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La critica al Novus Ordo Missae (1969-2019) in due libri recenti

Il professor Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e direttore di Corrispondenza Romana, ha recensito due libri recentemente usciti in Francia sul cinquantenario della promulgazione del Novus Ordo Missae. L’articolo è stato scritto per il sito americano Catholic Family News e lo pubblichiamo col permesso e con la traduzione del suo Autore.

Per approfondire l’argomento, vi invitiamo a visitare la nostra sezione dedicata alla Crisi liturgica.

Il 3 aprile 1969 è la data in cui cinquant’anni fa venne promulgato il Novus Ordo Missae, la nuova Messa di Paolo VI. L’abbé Claude Barthe, uno dei più acuti studiosi contemporanei dei problemi della Chiesa, ha recentemente pubblicato una sintesi storica non solo della riforma liturgica, ma anche dell’opposizione che essa incontrò (La Messe de Vatican II. Dossier historique, Via Romana, Versailles 2018, pp. 306). Il suo studio merita di essere letto accanto a un altro libro, anch’esso appena uscito, che raccoglie gli scritti dell’abbé Raymond Dulac (1903-1987), un indomito protagonista della resistenza cattolica alla nuova liturgia (Le droit de la messe romainePublications du Courrier de Rome, Versailles 2018, pp. 310).

Fin dal primo dopoguerra del Novecento si sviluppò in Europa un Movimento liturgico con l’intenzione di avviare un processo di “purificazione” della liturgia romana e di coinvolgere i fedeli in una “partecipazione attiva” al culto divino. Centri del movimento furono, in Belgio, l’abbazia di Mont-Cèsar, e poi quella di Chevetogne, dove spiccava la figura di Dom Lambert Beauduin; in Germania l’abbazia benedettina di Maria Laach; in Austria l’abbazia dei canonici regolari di Klosternbeurg; in Francia il Centro di Pastorale Liturgica (CPL), con la rivista La Maison-Dieu; in Italia la Rivista liturgica fondata da don Emanuele Caronti e, più tardi, le Ephemerides Liturgicae dirette da padre Annibale Bugnini. Questi centri costituivano “un gruppo di pressione ben organizzato” (p. 49), che esercitò una profonda influenza negli anni successivi. Gli “esperti” si incontravano frequentemente tra di loro in pubblico e in privato, discutendo temi come, la concelebrazione, gli altari rivolti al popolo, la soppressione dell’offertorio sacrificale e soprattutto l’introduzione delle lingue vernacolari. François Mauriac, su Le Figaro del 25 dicembre 1948, raccontava di avere assistito, alla vigilia di Natale, ad una Messa celebrata da un prete operaio, in lingua francese (tranne il canone), su una tavola di cucina ricoperta da una tovaglia bianca. Nel settembre del 1956 si tenne ad Assisi il “Primo congresso internazionale di liturgia” con la partecipazione di 30 esperti, 1400 preti e 80 vescovi o abati, per discutere “il rinnovamento liturgico sotto il pontificato di Pio XII”. Ma fu solo dopo la morte di papa Pacelli che il rinnovamento dalle parole passò ai fatti.

Il 25 gennaio 1959, solo tre mesi dopo la sua elezione, Giovanni XXIII annunziò l’indizione del Concilio Vaticano II. La preparazione del Concilio fu affidata a dieci commissioni, Quella liturgica era presieduta dal cardinale Gaetano Cicognani e aveva come segretario una figura di spicco del Movimento liturgico, il padre lazzarista Annibale Bugnini, un funzionario di Curia dotato di una grande capacità organizzativa e di lavoro. All’interno della commissione si aprì pero un forte contrasto tra le due tendenze che si sarebbero fronteggiate nel Concilio: quella progressista e quella conservatrice. Giovanni XIII, che in campo liturgico si distanziava dai progressisti, il 22 febbraio 1961 promulgò la costituzione apostolica Veterum sapientia, che costituiva una ferma e inaspettata risposta ai fautori dell’introduzione del volgare nella liturgia. In questo documento papa Roncalli sottolineava l’importanza dell’uso del latino, “lingua viva della Chiesa” e raccomandava che gli aspiranti al sacerdozio, prima di intraprendere gli studi ecclesiastici, fossero “istruiti nella lingua latina con somma cura e con metodo razionale da maestri, assai esperti, per un conveniente periodo di tempo” (n. 3).

Quello stesso giorno il Papa nominò presidente della commissione preparatoria il cardinale Arcadio M. Larraona in sostituzione del cardinale Cicognani, morto il 5 febbraio. Se la scelta di Larraona, un eminente canonista spagnolo di orientamento conservatore, era significativa, ancor più eloquente fu, nell’ottobre 1962, alla vigilia dell’apertura del Concilio, la sostituzione, come segretario della Commissione dello stesso Bugnini con il padre Ferdinando Antonelli. Giovanni XXIII non riuscì però a far fronte al movimento liturgico, accuratamente organizzato. Quando si aprì il Vaticano II, tutti gli schemi preparatori furono accantonati, tranne quello De Liturgia, frutto del lavoro dell’unica commissione dominata dai progressisti.

L’abbé Barthe segue il dibattito liturgico conciliare fino al suo esito: la promulgazione, il 3 dicembre 1963, della costituzione Sacrosanctum Concilium, il primo testo adottato dall’assemblea, con cui, i Padri conciliari accettarono che la liturgia romana fosse “riorganizzata e ripensata” (p. 94). Solo un mese dopo la promulgazione di questo documento, cominciava la sua applicazione nella pratica. Paolo VI, che il 21 giugno 1963 era succeduto a Giovanni XXIII, aveva una tendenza ben diversa dal suo predecessore. Creò il Consilium ad exsequendam Costitutionem de sacra Liturgia, che l’abbé Barthe definisce una vera e propria “assemblea costituente” sulla liturgia (pp. 95-98) e, alla testa del nuovo organismo pose due prelati progressisti: come presidente il cardinale Giacomo Lercaro e come segretario padre Annibale Bugnini, recuperato dalla quarantena in cui l’aveva posto Giovanni XXIII. Paolo VI affidò al Consilium l’incarico della revisione dei libri liturgici (messale, breviario, rituale, pontificale) e l’attuazione di riforme che riguardassero la più attiva partecipazione dei fedeli, come l’uso delle lingue nazionali. L’articolo 54 della costituzione Sacrosanctum Concilium, combinato con l’articolo 40, relativo al ruolo delle conferenze episcopali, aveva infatti affidato a queste ultime la possibilità di introdurre la lingua volgare nella celebrazione della Messa.

La prima fase della riforma si svolse tra il 1964 e il 1968 ed ebbe il suo coronamento nella costituzione Missale romanum promulgata da Paolo VI nel Concistoro del 28 aprile 1969. Una delle parti più penetranti del libro dell’abbé Barthe è dedicata a un’analisi teologica del nuovo Messale, che si rivela come una forma rituale informe e polivalente (pp. 137-193). Infatti, “in un contesto generale di relativizzazione della regola dogmatica, che fu quello in cui si svolse la grande mutazione ecclesiale del Vaticano II, questo carattere nettamente più informale del culto ha contribuito a indebolire il suo carattere di veicolo della professione di fede” (p. 153).

Negli ultimi quattro capitoli del suo libro il teologo francese segue la battaglia del latino, tra il 1964 e il 1969 e, quella sul Novus Ordo negli anni successivi. Fin dal 1965, anno in cui fu introdotto il Volgare nella liturgia, si manifestò una forte opposizione alla riforma liturgica, con la fondazione dell’Associazione internazionale Una voce per la salvaguardia della liturgia latino-gregoriana. In Inghilterra, in Francia, in Italia, in Germania, si organizzarono proteste di intellettuali, di artisti, di musicisti. All’inizio di febbraio 1965, il libro di Michel de Saint-Pierre Les nouveaux prêtres, ottenne un successo strepitoso. Lo scrittore francese fondò quindi il movimento Credo. In Inghilterra Evelyn Waugh fu uno dei fondatori della Latin Mass Society; in Italia lo scrittore Tito Casini fece scalpore nel 1967 con La Tunica stracciata, un esplicito riferimento alla tunica di Cristo, lacerata dagli scismi e dalle eresie del post-Concilio.

Dopo la promulgazione del Novus Ordo, la questione non era più soltanto di difendere lingua e canto, ma il patrimonio teologico che la Messa tradizionale rappresentava. Nei mesi di aprile e maggio 1969, un gruppo di qualificati teologi redasse una rigorosa critica alla nuova liturgia, sotto il titolo di Breve esame critico del Novus ordo Missae. In ottobre il testo fu indirizzato a Paolo VI con una lettera di accompagnamento dei cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci. In questa lettera si affermava che “il Novus Ordo Missae (…) rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i ‘canoni’ del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del mistero”.

L’abbè Barthe segue con precisione storica il “gran rifiuto” della nuova Messa di Paolo VI, svolto da molti membri del clero e del laicato, a partire dal Breve Esame critico dei cardinali Ottaviani e Bacci. In questa “nebulosa di opposizione” ricorda in Francia l’abbé Georges de Nantes, con la sua Contre-Rèforme catholique, e Jean Madiran, direttore della rivista Itinéraires; in Brasile Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira; in Italia Romano Amerio. A questi intellettuali bisogna aggiungere naturalmente i sacerdoti che condussero l’opposizione “sul campo”, creando una rete di messe tradizionali, dalle abbazie di Fontgambault e del Barroux alla Fraternità San Pio X, fondata da mons. Marcel Lefebvre, che legò l’opposizione alla riforma liturgica con quella al Concilio Vaticano II. La spettacolare occupazione della chiesa di Saint-Nicolas-du Chardonnet a Parigi da parte di mons. Ducaud-Bourget e dei suoi fedeli, la domenica 26 febbraio 1976, fu un avvenimento di cui giustamente l’abbé Barthe sottolinea l’importanza. Se il ministro dell’Interno di Giscard d’EstaingMichel Poniatowski, ritenne di non intervenire, significava che l’elettorato cattolico era largamente favorevole a lasciar vivere ed esprimersi la tendenza tradizionalista.

Il Novus Ordo di Paolo VI era stato promulgato per sostituire l’antico, ma il 7 luglio 2007 il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, stabiliva che la Messa detta di Paolo VI non era mai stata abrogata. Da allora l’uso del Messale tridentino è divenuto, non più una concessione, ma il diritto di ogni sacerdote e, nello spazio di più di 10 anni, i luoghi di culto tradizionale sono raddoppiati nel mondo, così come è proporzionalmente cresciuto il numero dei fedeli che frequentano le messe tradizionali. Il Motu proprio di Benedetto XVI ha prodotto inoltre una fioritura di opere di liturgisti, teologi, storici del culto di orientamento “ratzingeriano”. Nella coesistenza che di fatto si è creata tra i due riti, il Rito romano antico, anche se minoritario, appare capace di un’attrazione di cui la Messa di Paolo VI è priva. Il pontificato di papa Francesco, che l’abbé Barthe considera come il compimento del Vaticano II, non è riuscito a segnare un’inversione di tendenza a favore della nuova liturgia. Le ultime pagine del suo libro sono dedicate alla “infruttuosa ricerca di una terza via” (pp. 261-269) e all’”impossibile restaurazione” (pp. 273-288), ovvero al fallimento della cosiddetta “ermeneutica della continuità”, incapace di arrestare la disintegrazione teologica e liturgica dei nostri tempi.

La lettura dello studio dell’abbé Barthe, preceduto da un’ampia prefazione dell’abbé Grégoire Celier, offre un’ulteriore conferma a chi è convinto che la strada da seguire è quella che già ci indicavano con chiarezza i “resistenti” degli anni Settanta del Novecento. Tra questi va annoverato l’abbé Raymond Dulac, uno dei migliori frutti della scuola teologica romana del XX secolo. Nato a Sète, in Francia, nel 1903, l’abbé Dulac fu allievo al Seminario francese di Roma, diretto dal padre Henri Le Floch, negli anni in cui vi studiava mons. Marcel Lefebvre. Fu ordinato sacerdote nel 1926 e ottenne il dottorato in filosofia e teologia e la licenza in diritto canonico. Durante il Concilio Vaticano II, assieme all’abbé Victor Berto, un altro suo compagno di studi al Seminario francese, svolse un’opera di preziosa consulenza teologica al gruppo di Padri conciliari che si opponevano al progressismo, soprattutto quando fu affrontato il tema della collegialità. Fu uno dei fondatori della rivista La Pensée catholique e, successivamente, brillante collaboratore delle riviste Courrier de Rome e Itinéraires. Passò i suoi ultimi anni di vita assistendo le religiose del Carmelo di Draguignan, dove morì il 18 gennaio 1987. I suoi funerali furono celebrati dall’abbé Paul Aulagnier, allora superiore del Distretto di Francia della Fraternità San Pio X.

Fin dal 1967 l’abbé Dulac si pose il problema della legittimità di una resistenza al’”aggiornamento”liturgico avviato da Paolo VI dopo il Vaticano II. L’abbé Dulac considerò non una riforma, ma una “rivoluzione”, il nuovo Ordo Missae e nel luglio del 1969 espresse un rifiuto assoluto della nuova messa, basandosi sul diritto canonico e sulla teologia morale. “Noi — scrisse — abbiamo semplicemente scelto di rifiutare senza contestare, di resistere senza disobbedire, di sottrarci a un comando per sottometterci a un obbligo superiore. Tutto questo senza ‘libero esame’, ma secondo delle regole oggettive e delle pratiche che si trovano nei manuali più classici e (ciò che vale di più) nella vita dei santi” (pp. 114-115).

Il 25 settembre 1969 il sacerdote francese spiegava sul Courrier de Rome che la Messa di Paolo VI è “polivalente”: essa può essere accetta sia da un cattolico che da un protestante, da chi crede alla presenza reale e da chi la nega. Il 5 gennaio 1970 proponeva un’analisi dell’“autodemolizione della Messa” con un’importante “Consultazione canonica sul valore obbligatorio del nuovo Ordo Missae destinata a divenire, fino ad oggi, un punto di riferimento per chi segue la Tradizione. In questo studio l’abbé Dulac ribadisce che, considerandola anche solo nella sua forma canonica, la costituzione di Paolo VI non obbliga nessun sacerdote a celebrare la nuova Messa e nessun fedele ad assistervi. In un nuovo articolo del 25 gennaio spiega: “Non abbiamo mai detto, non diremo mai, biasimiamo con tutte le nostre forze che si dica, che il nuovo Ordo Missae di Paolo VI è eretico — con ciò che questa precisa e terribile qualifica esige come rigorose condizioni di ordine dogmatico e di ordine morale. Ma abbiamo detto e continueremo a dire: quest’Ordo è equivoco fino alla ‘polivalenza’ con ciò che questi due aggettivi comportano sia di indeterminato che di pericoloso nella pratica”.

Il 10 settembre 1970, l’abbé Dulac precisava: “Non abbiamo mai detto che la nuova Messa sia eretica. Purtroppo essa è, si potrebbe dire, ancora peggio. È equivoca, è flessibile in diversi sensi. Flessibile a volontà. La volontà individuale diventa così la regola e la misura delle cose. L’eresia formale e chiara agisce come un colpo di pugnale. L’equivoco agisce come un veleno lento. L’eresia attacca un preciso articolo del dogma. L’equivoco, lede lo stesso habitus della fede e vulnera così tutti i dogmi. Si diventa formalmente eretici solo volendolo. L’equivoco può invece demolire la fede di un uomo a sua insaputa. L’eresia afferma quello che il dogma nega o nega ciò che esso afferma. L’equivoco distrugge la fede altrettanto radicalmente, astenendosi solo dall’affermare e dal negare; facendo della certezza rivelata una libera opinione” (p. 252). Il peccato originale del nuovo rito è quello di “aver voluto fabbricare una ‘messa’ passe-partout, che può essere celebrata sia un cattolico che da un protestante” (p. 256).

Nell’aprile del 1972 l’abbé Dulac pubblica sulla rivista Itinéraires la sintesi dei suoi lavori sotto il titolo La Bolla di san Pio V di promulgazione del Messale romano restaurato. Il canonista francese svolge una minuziosa analisi della bolla di san Pio V e del Novus ordo di Paolo VI, ribadendo ancora una volta che il Messale tridentino non è mai stato giuridicamente abrogato e può essere lecitamente celebrato da ogni sacerdote. Nei suoi Consigli per una resistenza rispettosa scrive: “Prima regola. Anche facendo astrazione del suo contenuto dottrinale e considerando solo gli aspetti giuridici della sua pubblicazione, il Messale di Paolo VI non può essere affermato come obbligatorio, di un obbligo strettamente giuridico. (…) Seconda regola. La bolla Quo primum tempore di san Pio V non è abrogata nella sua totalità dalla costituzione di Paolo VI Missale romanum del 3 aprile 1969” (pp. 288-289).

Qualche anno dopo, lo scrittore italiano Tito Casini si sarebbe richiamato esplicitamente all’abbé Dulac, scrivendo: “…la nuova messa è non eretica ma è forse peggio, è equivoca e flessibile”, perché “la nebbia è, per chi viaggia, più pericolosa del buio…” (Il Fumo di Satana: verso l’ultimo scontro, Ed. Il Carro di San Giovanni, Firenze 1976, p, 140).

Le pagine dell’abbé Dulac sono di straordinaria attualità. Esse dimostrano come la radice dei mali che affliggono la Chiesa risale almeno agli anni Sessanta del Novecento, gli anni del Concilio e del post-Concilio. Paolo VI, nel suo discorso al Seminario lombardo del 7 dicembre 1968, usò l’inedita espressione di “autodemolizione della Chiesa”. Di fronte a questo processo di auto-demolizione numerosi cattolici, tra il clero e il laicato, si levarono in piedi per difendere la Fede della Chiesa. L’abbé Raymond Dulac fu uno di questi. L’”ermeneutica della continuità” oggi di moda non ha la chiarezza e il vigore intellettuale delle tesi dei difensori della Tradizione come l’abbé Dulac, le cui pagine meritano di essere lette e meditate non solo per onorarne la memoria, ma per nutrire la resistenza cattolica di oggi, che è figlia di quella di ieri, e che combatte il medesimo nemico.

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