Ciò comporta un aumento del cosiddetto ‘spread’ […] La BCE, in una parola, pilota, e qualche volta provoca, le crisi politiche degli Stati nazionali” [p. 55-56].

Dietro c’è il Fondo Monetario Internazionale, l’Eurogruppo, le agenzie di rating, e gruppi come il Council on Foreign Relations o il Gruppo Bilderberg. Ma il tutto dà l’impressione di essere un meccanismo impazzito, senza una reale direzione. È questa la conseguenza della morte della metafisica, dell’etica, delle ragioni ultime dell’uomo. Senza i confini dei valori, ogni comportamento è lecito, ogni esistenza riducibile a puro strumento.

Il passaggio da valore a cosa è estensibile in modo rapido un po’ a tutto. Non bisogna illudersi che i destinatari siano sempre gli altri o meri concetti. È una semplificazione spaventosa, che può contaminare con parole e definizioni la vita di tutti. Può estendersi anche all’uomo. Anche l’uomo, tolti i valori, può diventare una cosa. Spremibile, sfruttabile, vendibile.
Siamo già a questo punto?

Davide Greco