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Parlateci della vita eterna

(Roberto de Mattei, radioromalibera.org, 20 ottobre 2020)

In un talk show televisivo (Stasera Italia, 14 ottobre 2020), il sociologo progressista Marco Revelli ha denunciato allarmato il clima di angoscia collettiva che si diffonde in Italia e in Occidente in seguito alla danza macabra del Coronavirus. “La morte circola in Occidente”, ha detto, evocando questo spettro.

La morte però non ha mai cessato di circolare. Si muore e si continua a morire ogni giorno in mille modi. La morte è una delle poche certezze, forse la prima, della nostra vita. Viviamo, ma la vita del nostro corpo ha un inesorabile limite.

La società moderna ha cercato di rimuovere il pensiero della morte, che infrange la legge del piacere e del benessere di massa.
La morte è la conseguenza del peccato originale e la società moderna nega il peccato originale, nega ogni peccato, presume che sia possibile sconfiggere la malattia e la morte.

Questa presunzione è un sogno diabolico, perché ispirato da colui che ispirò il primo peccato, il principe delle tenebre, colui che continua a ripetere agli uomini: “Sarete come dei” e propone loro di raggiungere questo obiettivo attraverso la scienza, e in particolare la manipolazione genetica.

La proibizione di parlare della morte si è sempre espressa nell’indignazione suscitata contro quei sacerdoti che nelle loro prediche invitavano a quello che una volta si chiamava l’esercizio della buona morte: la preparazione al momento fatale che attende ognuno di noi. Sant’Alfonso de’Liguori, che ha scritto un bellissimo libro dal titolo Apparecchio alla morte, nelle sue Massime eterne ci ricorda che la morte è un momento dal quale dipende l’eternità: un’eternità felice o sempre infelice, di gioie o di affanni, di ogni bene o di ogni male, un’eternità o di un Paradiso o di un inferno (Massime eterne, Roma 1910, pp. 11-12).

Ma se un cattolico parla della morte viene accusato di voler creare terrore ed angoscia e viene messo al bando come un profeta di sventura, quasi che parlare della morte significasse desiderare, o accelerare, questo momento. E il silenzio sulla morte è stata la parola d’ordine fin qui dominante.
In pochi mesi tutto è cambiato, Lo spettro della sua morte, con la sua falce si è imposto alla società e viene evocato da quegli stessi scienziati che avrebbero dovuto sconfiggere le malattie e la morte e che si rivelano impotenti di fronte alla pandemia del coronavirus.

Per chi sa che la morte non è la fine di tutto, ma è l’inizio di un’altra vita, sarebbe un’occasione d’oro per svolgere l’apostolato della buona morte. Ma i pastori tacciono e a parlare della morte sono sociologi come Revelli o scienziati, come Massimo Galli, che si definiscono pubblicamente atei, e dunque incapaci di gettare lo sguardo oltre la morte.

Non c’è da meravigliarsi se la società contemporanea, incapace di dare un senso alla vita, cade nell’angoscia di fronte alla malattia e alla morte. C’è da meravigliarsi invece del silenzio di chi avrebbe tutte le armi per sconfiggere, non la morte, ma l’angoscia che la circonda: i ministri della Chiesa cattolica apostolica romana, che custodisce tutte le verità che riguardano la vita e la morte degli uomini e il loro destino ultraterreno ed è l’unica ad avere parole di vita eterna (Gv, 6,88)

Il nostro è un appello umile, ma ardente. In quest’ora tragica e confusa della nostra storia, Pastori, parlateci non di questa vita terrena, ma dell’altra, la vita eterna, la vera vita, in cui noi riponiamo tutte le nostre speranze.

Fonte: radioromalibera.org

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