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L’Istituto Giovanni Paolo II è caduto. Ma con onore?

(Roberto de Mattei, Corrispondenzaromana.it, 07 agosto 2019)

Nella battaglia epocale in corso all’interno della Chiesa, un torrione è caduto: l’istituto Giovanni Paolo II. Per situare l’evento nel suo contesto è utile l’articolo di George Weigel, dal significativo titolo I vandali saccheggiano Roma…di nuovo). Secondo Weigel, dopo il Concilio Vaticano II si aprì una «guerra di successione» tra «due gruppi di teologi riformisti precedentemente alleati», che si riconoscevano in due riviste, Conciliume Communio: ultraprogressista la prima, moderata la seconda. La posta in gioco era la battaglia per «il controllo delle facoltà nei dipartimenti di teologia di tutto il mondo».

L’elezione di Giovanni Paolo II, che nominò Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, segnò la prevalenza dei moderati sugli estremisti. Questi ultimi, a partire dal 1978, si sono trovati «ai margini del grande gioco della politica ecclesiastica – anche se hanno continuato a mantenere una presa ferrea sulla maggior parte degli incarichi nelle facoltà teologiche e su molte pubblicazioni teologiche». Giovanni Paolo II – spiega lo scrittore americano – non epurò le università ecclesiastiche dai docenti progressisti, ma piuttosto promosse la fondazione di nuovi istituti come l’Ateneo di Santa Croce dell’Opus Dei (e, aggiungiamo noi, il Regina Apostolorum dei Legionari di Cristo). Papa Wojtyla era infatti «tranquillamente fiducioso che la moneta buona – la buona teologia – avrebbe finito per scacciare la cattiva moneta etica». L’Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia fu lo «strumento-chiave» di questa operazione culturale, soprattutto per approfondire la ricezione da parte di tutta la Chiesa dell’enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor (1993). I progressisti, che Weigel definisce uomini «testardi» e «spietati», hanno atteso il momento per regolare i conti. L’occasione è venuta nelle ultime settimane, quando il nuovo Istituto Giovanni Paolo II, di cui è Gran Cancelliere l’arcivescovo Vincenzo Paglia, ha condotto un’epurazione «di stile stalinista» contro l’eredità teologica e pastorale di Giovanni Paolo II. Il caso più clamoroso è stato la soppressione, dopo 38 anni di vita, della cattedra di Morale fondamentale, occupata da mons. Livio Melina. La conclusione, che è anche l’incipit dell’articolo di Weigel, è che «un esercizio di crudo vandalismo intellettuale è in corso a Roma dal 23 luglio: quello che era originariamente noto come il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per il matrimonio e la famiglia è stato perentoriamente ma sistematicamente privato dei suoi professori più illustri, e i suoi corsi centrali di teologia morale sono stati cancellati».

Nella ricostruzione dell’amico George Weigel c’è però un vuoto che proviamo a colmare. Innanzitutto va ricordato che ai ventisette anni di pontificato di Giovanni Paolo II sono seguiti gli otto anni di governo della Chiesa da parte di Benedetto XVI. In tutto trentacinque anni di predominio ecclesiastico dei moderati. Come è potuto accadere che, malgrado questo lungo periodo di prevalenza riformista, i giacobini abbiano potuto prendere il potere, esercitando oggi una spietata repressione contro i loro avversari? Sorge il dubbio che ciò sia dovuto a causa della intrinseca debolezza del fronte moderato. Debolezza dottrinale, in quanto fondata sul tentativo di giustificare ad ogni costo un evento, quale il Concilio Vaticano II, che ha pesanti responsabilità, a cominciare dalla mancata condanna del comunismo, in un momento storico in cui questo costituiva la più grave minaccia per la Chiesa e per l’Occidente. Debolezza strategica, perché chi è convinto di difendere la verità non può tollerare che nelle università e nei seminari ecclesiastici si continui ad insegnare per decenni l’errore, come è accaduto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. La strategia di promuovere la verità, evitando di condannare l’errore non paga. I fatti non hanno confermato questa strategia, ma hanno avvalorato la legge di Thomas Gresham (1519-1579), secondo cui è la moneta cattiva che caccia quella buona (bad money drives out good), e non viceversa.

La rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013, è stata del resto la dichiarazione dell’avvenuto fallimento di questa strategia. L’ermeneutica della continuità si è rivelata incapace a contrastare il giacobinismo ecclesiastico, che non è una linea interpretativa di documenti teologici, ma un progetto di conquista del potere attraverso gli uomini e i fatti. L’elezione di papa Francesco è stata l’inevitabile conseguenza del fallimento storico del riformismo moderato. Jorge Mario Bergoglio oppone il suo “magistero vivente” della Chiesa, a chi si richiama al “magistero vivente” del Vaticano II. Se un Concilio della Chiesa ha sempre ragione, come dare torto a un Papa che si presenta come l’incarnazione di quell’evento? Papa Francesco, da parte sua, come tutti i giacobini, detesta più di ogni altra cosa la ambiguità e le contraddizioni dei moderati, mentre rispetta e teme la coerenza dei contro-rivoluzionari. E se oggi l’Istituto Giovanni Paolo II viene saccheggiato dai vandali è proprio perché non ha resistito apertamente a papa Francesco, quando era il momento.

L’esortazione Amoris laetitia del 19 marzo 2016 aveva il chiaro obiettivo di distruggere la Veritatis splendor e l’insegnamento morale di Giovanni Paolo II, per sostituirlo con un nuovo paradigma morale. I docenti dell’Istituto Giovanni Paolo II, in nome della Veritatis splendor, e della loro stessa storia personale, avrebbero dovuto ergersi come un sol uomo contro questo attentato alla morale cattolica, soprattutto dopo il rifiuto di papa Francesco di ricevere in udienza i cardinali autori dei dubia e dopo il rescritto del 5 luglio 2017, secondo cui l’interpretazione autentica del documento pontificio era quella data dei vescovi argentini. L’intenzione di papa Francesco era, ed è, a tutti chiara. Nessuno dei teologi dell’Istituto ha però sottoscritto la Correctio filialis de haeresibus propagati del 24 settembre 2017, né ha prodotto alcun documento in cui la Amoris laetitia sia stata sottoposta a severa critica.

Il 3 agosto, in un’intervista su La Verità, mons. Livio Melina si è presentato come vittima di un’ingiusta epurazione, affermando di esser stato colpito per aver voluto interpretare l’Esortazione Amoris laetitia alla luce del Magistero della Chiesa. Il problema è che la Amoris laetitia non può essere interpretata alla luce del Magistero perenne, perché propone un nuovo paradigma morale, inconciliabile con la Veritatis splendor. Papa Francesco ne è convinto, e noi con lui. Forse anche mons. Melina ne è convinto, ma non lo ha mai detto pubblicamente. Questo silenzio non ha evitato la sua decapitazione. Perché stupirsene? La storia della Rivoluzione francese non insegna qualcosa?

La battaglia esige oggi uomini che lottino con chiarezza pro o contro la Tradizione della Chiesa. Ma se accade che un Papa si schieri contro la Tradizione, noi dobbiamo rispettosamente prendere le distanze da questo, rimanendo fermi dentro la Chiesa, da cui lui, non noi, sembra voler separarsi. Un valente teologo come mons. Melina ha tutti gli strumenti intellettuali per comprendere come sia possibile resistere agli errori dottrinali e pastorali di un Papa senza mai venir meno all’amore e alla devozione che dobbiamo riservare alla Cattedra di Pietro. L’ora del minimalismo è passata. È giunto il momento in cui la Verità e l’errore debbono guardarsi in faccia, senza compromessi. Questa è l’unica possibilità che ha la Verità di vincere. Abbiamo bisogno di uomini che combattono, e se è necessario cadano, ma con onore. 

Fonte: Corrispondenzaromana.it

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