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In viaggio verso Betlemme

(Roberto de Mattei, radioromalibera.org, 14 dicembre 2020)

Nei giorni che precedono il Santo Natale non c’è migliore meditazione di quella sul viaggio della Sacra Famiglia a Betlemme. Un Editto dell’imperatore Augusto aveva ordinato che tutti i sudditi del suo impero si andassero a far registrare nel loro luogo di origine. San Giuseppe, che era nato a Nazareth, decise di recarsi per il censimento a Betlemme, dove traeva origine la sua casa, non il padre, ma i suoi antenati, e anche la propria madre.

La Beatissima Vergine Maria volle seguirlo e di comune accordo i due sposi intrapresero il viaggio, ignorando quale fosse il tempo e il luogo in cui la Divina Provvidenza aveva disposto che nascesse il Redentore.

Il cuore di Giuseppe era inondato dalla gioia con cui contemplava il Figlio di Dio che si era incarnato nel grembo della Beatissima Vergine Maria, ma era anche trafitto dal dolore per i patimenti a cui la sua Sposa era sottoposta in un viaggio così difficoltoso, in un tempo così rigido, nel mese di dicembre e nella stagione delle piogge. Si trattava di un cammino simile a quello della visita a santa Elisabetta, di circa 130 chilometri, ma le condizioni erano questa volta molto più disagiose per Maria, essendo essa al nono mese della sua gravidanza. Erano quattro giorni di cammino, che i due sposi fecero a piedi, mettendo su un asinello la poca roba necessaria al viaggio.

Giunsero finalmente a Betlemme. Nessun albergo però era disponibile e tutti i luoghi erano occupati. Maria, dice l’Evangelista, “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc, 2, 7).

“Non c’era posto per loro”. Agli abitanti di Betlemme il Signore aveva concesso una grazia immensa, quella di ospitare il Redentore. E’logico immaginare che quando san Giuseppe si rese conto che il parto di Maria era imminente, bussasse a tutte le porte prima di decidersi a rifugiarsi in una grotta. Gli alberghi erano pieni, ma c’erano ricche dimore a Betlemme, e forse a queste si rivolse invano san Giuseppe, per chiedere ospitalità. Giuseppe aveva inoltre dei parenti a Betlemme, ma neanche tra quelli della sua tribù e famiglia trovò alcuno che lo ospitasse. In tutta la cittadina non ci fu una famiglia che, facendo uno sforzo, rinunziando al proprio egoismo e alle proprie comodità, li accogliesse. Gli albergatori diedero la precedenza a clienti più ricchi, senza immaginare quale straordinaria occasione perdevano. Quanto sarebbe stato felice colui che avesse ospitato Giuseppe e Maria, colui che avesse avuto la sorte di offrire la propria casa per la nascita del Redentore dell’umanità. Che occasione mancata! Nessuno riconobbe l’intervento di Dio nella storia. La Divina Provvidenza aveva disposto che il Verbo incarnato, il Re dei Re dovesse nascere nella Grotta di Betlemme, privo di ogni onore, comodità, e benessere, dandoci l’esempio di quel disprezzo del mondo, a cui tutti siamo chiamati. Gli abitanti di Betlemme erano attaccati ai beni del mondo, i loro cuori erano chiusi, le menti accecate. Essi erano incapaci di levare lo sguardo in alto per scoprire i segni del Cielo nelle vicende della terra.

Chiediamo a san Giuseppe, in questi giorni di Avvento, di aprire i nostri cuori, di illuminare le nostre menti, di ascoltare la voce misteriosa della Grazia, per scoprire i segni divini nelle vicende umane che viviamo, perché Dio, è sempre presente accanto a noi per guidarci alla Grotta di Betlemme.

Fonte: radioromalibera.org

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