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Fake news? No, verità storica

(Roberto de Mattei, Corrispondenzaromana.it, 15 luglio 2020)

Sul suo blog Settimo Cielo del 13 luglio, il vaticanista Sandro Magister ha pesantemente criticato i vescovi Carlo Maria Viganò e Athanasius Schneider, lanciando loro l’accusa di diffondere “fake news”.

Il termine “fake news” è riferito anche alla tesi di mons. Schneider, secondo cui, nella sua storia, la Chiesa ha corretto errori dottrinali commessi in precedenti concili ecumenici, senza con ciò “minare le fondamenta della fede cattolica”. Magister accusa Schneider di incompetenza storica, citando, a riprova, un breve intervento del cardinale Walter Brandmüller sul Concilio di Costanza, che in realtà nulla smentisce di quanto affermato da mons. Schneider.

I fatti sono questi. Il 6 aprile 1415 il Concilio di Costanza emanò il decreto conosciuto come Haec Sancta (testo dell’Haec Sancta in Mansi, XXIX, coll. 21-22), in cui si affermava solennemente che il Concilio, assistito dallo Spirito Santo, riceveva il suo potere direttamente da Dio: pertanto ogni cristiano, compreso il Papa, era tenuto ad obbedirgli. Haec Sancta è un documento rivoluzionario che ha sollevato molte questioni perché fu prima interpretato in continuità con la Tradizione e, successivamente, riprovato dal Magistero Pontificio. Esso ebbe la sua coerente applicazione nel decreto Frequens, del 9 ottobre 1417, che indiceva un Concilio cinque anni più tardi, il successivo dopo altri sette anni e poi uno ogni dieci anni, attribuendo di fatto al Concilio la funzione di organo collegiale permanente, che si affiancava al Papa e di fatto gli era superiore.

Il cardinale Brandmüller osserva che «l’assise che emanò quei decreti non era per nulla un concilio ecumenico autorizzato a definire la dottrina della fede. Si trattò, invece, di un’assemblea dei soli seguaci di Giovanni XXIII (Baldassarre Cossa), uno dei tre ‘papi’ che si contendevano in quel tempo la guida della Chiesa. Quell’assise non aveva nessuna autorità. Lo scisma durò fino al momento in cui si unirono all’assemblea di Costanza anche le due altre parti, cioè i seguaci di Gregorio XII (Angelo Correr) e la ‘natio hispanica’ di Benedetto XIII (Pedro Martinez de Luna), fatto avvenuto nell’autunno del 1417. Soltanto da quel momento il ‘concilio’ di Costanza diventò un vero concilio ecumenico, sia pure ancora senza il papa che alla fine è stato poi eletto». Tutto vero, ma Martino V, eletto “vero” Papa a Costanza l’11 novembre 1417, nella bolla Inter cunctas del 22 febbraio 1418, riconobbe l’ecumenicità del Concilio di Costanza e tutto ciò che esso aveva deciso negli anni precedenti, sia pure con una formula genericamente restrittiva: «in favorem fidei et salutem animarum» (Joseph Von Hefele, Histoire des Conciles d’après les documents originaux, Letouzey et Ané, Parigi 1907, vol. I, pp. 53, 68-74 e vol. VII-1, p. 571). Egli dunque non ripudiò la Haec Sancta e applicò con rigore il decreto Frequens, fissando la data di un nuovo Concilio generale, che si tenne a Pavia-Siena (1423-1424), e designò la città di Basilea come sede della successiva assise.

Il Concilio si aprì a Basilea il 23 luglio 1431. Il successore di Martino V, Eugenio IV, con la bolla Duduum Sacrum del 15 dicembre 1433, ratificò i documenti che l’assemblea aveva emanato fino a quel momento, tra cui la Haec Sancta che i Padri “conciliaristi” di Basilea proclamavano come loro magna charta. Lo stesso Eugenio IV, nel Decreto del Concilio di Firenze che il 4 settembre 1439 condannò i Padri di Basilea, per “salvare” il Concilio di Costanza fece ricorso a quella che, in termini moderni, potrebbe essere definita una “ermeneutica della continuità” come oggi si fa con il Concilio Vaticano II. Egli sostenne infatti che la proposizione della superiorità dei Concili sul Papa, affermata dai Padri di Basilea sulla base dell’Haec Sancta, era «una cattiva interpretazione (pravum intellectum), data dagli stessi basileensi, che di fatto si rivela come contraria al senso genuino della Sacra Scrittura, dei Santi Padri e dello stesso concilio di Costanza» (Decreto del Concilio fiorentino contro il sinodo di Basilea, VII sessione del 4 settembre 1439, in Conciliorum Oecumenicorum Decreta, a cura dell’Istituto per le Scienze Religiose, EDB, Bologna 2002, p. 533). I Padri di Basilea, secondo il Papa, «interpretano la dichiarazione del Concilio di Costanza in un senso malvagio e riprovevole, del tutto estraneo alla sana dottrina» (ivi, p. 532). Oggi si direbbe: un’interpretazione abusiva del Concilio Vaticano II, che ne travisa i documenti.

Successivamente, nella lettera Etsi dubitemus del 21 aprile 1441, Eugenio IV condannò i «diabolici fundatores» della dottrina del conciliarismo: Marsilio da Padova, Giovanni di Jandun e Gugliemo di Ockham (Epistolae pontificiae ad Concilium Florentinum spectantes, Pontificio Istituto Orientale, Roma 1946, pp. 24-35), ma nei confronti della Haec Sancta ebbe un atteggiamento esitante, sempre sulla linea dell’“ermeneutica della continuità”. Lo stesso Eugenio IV ratificò il Concilio di Costanza, nel suo insieme e nei suoi decreti, «absque tamen praejudicio juris, dignitatis et praeminentiae Sedis apostolicae», come scrive il 22 luglio 1446 al suo legato: una formula che chiariva il senso della restrizione di Martino V, condannando implicitamente, in nome del Primato del Romano Pontefice, tutti coloro che si richiamavano al Concilio di Costanza per affermare la superiorità del concilio sul Papa.

Successivamente la tesi della “continuità” tra l’Haec Sancta e la Tradizione della Chiesa fu abbandonata dai teologi e dagli storici, tra cui il cardinale Brandmüller, che giustamente espunge dalla Tradizione della Chiesa l’Haec Sancta e il decreto Frequens. Già all’epoca della Contro-Riforma, il padre Melchor Cano affermò che l’Haec Sancta andava rifiutata perché non aveva la forma dogmatica di un «decreto in cui si obbligavano i fedeli a credere o si condannava il contrario» (De locis theologicis (1562), trad. spagnola BAC, Madrid 2006, p. 351). Analogamente il cardinale Baudrillart, nel Dictionnaire de Théologie Catholique, ritiene che il Concilio di Costanza, emanando l’Haec Sancta, non ebbe l’intenzione di promulgare una definizione dogmatica, ed è anche per questo che tale documento fu successivamente ripudiato dalla Chiesa (voce Concile de Constance, in DTC, III,1, col. 1221). Lo stesso afferma lo storico della Chiesa August Franzen (Das Konzil der Einheit, in A. Franzen und Wolfgang Mueller, Das Konzil von Konstanz. Beitraege zu seiner Geschichte und Theologie, Herder. Freiburg- Basel-Wien 1964, p. 104). Perciò ponendosi il problema dell’ecumenicità del Concilio di Costanza, uno dei suoi maggiori conoscitori, il padre Joseph Gill scrive che «les historiens s’accordent à le considérer comme oecuménique, mais dans des proportions variables» (Constance et Bale-Florence, Editions de l’Orante, Paris 1965, p. 111).

Perché escludere che verrà un giorno in cui anche il Concilio Vaticano II possa essere ripudiato, in parte, o in blocco, come avvenne per il Concilio di Costanza e i suoi decreti?  (pubblicato da Aldo Maria Valli sul suo blog Duc in Altum)

Fonte: Corrispondenzaromana.it

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