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Il «facchino» della Provvidenza

(Roberto de Mattei, Radici Cristiane, 02 aprile 2017)

L’Italia ha dato i natali a Niccolò Machiavelli, ritenuto, a torto o a ragione, il padre della massima secondo cui «il fine giustifica i mezzi». Machiavelli è il prototipo dell’uomo moderno, che separa la fede dalla ragione e pratica le due verità, quella morale e quella profana, in un mondo segnato dal sigillo della dualità e dell’ipocrisia.

Nella terra di Machiavelli si è sviluppata però una concezione del mondo e una pratica della vita antitetica a quella dello scrittore fiorentino: è la spiritualità dell’abbandono alla Divina Provvidenza, che può essere considerata una “via italiana” alla santità, così come il machiavellismo può essere considerato il “peccato italiano” per eccellenza. L’uomo machiavellico è colui che adopera ogni mezzo, anche illecito, per raggiungere i propri fini di potere sugli altri uomini e sulle cose. L’uomo abbandonato alla Provvidenza è colui che si distacca da tutte le creature, uomini e cose, per seguire solo gli interessi e la volontà di Dio.

Il Principe  di Machiavelli vide la luce (1531) negli stessi anni in cui, in uno spirito di pieno affidamento alla Provvidenza, iniziava l’apostolato dei teatini, fondati da san Gaetano di Tiene (1524). Da allora, la devozione alla Provvidenza segna la spiritualità italiana, esprimendosi tra l’Ottocento e il Novecento, in grandi figure di santi come Benedetto Giuseppe Cottolengo, Luigi Guanella, Luigi Orione, Giovanni Calabria.

è su don Luigi Orione, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza, canonizzato da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004, che vogliamo soffermarci in particolare.

 

La teologia della Divina Provvidenza

Nacque nel 1872 a Pontecurone, nella campagna piemontese, da una famiglia povera ma religiosa, al cui interno maturò la sua vocazione sacerdotale. Decisivo fu il triennio trascorso a Torino presso l’oratorio salesiano, dove ebbe come confessore don Bosco e come prezioso consigliere don Michele Rua, anch’egli destinato alla santità.

Ordinato sacerdote nel 1895, profuse tutte le sue forze in un intenso apostolato, che può definirsi una teologia vissuta della Divina Provvidenza. Questa teologia è compendiata dalle ultime parole del Sermone della Montagna: «Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù» (Mt. 6, 33). Il Regno di Dio di cui parla il Vangelo inizia sulla terra come anticipazione e prefigurazione di quello celeste. L’apparizione del Verbo Incarnato segna, in questo senso, un’epoca nuova per l’umanità. Dopo l’Incarnazione, il grande fine della storia è l’instaurazione del regno di Gesù Cristo sulle anime e nella società.

L’11 febbraio 1903, presentando il piano dell’istituto da lui fondato a mons. Igino Bandi, vescovo di Tortona, don Orione scriveva: «L’opera della Divina Provvidenza, nei secoli avanti la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, era coordinata a disporre l’umanità a ricevere Gesù Cristo Redentore; e, dopo la venuta di Nostro Signore, nel corso dei secoli nei quali la Santa Chiesa milita sulla terra, l’opera della Divina Provvidenza consiste nell’instaurare omnia in Cristo: illuminare cioè e santificare le anime nella conoscenza e nella carità di Dio e instaurare successivamente tutte le istituzioni e tutte le cose, anche appartenenti alla società esterna degli uomini, in Nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso, facendole entrare nello spirito e nella vita del Cattolicesimo».

 

Per testimoni gli angeli custodi

«Instaurare omnia in Cristo» (Ef. 1, 10) era il motto paolino scelto da san Pio X come programma per il suo pontificato. Restaurare in Cristo, spiegava il Papa nella enciclica Il fermo proposito (1905), «non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa, ma anche ciò che da  quella divina missione spontaneamente deriva: la Civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono».

Questo programma “integrale” fu fatto proprio da don Orione, che ebbe con san Pio X una profonda unione di anima. Don Orione, scrisse don Giuseppe De Luca, fu l’uomo di Dio dei tempi di san Pio X, come don Bosco lo era stato nei tempi di Pio IX. In una famosa udienza del 19 aprile 1912, don Orione chiese al Papa di poter emettere i voti religiosi perpetui nelle sue mani. Il suo cuore traboccò di sorpresa e di gioia, quando Pio X lo invitò a professare subito i voti, senza i due testimoni previsti dalle norme canoniche. Il Papa, ricorda don Orione, «guardandomi dolcissimamente e con un sorriso celeste sulle labbra, mi disse: ‘Da testimoni faranno il mio e il tuo Angelo custode’». Don Orione emise, oltre ai voti, un esplicito e vero giuramento «di amore sino alla consumazione di me e di fedeltà eterna ai piedi e nelle mani del Vicario di Cristo».

Egli non venerava tuttavia la persona privata del Papa, ma l’istituzione divina da questi rappresentata. La devozione al Papato, intimamente legata a quella alla Provvidenza, costituisce una delle note distintive della spiritualità di don Orione, che volle introdurre nella sua congregazione, accanto ai tre voti classici di castità, povertà ed obbedienza, un quarto voto di speciale fedeltà al Papa, inteso come «la più completa adesione di mente e di cuore al Pontefice».

Lo “spirito di papalità” di don Orione, oltre che il suo profondo spirito di carità, spinse san Pio X a sceglierlo come suo vicario a Messina all’indomani del terribile terremoto che sconvolse le coste della Calabria e della Sicilia il 28 dicembre 1908. Don Orione assolse il suo compito con l’abnegazione che gli era propria, prodigandosi per le vittime del disastro, soprattutto gli orfani, ma non trascurando di informare la Santa Sede sulle manovre dei circoli massonici e modernisti ai danni della Chiesa.

 

Deus charitas est

Il carisma di don Orione fu la carità, che egli servì in Cristo specialmente negli umili, negli infermi, nei più poveri ed abbandonati, ma che non volle mai disgiungere dal servizio della verità.

Ricordando le parole di san Paolo, «Veritatem autem facientes in Charitate» (Ef. 4, 15), don Orione scrive a questo proposito: «Vivere la verità nella carità, operare cioè sempre secondo gli insegnamenti della fede, che contiene la verità rivelata, sotto l’impulso della carità, fedeli alla verità, ma in una volontà e spirito di santo amore, di carità. Anche quando ti alzerai paladino di rettitudine e della verità, segui l’ammaestramento dato da san Paolo ai cristiani di Efeso: Facere veritatem in charitate. E perché? Perché Deus charitas est».

Deus caritas est. Nella sua prima enciclica,così intitolata, Benedetto XVI ha ricordato il nome di san Luigi Orione, come uno dei grandi apostoli della carità nella storia della Chiesa.

Egli visse e si sacrificò per la carità, spiegando una attività straordinaria, da “facchino” o “straccio” della Provvidenza, come egli stesso si definì. «Noi, o cari miei figli, dobbiamo essere grandi lavoratori: i lavoratori dell’umiltà, della fede, della carità. Grandi lavoratori delle anime. Grandi lavoratori della Chiesa di Gesù Cristo nostro Dio e Salvatore. Ma che dico lavoratori? è troppo poco! Dobbiamo essere i facchini di Dio. Chi non vuole essere facchino della Provvidenza di Dio è un disertore della nostra bandiera!».

Le fatiche e la sofferenze abbreviarono la sua vita, che lo vide fondatore di istituti e case religiose, scrittore ed oratore, apostolo nel 1922 e dal 1934 al 1937 in America del Sud, tessitore di relazioni spirituali con le personalità più disparate della sua epoca: tutto senza mai perdere quella letizia d‘animo che ne rendeva irresistibile il fascino.

Nato all’indomani della presa di Roma, don Orione morì a Sanremo il 12 marzo 1940, alla vigilia di una guerra che travolse quella monarchia sabauda che aveva legato le sue fortune al Risorgimento antipapale. La sua salma passò venerata da folle in preghiera per la riviera ligure, il Piemonte e la Lombardia, per riposare definitivamente nel Santuario della Madonna della Guardia, dove il suo corpo, incorrotto, è meta oggi di incessanti pellegrinaggi.

 

«L’avvenire è di Cristo!»

La teologia della Divina Provvidenza che don Orione incarnò ha la sua espressione più alta nel Regno di Gesù e di Maria profetizzato da molti santi, ma annunciato dalla Madonna stessa a Fatima nel 1917. La Provvidenza è infatti l’atto eterno con cui Dio conduce, nel tempo storico, le creature verso questo fine.

San Luigi Orione lo annuncia con queste parole: «Una grande epoca sta per venire! Avremo novos coelos et novam terram. La società restaurata in Cristo ricomparirà più giovane, più brillante, ricomparirà rianimata, rinnovata e guidata dalla Chiesa. Il Cattolicesimo, pieno di divina verità, di carità, di giovinezza, di forza sovrannaturale, si leverà nel mondo, e si metterà alla testa del secolo rinascente, per condurlo all’onestà, alla fede, alla felicità, alla salvezza». «La Chiesa è viva!», ha affermato con forza papa Benedetto XVI nella sua prima Messa pontificale in San Pietro il 24 aprile 2005. «E la Chiesa è giovane – ha aggiunto. – Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro».

«L’avvenire è di Cristo! – esclamava a sua volta san Luigi Orione con parole che suonano oggi profetiche. – La barca di questo povero mondo fa acqua da tutte le parti: senza di Te va a fondo; vieni, o Signore, vieni! Risuscita in tutti i cuori, in tutte le famiglie: su tutte le piaghe della terra, o Cristo Gesù, risorgi e risorgi! Senti il grido angoscioso delle turbe che anelano a Te: vedi i popoli che vengono a Te, o Signore. A Te appartengono, sono la Tua conquista, o Gesù, mio Dio e mio Amore! Stendi, o Chiesa del Dio vivente, le tue grandi braccia, e avvolgi nella tua luce salvatrice le genti. O Chiesa veramente cattolica, Santa Madre Chiesa di Roma, unica vera Chiesa di Cristo, nata non a dividere, ma ad unificare in Cristo e a dar pace agli uomini! Mille volte ti benedico e mille volte ti amo! Bevi il mio amore e la mia vita, o Madre della mia Fede e della mia anima!».

Fonte: Radici Cristiane

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