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L’eco delle catacombe

(Roberto de Mattei, Radici Cristiane, 01 gennaio 2021)

Non c’è distinzione di sepoltura tra i più grandi eroi della fede e la più umile creatura umana, dai Papi ai semplici fedeli. Nei sepolcri dei cimiteri cristiani è rappresentata ogni regione e ogni professione dell’Impero; c’è tutta la gerarchia ecclesiastica e ogni carica militare.

 

Limina Apostolorum

Le catacombe divennero presto luogo di preghiera e di pellegrinaggio. La visita alle tombe dei martiri costituì fin dai primi tempi la grande mèta dei fedeli sparsi nel mondo cristiano. I limina Apostolorum sono, nel linguaggio archeologico, le tombe di san Pietro e di san Paolo in Roma, tomba che già intorno al 190 il prete romano Caio additava a Proclo montanista come i «trofei degli Apostoli», che si ergono sul Vaticano e sulla via Ostiense (Eusebio, Historia ecclesiastica, II, 25). I pellegrini si inginocchiavano davanti a queste tombe per infiammare la loro devozione, ripetendo le parole della Memoria Apostolorum nella Cripta dei Papi : «Qui riposano in comune le ossa di un gran numero di santi , queste venerabili tombe custodiscono ì corpi degli eletti, le cui anime sublimi sono state rapite nel regno dei cieli, qui numerosi principi vegliano sugli altari di Cristo, qui dormono giovani, fanciulli, vecchi, che amarono e conservarono il pudore verginale».

Tra questi pellegrini, gli uni venivano a compiere un voto, gli altri dovevano espiare qualche grave colpa, altri ancora cercavano di provvedersi di reliquie per diversi fini. I malati e quelli che dovevano ottenere grazie eccezionali potevano prosternarsi in faccia all’altare e introdurre la testa nella fenestella confessionis, per indirizzare la loro preghiera più direttamente a questi potenti protettori.

 

Le Mirabilia Urbis Romae

Gli incidenti di viaggio non mancavano a questi viaggiatori; si sa di alcuni che non giunsero mai, colpiti da malattia o attaccati dai briganti. Molti raccomandavano il loro ritorno nei graffiti: «Anime sante, concedeteci una traversata felice». Alberghi si organizzavano qua e là e i vescovi porgevano loro lettere di raccomandazione, che servissero di sicurezza lungo il cammino e facilitassero il ritorno. Nacquero nel Medioevo le Mirabilia Urbis Romae, vere e proprie guide per i pellegrini, che hanno rivelato all’archeologia e alla storia memorie il cui ricordo era perduto e che guidano ancor oggi gli scavi in corso.

La presa e il saccheggio di Roma da parte di Alarico nel 410 diedero il primo colpo alle catacombe. Dopo le devas­tazioni dei Vandali nel 457 e dei Goti nel 537, il culto di queste tombe venne abbandonato a poco a poco e i documenti dell’XI secolo sono gli ultimi a parlare dei cimiteri romani. Da allora e durante i cinque secoli seguenti le catacombe di San Sebastiano restarono il solo cimitero conosciuto e visitato, perché il loro ingresso era posto sul fondo della chiesa dedicata al martire. San Filippo Neri e san Carlo Borromeo passavano a San Sebastiano intere nottate in orazione e vi conducevano i pellegrini per ritrovare il fervore primitivo della Chiesa.

 

Archeologia cristiana, le origini

Il primo esploratore moderno delle catacombe fu il cavaliere di Malta Antonio Bosio (1576-1629). Instancabile nelle sue ricerche, egli passava talvolta sette od otto giorni nei sotterranei, portandosi il vitto per sopravvivere. Seguendo l’ordine topografico, Bosio studiò ogni cimitero e raccolse i ricordi che vi erano collegati, annotando tutte le iscrizioni e descrivendo tutte le pitture. L’immensa raccolta di documenti apparve dopo la sua morte in un libro dal titolo, Roma sotterranea (1632). Dopo le ricerche di Bosio, le catacombe non furono più studiate, ma dimenticate, finché verso il 1840 apparve il vero fondatore dell’archeologia cristiana, Giovanni Battista De Rossi (1822-1894). Egli riuscì a ridare il nome a ogni cimitero, a fissarne il posto, a determinare la situazione delle tombe storiche.

Nel 1850 scoprì le catacombe di San Callisto, presso la Via Appia Antica, nel 1864 l’ipogeo dei Flavi nella necropoli di Domitilla e per i tipi della tipografia Salviucci uscì il primo tomo della Roma sotterranea cristia­na dedicato a Pio IX, seguito da altri due tomi (1867 e 1877). Agli inizi del 1870 De Rossi rifiutò l’invito del Papa a divenire prefetto dell’Archivio segreto vaticano, per non interrompere le sue esplorazioni archeologiche, le quali continuarono senza sosta anche dopo l’invasione di Roma del 20 settembre 1870. Dopo essere stato direttore del Museo cristiano vaticano e presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, egli morì nella residenza pontificia di Castelgandolfo il 20 settembre 1894 (Antonio Baruffa, Giovanni Battista De Rossi. L’archeologo esploratore delle catacombe, Città del Vaticano, 1994).

De Rossi non fu mai tentato dal modernismo, ma riuscì a trovare la suprema armonia che esiste tra la fede e la vera scienza. Secondo Teodoro Mommsen, epigrafia ed archeologia cristiane devono a De Rossi la definizione del loro statuto scientifico. Louis Veuillot (1813-1863), che lo conobbe, disse che non si può parlare delle catacombe senza parlare di Giovanni Battista De Rossi, «uno dei più veri, dei più grandi e dei più amabili dotti che siano mai esistiti» (Il profumo di Roma, tr. it., Paoline, Roma 1966, p. 140).

 

I prosecutori dell’opera

Tre studiosi italiani, Mariano Armellini (1852-1896), Enrico Stevenson (1854-1898) ed Orazio Marucchi (1852-1931) furono i continuatori dell’opera di De Rossi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Padre Felice Grossi-Gondi (1860-1923), professore dal 1914 di Archeologia cristiana alla Gregoriana, ha sintetizzato nella sua opera, I monumenti cristiani dei primi sei secoli (Università Gregoriana, Roma 1920, 2 voll.) i risultati dalla scuola archeologica romana, a cui si deve la fondazione del Collegium Cultorum Martyrum, per far rifiorire il culto dei martiri, specie sui loro sepolcri negli antichi cimiteri cristiani. Sul suo sepolcro al Verano, Marucchi volle apposta questa semplice epigrafe, che riassumeva il suo apostolato archeologico: «Orazio Marucchi cultore dei martiri».

I Papi accompagnarono quest’opera di riscoperta dell’antichità cristiana. Pio IX fondò il Museo Cristiano Pio in Laterano e la Commissione di Archeologia Sacra per l’indagine scientifica dei cimiteri e degli antichi edifici cristiani di Roma. Leone XIII istituì la cattedra di Archeologia Cristiana in tutte le facoltà teologiche. San Pio X profuse tesori per l’esplorazione dei cimiteri di Priscilla, di Commodilla, di Pretestato. Benedetto XV acquistò le aree per proteggere i cimiteri di Panfilo, di Pretestato e l’area intera a destra dell’Appia fino a San Sebastiano. Pio XI l’11 dicembre 1925 fondò il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, per indirizzare i giovani di tutto il mondo allo studio e alle ricerche scientifiche sopra i monumenti delle antichità cristiane. Nel 1929 il Trattato Lateranense riconobbe alla Santa Sede la proprietà degli antichi cimiteri cristiani. Oggi la cura delle catacombe cristiane è affidata alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che dirige scavi e restauri.

 

Dai sepolcri, la Vis cristiana

Di fronte al neo-paganesimo moderno, dalle profondità delle catacombe, si eleva una voce che non ci spinge alla fuga, ma ci incita alla lotta, sotto il patrocinio dei primi martiri cristiani. L’archeologo Enrico Josi (1885-1975), uno degli ultimi grandi esponenti della scuola romana, in un bel saggio su Le catacombe romane da cui abbiamo attinto (in Roma nobilis: l’idea, la missione, le memorie, il destino di Roma, Edizioni Arte e Scienza, Roma 1952, pp. 314 e sgg.) scrive che, percorrendo gli ambulacri della Roma sotterranea, troviamo ancora le spoglie di quelle generazioni, che vissero le ore angosciose della persecuzione.

«Ma dove sono i sepolcri di questi imperatori persecutori della Chiesa di Cris­to, Decio, Gallo, Valeriano e Diocleziano? Invece troviamo ancora intatti tanti poveri sepolcri cris­tiani del secolo III, di quelle generazioni germogliate, secondo l’espressione dell’apologista, dal sangue dei Martiri. E vicino ai sepolcri gloriosi dei confessori della fede, pur profanati più volte dai Barbari, religiosamente restaurati dai Papi, troviamo ancora le umili tombe di quelle generazioni che vissero le ore liete della pace costantiniana, che assisterono alle grandi conversioni. L’intensità della vita cris­tiana primitiva di Roma erompe da quei sepolcri, è scolpita su quelle pietre, è dipinta su quelle pareti. La Roma sotterranea è il libro in cui si legge e si documenta l’integrità di quella fede romana, che dal tempo dell’Apostolo Paolo celebratur in universo mundo (Rom. I, 8)». Tramonterà il mondo, ma mai tramonterà questa fede romana, di cui Louis Veuillot diceva: «I fedeli del primo secolo hanno creduto tutto quello che noi crediamo; noi crediamo tutto quello che essi hanno creduto» (Il profumo di Roma, cit., p. 141). Le catacombe ce ne tras­mettono l’eco.

Fonte: Radici Cristiane

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