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	<title>Roberto de Mattei</title>
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		<title>Difendo Mons. Brunero Gherardini</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 14:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vitto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Roberto de Mattei) Negli ultimi tempi sono iniziati ad apparire pesanti attacchi alla riflessione teologica di mons. Brunero Gherardini sul Concilio Vaticano II e alla storia che io stesso di quell’evento ho proposto. La discussione non è mai inutile, &#8230; <a href="http://www.robertodemattei.it/2012/02/07/difendo-mons-brunero-gherardini/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-500" title="Mons.Brunero Gherardini" src="http://www.robertodemattei.it/wp-content/uploads/2012/02/Mons.Brunero-Gherardini.jpg" alt="" width="170" height="121" />(di <strong>Roberto de Mattei</strong>) Negli ultimi tempi sono iniziati ad apparire pesanti attacchi alla riflessione teologica di mons. Brunero Gherardini sul Concilio Vaticano II e alla storia che io stesso di quell’evento ho proposto. La discussione non è mai inutile, ma a condizione che segua determinate regole, a cominciare dal rispetto per opinioni diverse dalle proprie. Negli attacchi nei nostri confronti, la violenza e la gratuità delle accuse sembra invece proporzionale alla esiguità degli argomenti.<span id="more-499"></span></p>
<p>Mons. Gherardini, il sottoscritto ed anche altre valorosi apologeti, come il padre Serafino Lanzetta F.I., Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, siamo accusati, su alcuni siti web, di essere “criptosedevacantisti”, e veniamo accomunati ai luterani, per la nostra “mentalità protestantizzata”, agli “neognostici pseudo-tradizionalisti”, e ai progressisti, a cui saremmo uniti dall’”orgoglio individuale”.  Non intendo per il momento reagire per quanto riguarda la mia persona, ma sento l’obbligo di intervenire in difesa di mons. Brunero Gherardini per un puro dovere di giustizia, prima ancora che di amicizia.</p>
<p>Va ricordato innanzitutto chi è il bersaglio primario di questi sconsiderati attacchi. Mons. Brunero Gherardini, nato a Prato nel 1925, ordinato sacerdote nel 1948,  officiale dell’allora Sacra Congregazione dei Seminari, dopo avere avuto la responsabilità dei seminari regionali e diocesani d’Italia, fu chiamato alla Pontificia Università Lateranense, dove, dal 1968, insegnò come ordinario di ecclesiologia e fu decano della Facoltà teologica.</p>
<p>Allievo e stretto collaboratore di mons. Antonio Piolanti, è stato membro e responsabile della Pontificia Accademia Teologica Romana e della Pontificia Accademia di S. Tommaso. Direttore della rivista internazionale &#8220;Divinitas”, canonico della Basilica Patriarcale di San Pietro, Postulatore, fino allo scorso anno, della Causa di canonizzazione del Beato Pio IX, è noto per essere, oltre che un grande teologo, un sacerdote esemplare, né è mai incorso in alcuna censura teologica o canonica da parte delle autorità ecclesiastiche.</p>
<p>Egli ha dedicato tutta la sua vita alla Chiesa e la serve con accentuato fervore in un’età in cui tanti suoi confratelli vivono da tranquilli pensionati ecclesiastici. Basterebbe questo per imporre il rispetto e l’ammirazione nei suoi confronti e, anche nel caso di divergenze di opinioni, ad esigere che egli sia trattato con la deferenza e il rispetto che impongono il suo abito ecclesiastico,  la sua carriera accademica, e soprattutto la stima di cui è unanimemente circondato.</p>
<p>Va aggiunto che su alcuni temi inerenti al Concilio Vaticano II, tra le posizioni di mons. Gherardini di un tempo e quelle di oggi si può registrare uno sviluppo e un’esplicitazione, conseguenza di una maturazione del suo pensiero, ma non certo incoerenza e tantomeno contraddizione. Lo stesso non si può dire del suo principale accusatore, il parroco don Pietro Cantoni, autore di uno sgradevole volumetto a cui alcuni suoi discepoli si richiamano esplicitamente  nelle loro accuse a mons. Gherardini,</p>
<p>Conosco don Cantoni altrettanto bene di mons. Gherardini, avendo frequentato entrambi fin dagli inizi degli anni Settanta. Ero allora assistente di Augusto Del Noce che mi confidava di considerare mons. Gherardini come il massimo teologo vivente in Italia. Piero Cantoni, nato a Piacenza nel 1950,era un giovane proveniente dal tradizionalismo neopagano.</p>
<p>Si convertì grazie anche agli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio predicati dal padre Lodovico Barrielle (1897-1983), maturò una sincera vocazione religiosa ed entrò nel seminario di Ecône dove, nel 1978, fu ordinato sacerdote da mons. Marcel Lefebvre e, per le sue qualità intellettuali, fu nominato professore.</p>
<p>Ricordo bene come egli fosse allora affascinato dalle tesi del padre Guérard de Lauriers (1898-1988), noto come autore della &#8220;tesi di Cassiciacum&#8221;, secondo cui, a partire dal 1965, i Papi sono tali solo “<em>materialiter</em>” (nell’accezione scolastica del termine).</p>
<p>Il padre de Lauriers riteneva, a differenza di mons. Lefebvre, che un Concilio non può sbagliare nelle sue decisioni: dal momento che alcuni documenti conciliari erano in oggettiva e indubbia contraddizione col Magistero perenne della Chiesa, il Papa che li aveva promulgati, e i successori che li avevano accettati, avevano perso con ciò, almeno sul piano formale, la loro suprema autorità.</p>
<p>In coerenza con questa tesi teologica, padre de Lauriers si allontanò da mons. Lefebvre e nel 1981 fu consacrato vescovo, validamente ma illecitamente, dall&#8217;arcivescovo emerito di Hué, il vietnamita Pierre Martin Ngo Dinh Thuc (1897-1984)l</p>
<p>Don Piero Cantoni non si sentì di fare l’arrischiato passo che, dietro mons. de Lauriers, facevano alcuni suoi confratelli, ma non rinunciò allo schema teologico assorbito dal domenicano francese, capovolgendone i termini. Riconoscendo la suprema autorità del Papa, ne concluse che i documenti che egli aveva fino ad allora ritenuto contraddittori con il Magistero della Chiesa dovessero invece essere considerati coerenti con esso.</p>
<p>La semplicistica equazione Concilio=infallibilità spingeva verso il sedevacantismo o verso il conciliarismo &#8220;vaticansecondista&#8221;. In quello stesso 1981, don Cantoni lasciò anch’egli il seminario di Ecône con un gruppo di seminaristi italiani, fu incardinato nella diocesi di Apuania, divenne parroco e si iscrisse alla Università Lateranense, dove fu accolto, con grande carità, proprio da mons. Gherardini, laureandosi sotto la sua guida con una ricerca sul &#8220;Novus Ordo Missae&#8221;.</p>
<p>A partire dal 1981, la rivista di Alleanza Cattolica, “Cristianità”, che fin dalla sua nascita, nel 1973, aveva ospitato scritti di mons. Marcel Lefebvre, mons. Antonio de Castro Mayer ed altri autori tradizionalisti, virò di rotta, sotto l&#8217;ispirazione teologica di don Cantoni. Mons. Lefebvre, e con lui la maggior parte del mondo detto “tradizionalista”, mantenne una posizione diversa sia dal “sedevacantismo” che dal “conciliarismo”, a cui don Cantoni si era allineato.</p>
<p>Con le consacrazioni episcopali, valide ma illecite, del 4 giugno 1988, mons. Lefebvre si pose tuttavia in una posizione canonicamente irregolare, che è attualmente al centro dei colloqui tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede.</p>
<p>Ogni itinerario esistenziale è rispettabile, soprattutto se è sofferto, ma chi ha capovolto le sue posizioni non può rivolgere a chi è stato coerente l’accusa, che a mons. Gherardini oggi è indirizzata, di essere &#8220;ambiguo&#8221; o “ondivago”. Ma soprattutto nessuno può sostituirsi alla suprema autorità della Chiesa nel giudicare, su questioni non definite, i propri fratelli nella fede.</p>
<p>Vi sono alcuni dogmi, come quelli dell’Immacolata Concezione che sono infallibilmente definiti dal Magistero straordinario della Chiesa. Chi li negasse dovrebbe essere considerato, senza appello,  eretico. Esistono altre verità, di ordine teologico, come quella dell’invalidità dell’ordinazione sacerdotale delle donne che non possono essere negate senza cadere nell’eresia o nell’errore, perché, pur non essendo state mai definite dal Magistero straordinario, sono state proposte infallibilmente dal magistero ordinario e universale.</p>
<p>Vi sono però altri punti su cui la discussione teologica è aperta quali, ad esempio, il valore teologico da attribuire alla dichiarazione sulla libertà religiosa <em>Dignitatis Humanae</em> o alla riforma liturgica di Paolo VI. In questi casi il Magistero straordinario non si è pronunciato e mancano le condizioni richieste dal Vaticano I per l’infallibilità del Magistero ordinario. La discussione è dunque libera e aperta.</p>
<p>La Chiesa, nel corso della sua storia, ha sempre conosciuto dispute teologiche, anche serrate. Fino a che una verità non è definita dalla Chiesa, è lecito difendere la propria opinione, anche con calore, perché abbiamo l’obbligo di sostenere ciò che ci sembra vero.  Non abbiamo però il diritto di “scomunicare” chi la pensa in maniera diversa da noi, solo perché non ne condividiamo le opinioni.</p>
<p>Se mons. Gherardini, padre Lanzetta o il prof. de Mattei sbagliano, lasciamo che sia la Chiesa a condannarli. Ma se mons. Gherardini vive in Vaticano e scrive sull’&#8221;Osservatore Romano&#8221;,  vuol dire che le sue opinioni, anche se non necessariamente condivise, sono quantomeno tollerate dalle autorità ecclesiastiche.</p>
<p>E come potrebbero non esserlo, quando sono tollerate posizioni, queste sì oggettivamente eretiche, come quelle dei parroci austriaci o tedeschi che reclamano l’ordinazione delle donne e il matrimonio dei preti? Non meraviglia che le posizioni di mons. Gherardini siano invise al fronte progressista.</p>
<p>Ma perché tanta avversione da parte di chi progressista non è? Perché si concentra il fuoco su chi difende la Tradizione, invece di riunire tutte le proprie forze per combattere chi questa Tradizione nega?</p>
<p>Forse gli accusatori di mons. Gherardini, che si propongono come gli unici interpreti del Magistero della Chiesa, vorrebbero che l’unica alternativa alla loro accettazione incondizionata del Vaticano II fosse il sedevacantismo o, quantomeno, la posizione di irregolarità canonica in cui si trova attualmente la Fraternità San Pio X.</p>
<p>L&#8217;accusa di &#8220;criptosedevacantismo&#8221; fa torto all&#8217;intelligenza e all&#8217;onestà di chi la pronuncia. E per quanto riguarda quella di &#8220;lefebvrismo&#8221;, lo stesso mons. Gherardini ha ribadito, ancora recentemente, con chiarezza, le sue posizioni,”<em>Condivido con la <em>Fraternità</em> alcune idee di fondo: il senso della Tradizione viva perché ininterrotta, la “romanità” del Fondatore, la critica all’attuale involuzione mondana, ed altro ancora.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Non però l’autonomia con cui la <em>Fraternità</em> “conosce” cause matrimoniali, scioglie matrimoni, riduce allo stato laicale: queste son competenze della Chiesa e dei suoi tribunali, non d’una “società sacerdotale”, oltretutto non ancora canonicamente riconosciuta</em>”.</p>
<p>In una parola, condividere alcune posizioni dottrinali non significa essere corresponsabile delle scelte di vita canonica. Il grande merito di mons. Gherardini è proprio quello di aver dimostrato che si può svolgere una seria e obiettiva critica di alcuni documenti del Concilio Vaticano II rimanendo pienamente all’interno della Chiesa cattolica, rispettandone le supreme Autorità e lasciando ad esse il compito di risolvere la questione in maniera definitoria.</p>
<p>Fino a quando ciò non avviene la discussione resta lecita e dovrebbe avvenire in maniera pacata e rispettosa. Non può essere definito “sedevacantista” o“protestante” chi analizza criticamente documenti, atti o omissioni dell’autorità ecclesiastica non coperti dall’infallibilità, ma chi nega, di principio o di fatto, l’esistenza di questa  autorità.</p>
<p>E questo non è il caso né di mons. Gherardini né degli altri autori sotto accusa, che in altri tempi sarebbero stati definiti “ultramontani” proprio per il loro attaccamento alla Autorità apostolica e alla Sede Romana. Le accuse che ci sono rivolte ledono il nostro onore di cattolici e costituiscono una ingiusta denigrazione, che comporta un peccato contro la giustizia, in sé grave.</p>
<p>E’ in nome della giustizia violata che scrivo queste righe e che chiedo che siano modificati i termini della discussione in atto. In caso contrario nessuno potrà sottrarsi al diritto a difendersi e ci troveremo di fronte a controversie dolorose, ma forse purificatrici.</p>
<p>Roberto de Mattei</p>
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		<title>Video-editoriale di R. de Mattei: Cattolici in piazza</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Roberto de Mattei su Corrispondenza Romana del 1/01/2012) Nel discorso ai vescovi americani del 19 gennaio 2012, Benedetto XVI ha rivendicato il diritto dei cattolici a manifestare pubblicamente la propria fede con queste parole: «Contrastare le correnti culturali che, &#8230; <a href="http://www.robertodemattei.it/2012/02/03/489/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" title="Video" src="http://i3.ytimg.com/vi/6B7t4yYEyzs/1.jpg" alt="Video" width="120" height="90" /> (di <strong>Roberto de Mattei</strong> su <em><a href="http://www.corrispondenzaromana.it/" target="_blank">Corrispondenza Romana</a> </em>del 1/01/2012) Nel discorso ai vescovi americani del 19 gennaio 2012, Benedetto XVI ha rivendicato il diritto dei cattolici a manifestare pubblicamente la propria fede con queste parole: «<em>Contrastare le correnti culturali che, sulla base di un individualismo estremo, cercano di promuovere concetti di libertà separati dalla verità naturale. (…) La testimonianza della Chiesa </em>– ha detto il Papa – <em>è per sua natura pubblica: essa cerca di convincere proponendo argomenti razionali nella pubblica piazza</em>».<span id="more-489"></span></p>
<p>La piazza a cui fa riferimento il Papa è lo spazio pubblico. Benedetto XVI ribadisce che i cattolici non possono essere confinati all’interno delle loro Chiese, ma devono affermare la loro presenza nella società. Questo spiega il tono della lettera inviata, il 16 gennaio, dalla Segreteria di Stato, al padre domenicano Giovanni Cavalcoli in riferimento allo spettacolo blasfemo di Romeo Castellucci, Sul concetto di volto di Dio, messo in scena a Milano dal 24 al 28 gennaio 2012.</p>
<p>Nella lettera è detto: «<em>Sua Santità auspica che ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi e i simboli religiosi incontri la reazione ferma e composta della comunità cristiana, illuminata e guidata dai suoi pastori</em>».</p>
<p><span class="youtube">
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</span><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=6B7t4yYEyzs&fmt=18">www.youtube.com/watch?v=6B7t4yYEyzs</a></p></p>
<p>A parte qualche rara e meritevole eccezione, come quella di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, la voce e la guida dei pastori è purtroppo mancata: ma non è mancata la reazione della comunità cattolica, o almeno di una parte di essa, la parte migliore.</p>
<p>Religiosi, religiose, sacerdoti, ma soprattutto tanti semplici fedeli, uomini e donne, hanno voluto esprimere la loro indignazione contro lo spettacolo blasfemo, con Messe, preghiere e sacrifici di riparazione, ma anche con la parola e con l’azione, partecipando a manifestazioni pubbliche davanti al Teatro Parenti. Non importa il numero dei manifestanti, ciò che conta è la qualità di questa protesta. Oggi tutti scendono in piazza per difendere, spesso legittimamente, i propri interessi.</p>
<p><strong>Che cosa si potrebbe immaginare di più nobile di una manifestazione promossa per difendere gli interessi di Dio, il suo nome, il suo volto, gratuitamente offeso?</strong> Si è trattato, aggiungiamo, di una reazione spontanea non organizzata, che è dilagata attraverso il web, la rete Internet, nata per accelerare la disgregazione della società, ma ormai diventata luogo di incontro per chi si oppone a questo processo di disgregazione.</p>
<p>Il web è una agorà, una piazza telematica, ma con questo mezzo i cattolici iniziano ad occupare la piazza reale, quella di cui da molti anni sono stati espropriati. La rete sta sbriciolando ogni forma censoria imposta dai poteri forti e le nuove generazioni, che si esprimono attraverso siti, blog e social network, ritrovano anche grazie a questi strumenti tecnologici i valori tradizionali.  L’Imperatore Costantino, 1.700 anni fa, restituì libertà alla Chiesa. Non abbiamo nessuna intenzione di tornare nelle catacombe in cui i cristianofobi vorrebbero ricacciarci.</p>
<p>A coloro che proponevano un cristianesimo neo-catacombale, Pio XII, nel Radiomessaggio del 22 dicembre 1957, ricordava le parole ispirate di San Paolo: «<em>Tutte le cose sono vostre… sia il mondo, sia  la vita, sia la morte, siano le cose presenti, siano le future: poiché tutto è vostro. Voi poi siete di Cristo: e Cristo è di Dio</em>».  A Dio appartiene non solo la coscienza privata degli individui ma la società intera che ha in Lui e solo in Lui il suo fondamento. Se il fondamento è scalzato la società crolla e oggi la nostra società è in rovina.</p>
<p>La protesta contro Castellucci è stata un episodio significativo di una battaglia più vasta che vede i cattolici muoversi ogni giorno di più in difesa dell’ordine naturale e cristiano aggredito. Affidiamo a tutte le tecniche di diffusione moderna, dalle emittenti private al web, ma prima di tutto affidiamo alla Divina Provvidenza, il compito di trasmettere nella società intera l’eco di questa battaglia che esige, nella piazza virtuale e nella piazza reale, la nostra voce e la nostra presenza. (di <strong>Roberto de Mattei</strong>)</p>
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		<title>La Chiesa deve ritrovare lo spirito della ‘Ecclesia militans’</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:09:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dalla rete]]></category>
		<category><![CDATA[Concilio Vaticano II]]></category>

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		<description><![CDATA[(di Armin Schwibach su kath.net/as) Roberto de Mattei e la ‚Storia mai scritta’ del Concilio Vaticano II. Le radici della crisi della fede. Il Rito Gregoriano – la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista. Lo storico romano e &#8230; <a href="http://www.robertodemattei.it/2012/01/23/die-kirche-muss-den-geist-der-ecclesia-militans-zuruckgewinnen/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.kath.net/newsimages/120px/34825.jpg" border="1" alt="" align="LEFT" /></p>
<p>(<em>di</em><em><em> </em></em><strong><em>Armin Schwibach</em></strong> su <em><a href="http://www.kath.net/detail.php?id=34833" target="_blank">kath.net/as</a></em>) <em>Roberto  de Mattei e la ‚Storia mai scritta’ del Concilio Vaticano II. Le radici  della crisi della fede. Il Rito Gregoriano – la risposta più efficace  alla sfida del secolarismo laicista. </em>Lo storico romano e pubblicista Roberto de Mattei, nato nel 1948, è un  eminente intellettuale cattolico italiano. De Mattei insegna Storia  della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, dove è  coordinatore della Facoltà di Scienze Storiche. È stato Vice Presidente  del Consiglio Nazionale delle Ricerche (2003-2011) ed è membro dei  Consigli direttivi dell’Istituto Storico per l’Età moderna e  contemporanea e della Società Geografica Italiana. Collabora inoltre con  il Pontificio Comitato di Scienze Storiche e ha ricevuto dalla Santa  Sede l’insegna dell’ordine di San Gregorio Magno, come riconoscimento  del suo servizio alla Chiesa.<img title="Continua..." src="http://www.corrispondenzaromana.it/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /><span id="more-483"></span></p>
<p>Nel 2010 de Mattei ha pubblicato una grande ricerca storica  incentrata sul Concilio Vaticano II (“Il Concilio Vaticano II. Una  storia mai scritta“, Edizioni Lindau) recentemente tradotta anche in  lingua tedesca („Das Zweite Vatikanische Konzil – eine bislang  ungeschriebene Geschichte“, 2011, Edition Kirchliche Umschau). L’opera  offre “il contributo non del teologo, ma dello storico, attraverso una  rigorosa ricostruzione dell’evento, delle sue radici e delle sue  conseguenze, basata soprattutto su documenti di archivio, diari,  corrispondenze e testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti”.  Benché si tratti di un’opera di grande spessore scientifico, il libro  riesce a coinvolgere il lettore non senza provocare una certa tensione:  risulta difficile sottrarsi al fascino di questa “storia non scritta”.</p>
<p>Roberto de Mattei è uno di quegli intellettuali cattolici legati alla  Tradizione, senza per questo poter essere etichettato e quindi messo in  un “angolo ideologico” apparentemente ben definito. Pensatori come de  Mattei necessitano della fondazione di un nuovo concetto in grado di  riassumere nel modo migliore i molteplici sviluppi degli ultimi anni  all’interno della Chiesa: de Mattei è un “tradizionista”, non un  tradizionalista. Attingendo al grande respiro della tradizione e con un  profondo legame alla Sede Apostolica e al Pontefice, lo storico non  esita a parlare in modo chiaro ed inequivocabile quando si tratta di  affrontare con schiettezza l’attuale crisi della Chiesa. Come per  Benedetto XVI questa crisi è per lui una crisi della fede, determinata  dall’eclissi di Dio nella cultura contemporanea, che lo storico affronta  con la sua scienza con l’intento di indicare una via, di porre pietre  angolari per il cammino verso una vera riforma.</p>
<p>Nel corso di un lungo colloquio, Roberto de Mattei ha spiegato le sue  intenzioni di base ed indicato nuove prospettive per il futuro.</p>
<p><strong>Professore, perché un libro sul Concilio Vaticano II? È Sua  intenzione riscrivere la storia del concilio o intende semplicemente  raccontarla in modo diverso? Quale è il metodo da Lei usato? Perché si  tratta di “storia non scritta”? In che cosa consiste, invece, per Lei la  “storia scritta”?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> Perché una storia mai scritta? Perché l&#8217;unica  storia fin qui scritta, o meglio fin qui pubblicizzata, fino al punto di  presentarla come la storia per eccellenza, sono i cinque volumi curati  dal prof. Giuseppe Alberigo &#8211; discepolo di don Giuseppe Dossetti &#8211; che  raccolgono i contributi della cosiddetta “Scuola di Bologna”. L&#8217;opera di  Alberigo è tendenziosa perché presenta il Concilio come l&#8217;alba di  un&#8217;epoca nuova della Chiesa, la purificazione della Chiesa dal passato,  la sua liberazione dalla Tradizione. Contro questa storia tendenziosa  non basta affermare – come spesso si limitano a fare le gerarchie  ecclesiastiche – che i documenti del Concilio devono essere letti in  continuità e non in rottura con la Tradizione.</p>
<p>Quando nel 1619 Paolo Sarpi scrisse una storia eterodossa del  Concilio di Trento, non gli furono contrapposte le formule dogmatiche di  Trento, ma gli fu opposta una storia diversa, la celebre “Storia del  Concilio di Trento” scritta per ordine del Papa Innocenzo X, dal  cardinale Pietro Sforza Pallavicino (1656-1657): la storia infatti si  combatte con la storia, non con la teologia. Con il mio libro spero di  avere aperto la strada per “riscrivere” in maniera vera e oggettiva  quanto è accaduto, non solo nei tre anni in cui si svolse il Concilio  Vaticano II, dall&#8217;11 ottobre 1962 all&#8217;8 dicembre 1965, ma negli anni che  lo precedettero e in quelli che ad esso immediatamente seguirono,  l&#8217;epoca del cosiddetto “postconcilio”.</p>
<p><strong>Quali sono stati i risultati principali del concilio dal punto di  vista teologico, dottrinale e di vita della fede? Come sono cambiati lo  stile e la proposta dell’annuncio cristiano?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II,  affermò che esso era un Concilio pastorale e non dogmatico, perché si  proponeva di presentare con un nuovo linguaggio pastorale l’immutabile  dottrina della Chiesa cattolica. L&#8217;esigenza di trovare un nuovo  linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio  di dilatare la fede. Il fine era dunque pratico ed è dai risultati  pratici che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano  stati efficaci ed adeguati. I fatti purtroppo ci dicono che il Concilio  non ottenne i risultati che si era prefisso. Da qui nasce il cosiddetto  problema ermeneutico: qualcosa “è andato storto”.</p>
<p>Concilio “tradito” (da Paolo VI), come ritiene la scuola di Bologna?  Concilio “male applicato” come ritengono molti conservatori? O Concilio  che nel linguaggio che aveva adottato ebbe la causa del suo fallimento,  come ritiene una corrente di pensiero che qualcuno ha definito “romana”,  non tanto in contrapposizione a quella di Bologna, quanto per il suo  attaccamento alla Sede Romana. Io appartengo a questa scuola e penso che  il cambiamento dello stile e della proposta dell’annuncio cristiano,  nel senso di un adattamento alla cultura del XX secolo, non abbiano  giovato alla Chiesa che avrebbe, al contrario, dovuto “sfidare” il  mondo, senza timori e complessi.</p>
<p><strong>Da quando il Santo Padre Benedetto XVI, nella sua allocuzione in  occasione della presentazione degli auguri natalizi il 22 dicembre 2005,  ha parlato dell’opposizione tra una “ermeneutica della riforma” ed una  “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, questi due concetti  determinano la discussione sul concilio e sulle sue conseguenze. Un  problema per la “ermeneutica della riforma” consiste nella distinzione  tra l’”evento” del concilio – insieme alla storia che lo precede – e la  “produzione” del concilio.</strong></p>
<p><strong>Può esistere una dicotomia tra gli insegnamenti e le dottrine del  concilio e i fatti che li hanno generati? Se tale distinzione non è  lecita, quali sono le conseguenze?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> E’ lecito distinguere, ma non separare, i due  aspetti del Concilio, i documenti dottrinali e l’evento. Sui primi si  pronunciano i teologi, sul secondo gli storici . Il fine ultimo è il  medesimo, ma il metodo di indagine si applica, nel caso della storia  alle verità di fatto, nel caso della teologia alle verità di fede. La  fede deve illuminare i passi dello storico, soprattutto quando oggetto  della sua indagine è la Chiesa, ma le questioni che lo storico deve  porre e le risposte che deve dare non sono quelle del teologo né del  Pastore. La pretesa di valutare un lavoro storico con categorie  attinenti ad altre discipline costituisce dunque non solo un errore  epistemologico ma anche, sul piano morale, un giudizio temerario,  conseguente a un “a priori” ideologico.</p>
<p>Mi è stato rimproverato di trascurare i documenti del Concilio o di  interpretarli in chiave di discontinuità con la Tradizione della Chiesa.  Ma l&#8217;interpretazione dei documenti del Concilio spetta ai teologi e al  Magistero della Chiesa. Ciò che io ricostruisco è il contesto storico in  cui quei documenti videro la luce. E dico che il contesto storico,  l&#8217;evento, ebbe un influsso nella storia della Chiesa non minore del  Magistero conciliare e postconciliare: si pose esso stesso come  Magistero parallelo, condizionando gli eventi.</p>
<p>Sono convinto dunque che sul piano storico il post-Concilio non si  può spiegare senza il Concilio, così come il Concilio non si può  spiegare senza il pre-Concilio, perché nella storia ogni effetto ha una  causa e ciò che avviene si inquadra in un processo, che spesso è  addirittura plurisecolare e tocca non solo il campo delle idee, ma  quello della mentalità e dei costumi.</p>
<p><strong>A nessuno dovrebbe essere sfuggito che la Chiesa negli ultimi 50  anni vive un tempo drammatico di crisi. Secondo Lei, quali sono le cause  di questa crisi? Il concilio può essere considerato “causa principale”  dell’obnubilamento della fede cattolica?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> La crisi esiste ed è, a mio parere, più profonda di  quanto si possa immaginare, ma il Concilio non può essere considerato  come la sua unica causa. I mali della Chiesa precedono il Concilio, lo  accompagnano e, naturalmente, lo seguono. Questi mali in Concilio non  sono nati, ma esplosi.</p>
<p>Non a caso il mio libro non si apre con la data di inizio del  Concilio Vaticano II ma col modernismo e con l’analisi degli errori  teologici e intellettuali affiorati nei pontificati compresi tra quello  di Pio X e Pio XII. Il modernismo, duramente colpito e combattuto da san  Pio X, dopo essere apparentemente scomparso, è pian piano riemerso  nella storia della Chiesa, e con sempre maggiore prepotenza, fino a  sfociare nel Concilio Vaticano II.</p>
<p>La pretesa di rimuovere dal Concilio ogni responsabilità della crisi  presente, per addossarla solo a una cattiva lettura dei suoi documenti  mi sembra un&#8217;operazione intellettuale che va contro la storia e che non  rende neppure un buon servizio alla Chiesa. Chi sarebbe responsabile  infatti di questa cattiva interpretazione dei documenti se non i Papi  successivi al Concilio che l&#8217;hanno permessa?</p>
<p><strong>Un punto nodale della discussione sul concilio può essere  individuato nella definizione di “Tradizione”. A Suo avviso qual è il  rapporto tra Magistero e Tradizione?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> Benedetto XVI, nel recente documento “Verbum  Domini”, ha definito la Tradizione, assieme alla Scrittura, “suprema  regola della fede”. Nella Chiesa infatti, la “regola della fede” non è  né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, in  ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, ovvero il  Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle  due fonti della Parola di Dio. Essa è infallibilmente insegnata dal Papa  e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l&#8217;assistenza  dello Spirito Santo.</p>
<p>Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel  malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero  vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla  Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero  “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé  infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la  predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a  determinate condizioni. La Tradizione, infatti è sempre divinamente  assistita; il Magistero lo è solo quando si esprime in modo  straordinario, o quando, in forma ordinaria, insegna con continuità nel  tempo una verità di fede e di morale.</p>
<p>Il fatto che il Magistero ordinario non possa insegnare costantemente  una verità contraria alla fede, non esclude che questo stesso Magistero  possa cadere per accidens in errore, quando l’insegnamento è  circoscritto nello spazio e nel tempo e non si esprime in maniera  straordinaria. L’”ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto  XVI non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio  Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce  dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai  si interrompe.</p>
<p>Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio  ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire,  paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere  interpretato.</p>
<p><strong>La lettura del Suo libro suggerisce di non sottovalutare il ruolo  di Paolo VI durante il concilio e nel tempo seguente. Contro le diverse  rappresentazioni che distorcono l’immagine del Papa, Lei rende visibile  un Papa, che agisce in modo tutt’altro che esitante, ma che è  assolutamente deciso nella consapevolezza dei suoi scopi. Questo vale  soprattutto per l’influsso che il Pontefice aveva sulla riforma  liturgica postconciliare.<br />
</strong><br />
<strong>Come valuta questo “autoritarismo” di fronte al “liberalismo” presente nel pensiero e operato di Paolo VI?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> Questa apparente contraddizione non deve  meravigliare. Nella storia della Chiesa incontriamo spesso Papi  intransigenti nelle idee, ma miti nel temperamento, come il Beato Pio IX  o san Pio X (“fortiter in re, suaviter in modo” era il suo motto) e  altri più flessibili nella dottrina, ma più autoritari nel carattere,  come Clemente XIV, il Papa che nel 1773 soppresse i gesuiti.</p>
<p>Quel che è certo è che, per quanto riguarda, ad esempio, la riforma  liturgica, mons. Annibale Bugnini non fu l&#8217; “artefice” di essa, al  contrario di quanto molti pensano, ma un fedele esecutore delle  direttive di Papa Montini. Il segretario personale di mons. Bugnini,  padre Gottardo Pasqualetti, mi confermò personalmente che quasi ogni  giorno Paolo VI incontrava Bugnini per concordare con lui i passi, in  avanti o indietro, da percorrere per realizzare la Riforma. A mio parere  una seria biografia di Paolo VI è ancora da scrivere.</p>
<p><strong>Il concilio e il comunismo: come giudica la mancata condanna del  comunismo da parte del concilio? Quali sono state le conseguenze,  innanzitutto in vista della rivoluzione culturale del 68? Si può parlare  di un cambio di paradigma nella posizione della Chiesa e del suo  magistero?</strong></p>
<p><strong>de Mattei:</strong> La mancata condanna del comunismo da parte di un  Concilio che si proponeva di occuparsi del problemi del mondo a lui  contemporaneo mi sembra un&#8217;omissione imperdonabile. La costituzione  conciliare “Gaudium et spes” cercava il dialogo con il mondo moderno,  nella convinzione che l’itinerario da esso percorso, dall’umanesimo e  dal protestantesimo, fino alla Rivoluzione francese e al marxismo, fosse  un processo irreversibile. La modernità era in realtà alla vigilia di  una crisi profonda, che avrebbe manifestato i suoi primi sintomi, di lì a  pochi anni, nella Rivoluzione del ’68.</p>
<p>I Padri conciliari avrebbero dovuto compiere un gesto profetico  sfidando la modernità piuttosto che abbracciarne il corpo in  decomposizione, come purtroppo avvenne. Ma oggi dobbiamo chiederci:  erano profeti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale  del comunismo reclamando una sua solenne condanna o chi riteneva, come  gli artefici dell’Ostpolitik, che col comunismo occorreva trovare un  accordo, un compromesso, perché il comunismo interpretava le ansie di  giustizia dell’umanità e sarebbe sopravvissuto uno o due secoli almeno,  migliorando il mondo?</p>
<p><strong>Nonostante un “atto di liberazione” negli ultimi anni – reso  possibile in particolare dalle potenzialità di networking comunicativo  attraverso internet, del quale anche Lei si serve in misura ampia – si  può constatare quanto la parte “conservatrice” sia incapace di una  resistenza organizzata e comune: una mancanza di “volontà di lotta” che  Lei spesso sottolinea e che perdura sino ai giorni di oggi.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quali sono, secondo Lei, le cause di questa situazione? Perché  sembra essere così difficile contrastare il modernismo su un piano  razionale, filosofico e teologico?</strong></p>
<p>A mio avviso la causa principale della sconfitta dei conservatori, e  la radice della debolezza della Chiesa contemporanea, sta nella perdita  di quella visione teologica, caratteristica del pensiero cristiano, che  interpreta la storia come lotta incessante, fino alla fine dei tempi,  tra le due città agostiniane: quella di Dio e quella di Satana.</p>
<p>Quando, il 12 ottobre 1963, mons. Franić, vescovo croato di Spalato,  propose che, nello schema “De Ecclesia”, al nuovo titolo di Chiesa  “pellegrinante” fosse aggiunta la denominazione tradizionale di  “militante”, la sua proposta fu rifiutata. L’immagine che la Chiesa  avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della  condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della  collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini.</p>
<p>La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della  dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e  militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea  democratica, dialogante e inserita nella Storia. In realtà la Chiesa che  soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo  sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo  spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro  tempo.</p>
<p><strong>Infine, una domanda sulla liturgia. L’arcivescovo di Colombo, Sua Eminenza Albert Malcolm Card. Ranjith, ha detto recentemente:</strong></p>
<p><strong>“Il simbolismo liturgico ci aiuta a superare ciò che è umano verso  ciò che è divino. In questo, è mia ferma convinzione che il Vetus Ordo  rappresenti in larga misura e nel modo più appagante &#8211; mistico e  trascendente &#8211; ad un incontro con Dio nella liturgia. Per questo ora è  arrivato il tempo per noi non solo di rinnovare, attraverso cambiamenti  radicali, il contenuto della liturgia nuova, ma anche per incoraggiare  sempre più un ritorno del Vetus Ordo, inteso come il modo per un vero  rinnovamento della Chiesa, che era ciò che i Padri Conciliari seduti nel  Concilio Vaticano II desideravano.</strong></p>
<p><strong>Quindi è giunto il momento per noi di essere coraggiosi e lavorare  per una vera riforma della riforma e anche un ritorno alla vera  liturgia della Chiesa, che si era sviluppata sulla sua bimillenaria  storia in un flusso continuo. Auguro e prego che ciò possa accadere”  (Lettera del 24 agosto 2011 ai partecipanti della XX Assemblea Generale  della “Foederatio Internationalis Una Voce”, 5 – 6 novembre 2011, Roma).</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Non c’è rinnovamento della Chiesa senza un vero rinnovamento  liturgico. In che cosa consiste, secondo Lei, il significato della  liturgia nella forma straordinaria del Rito Romano che dal motu proprio  “Summorum Pontificum” gode di nuovo del pieno diritto di cittadinanza  nella Chiesa? Si tratta veramente “di un uso duplice dell’unico e  medesimo Rito” (Benedetto XVI, Lettera in occasione della pubblicazione  del motu proprio “Summorum Pontificum”, 7 luglio 2007) o si deve  considerare la “forma” oggi “ordinaria” come “passaggio” di quel ritorno  alle origini nelle quali risiede il vero futuro?</strong></p>
<p>Unico è certamente il Santo Sacrificio, ma il “Novus ordo” di Paolo  VI è, mi sembra, profondamente diverso, nello spirito e nella forma, dal  Rito romano antico. In quest&#8217;ultimo Rito io vedo non il passato, ma il  futuro della Chiesa. La liturgia tradizionale costituisce infatti la  risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista, che ci  aggredisce.</p>
<p>Benedetto XVI ha restituito a piena cittadinanza al Rito romano  antico. Sono certo che esso conoscerà nella Chiesa e nella società nuovo  sviluppo e nuovo splendore. La “Riforma della Riforma” di cui si parla  ha senso e valore solo in quanto “transizione” del “novus ordo” verso il  rito tradizionale, e non in quanto pretesto per l’abbandono di  quest&#8217;ultimo, che deve essere mantenuto nella sua integrità e purezza.</p>
<p>Il problema di fondo tuttavia mi sembra quello di recuperare una  visione teologica ed ecclesiologica fondata sulla dimensione del  trascendente e del sacro. Ciò significa che è necessario riconquistare i  principi fondamentali della teologia cattolica, a cominciare da  un’esatta concezione del santo Sacrificio della Messa.</p>
<p>È necessario inoltre che l’idea di sacrificio permei la società nella  forma, oggi quanto mai abbandonata, di spirito di sacrificio e di  penitenza. Questa, e non altra, è l’”esperienza di sacro” di cui la  nostra società ha urgente bisogno. Senza di essa è difficile immaginare  un ritorno alla Liturgia autentica che abbia al suo centro l’adorazione  dovuta all’unico vero Dio.</p>
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		<title>La devozione agli angeli antidoto contro i poteri forti</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 14:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vitto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Roberto de Mattei su Radici Cristiane di gennaio 2012) Di fronte alla dittatura del relativismo e allo strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di impotenza assale talvolta i cattolici e gli uomini di buona volontà. Eppure &#8230; <a href="http://www.robertodemattei.it/2012/01/13/474/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-475" title="San Michele Arcangelo" src="http://www.robertodemattei.it/wp-content/uploads/2012/01/San-Michele-Arcangelo.jpg" alt="" width="141" height="200" />(di <strong>Roberto de Mattei</strong> su <a href="http://www.radicicristiane.it/" target="_blank"><em>Radici Cristiane</em></a> di gennaio 2012) Di fronte alla dittatura del relativismo e allo  strapotere dei “poteri forti”, un senso di sgomento e di impotenza  assale talvolta i cattolici e gli uomini di buona volontà. Eppure la storia non è irreversibile e chi combatte in difesa  dell’ordine naturale e cristiano può ottenere vittorie inaspettate,  confidando nell’aiuto della Divina Provvidenza. La caratteristica principale dei cosiddetti “poteri forti” non è solo  la potenza, ma anche la poca trasparenza con cui essi operano nella  società. Si chiamino Gruppo Bilderberg o Commissione Trilaterale, questi  potentati promuovono in maniera discreta ma efficace l’avvento di  governi di “eccezione” affidati a una casta dirigente tecnocratica.</p>
<p><span id="more-474"></span></p>
<p>La tecnocrazia è il potere esercitato da un ristretto gruppo di  uomini, di formazione scientifica, che si presentano come “esperti” e  rivendicano a sé le decisioni ultime in materia di organizzazione della  società. Uno dei classici slogan tecnocratici è quello del superamento  delle ideologie, in nome dell’efficienza e del pragmatismo.</p>
<p>In realtà la tecnocrazia è essa stessa un’ideologia, fondata sul  primato della scienza e dell’economia. Lo studioso spagnolo Juan Vallet  de Goytisolo indica come dogmi della tecnocrazia il<em> relativismo</em>, che permette al tecnocrate di usare, senza remore morali, i mezzi più efficaci per raggiungere il suo scopo, l’<em>evoluzionismo</em>, che offre al relativismo un sostegno pseudo-mistico e il <em>naturalismo</em> che permette ai due primi dogmi di rimanere sul piano della pura  “prassi”, per evitare che possano essere smentiti sul piano dei principi  (<em>Ideologia, praxis y mito de la tecnocrazia</em>, Madrid 1971).</p>
<p>I regimi tecnocratici sono preceduti da campagne di discredito della  politica considerata come regno dell’incompetenza e della corruzione. Il  fine è quello di sostituire la democrazia con governi dittatoriali o  “forti”, col pretesto dell’emergenza economica.</p>
<p>La tecnocrazia, però, non è solo un forte potere esecutivo e una  ferrea organizzazione burocratica: essa si presenta innanzitutto come  una forma di conoscenza “scientifica”, superiore a quella comune, a cui  si accede attraverso particolari scuole, università, associazioni  visibili od occulte che ne “illuminano” i percorsi. Quando questa  conoscenza iniziatica passa dal campo economico a quello religioso e  morale, assume il carattere di una “gnosi”, nel senso proprio del  termine.<em> </em></p>
<p><em>Lo scrittore francese Lous Damènie ha messo in luce le relazioni  della tecnocrazia con le correnti massoniche ed esoteriche che mirano al  capovolgimento dell’ordine naturale delle cose e auspicano una Chiesa  Universale dell’Uomo realizzata attraverso l’egemonia degli apparati  tecnici e scientifici </em>(<em>La tecnocrazia</em>, tr. it., Milano 1985).</p>
<p>La “Madre” dei poteri forti scientisti e tecnocratici, secondo il  Magistero della Chiesa, è la Massoneria. Tra le quasi seicento condanne  dal 1738 ad oggi, ricordiamo quelle di Papa Leone XIII nelle encicliche <em>Humanum genus </em>del 20 aprile 1884 e<em> Inimica vis</em> dell’8 dicembre 1892.</p>
<p>Oggi la Massoneria è una galassia ramificata tra logge e “obbedienze”  di vario genere, ma tutte accomunate dal rifiuto della Verità salvifica  della Chiesa. Il sogno della Massoneria è sempre stato quello di una  repubblica universale in cui la Verità cattolica, messa al bando, non  conosca possibilità di esilio, ma solo l’alternativa tra il martirio e  l’adorazione del Vitello d’oro.</p>
<p>L’equiparazione delle religioni, secondo Leone XIII, è un criterio «<em>adottato  con lo scopo di annientare tutte le religioni e, segnatamente quella  cattolica che, essendo tra tutte l’unica vera, non può, se non con somma  ingiustizia, essere posta su di un piano di parità rispetto alle altre</em>» (<em>Humanum Genus</em>).</p>
<p>Massonerie e poteri forti, per le risorse politiche, economiche e  finanziarie di cui godono, possono sembrare invincibili. Si dimentica  però che anche i cattolici hanno i loro “poteri forti”, a cominciare  dalla stessa Chiesa, che è forte non per l’influenza politica ed  economica che esercita, ma per la capacità che ha, Essa sola, di  condurre le anime alla loro patria celeste.</p>
<p>Leone XIII nell’enciclica <em>Humanum Genus</em> ricorda che il genere umano, dopo la ribellione di Lucifero, «<em>si  divise come in due campi diversi e nemici tra loro: l’uno dei quali  combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per  il trionfo del male e dell’errore</em>». Tutto ebbe origine da quegli atti di fedeltà e di ribellione all’inizio del tempo.</p>
<p>Da allora Dio, causa prima di tutto ciò che esiste, si serve degli  angeli quali cause seconde per reggere l’universo da Lui creato. San  Tommaso afferma che «<em>tutte le cose fisiche sono governate dagli angeli</em>» (<em>Summa theologica</em>,  I, q. 110, a. 1). Dio, spiega il Dottore Angelico, governa gli esseri  inferiori attraverso quelli superiori perché vuole comunicare  generosamente anche alle creature la dignità della causalità. Ciò  significa che gli Angeli governano tutto ciò che si muove nell’universo,  dall’immenso e maestoso mondo degli astri agli esseri umani, creati a  immagine e somiglianza di Dio. Attraverso gli Angeli, ad ogni istante e  in ogni circostanza della nostra esistenza, Dio esercita su di noi  un’azione profonda e invisibile, per condurci al nostro fine  soprannaturale.</p>
<p>L’universo è governato dagli angeli, presenti in ogni attimo e in  ogni luogo come strumenti della Divina Provvidenza, messaggeri di  grazie, protagonisti e testimoni dei piani divini. È per questo che noi  preghiamo l’Angelo custode di “reggerci” e di “governarci”.</p>
<p>Sotto questo aspetto, la devozione agli Angeli è più importante di  quella ai santi. I santi infatti sono modelli di virtù che dobbiamo  imitare e pregare perché intercedano per noi. Essi non hanno però, se  non in casi straordinari, quel potere sulle creature che gli angeli  hanno in maniera ordinaria per decreto divino.</p>
<p>Nulla può opporsi alla forza della “potestà” e dei “principati” che  reggono l’universo. La Madonna, associata da Gesù Cristo, Signore del  Cielo e della Terra, a regnare con Lui su di ogni cosa è venerata perciò  come “Regina degli Angeli” e guida lo schieramento delle milizie  celesti.</p>
<p>Gli Angeli, dal primo momento della creazione, si sono schierati pro o  contro Dio, per l’eternità. Questa scelta noi dobbiamo farla nel tempo  storico in cui viviamo e il culto degli angeli ci aiuta a servire Dio e a  combattere con efficacia i suoi avversari. Per questo la devozione agli  angeli, poco praticata dai cristiani, è il migliore antidoto contro i  poteri forti, naturali e preternaturali, che ci minacciano.</p>
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		<title>Oltraggi blasfemi: il testo del video di R. de Mattei contro Castellucci</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Roberto de Mattei su Corrispondenza Romana dell&#8217;11/01/2012) In quest’anno che si apre, se solleviamo lo sguardo ai grandi problemi del nostro tempo, non possiamo nasconderci l’esistenza di una realtà minacciosa che si allarga nel mondo: il suo nome è &#8230; <a href="http://www.robertodemattei.it/2012/01/12/oltraggi-blasfemi-il-testo-del-video-di-r-de-mattei-contro-castellucci/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-468" title="Castellucci" src="http://www.robertodemattei.it/wp-content/uploads/2012/01/Castellucci-300x150.jpg" alt="" width="292" height="146" />(di<strong> Roberto de Mattei </strong>su<a href="http://www.corrispondenzaromana.it/oltraggi-blasfemi-il-testo-del-video-di-r-de-mattei-contro-castellucci/" target="_blank"><em> Corrispondenza Romana</em></a> dell&#8217;11/01/2012) In quest’anno che si apre, se  solleviamo lo sguardo ai grandi problemi del nostro tempo, non possiamo  nasconderci l’esistenza di una realtà minacciosa che si allarga nel  mondo: il suo nome è cristianofobia. La tragica situazione dei cristiani  in Nigeria, sottoposti a violenze di ogni genere, non solleva  l’interesse dei media, né della politica internazionale, eppure è solo  un episodio di un fenomeno più vasto, esteso ai cinque continenti. Dico  cinque continenti perché il nostro, l’Europa, non ne è immune.  <span id="more-467"></span></p>
<p>Non esiste solo la persecuzione violenta dei cristiani attuata  attraverso le bombe, le stragi, gli attentati, esiste anche una  persecuzione incruenta, che tocca le anime e non i corpi, e che però è  altrettanto violenta di quella sanguinaria.</p>
<p>Una delle ultime espressioni della cristianofobia europea è uno  spettacolo blasfemo che dopo essere stato rappresentato in Francia andrà  in scena a Milano dal 24 al 28 gennaio. Il titolo è Sul concetto di  volto di Dio e l’autore è un italiano, il cui nome va consegnato alla  vergogna della storia: Romeo Castellucci.</p>
<p>La storia è quella di un ambiguo e morboso rapporto tra un padre, che  per la vecchiaia diviene incontinente, e un figlio che ne ripulisce le  feci. La scena è dominata da una gigantografia di Cristo, nella celebre  raffigurazione del Salvator Mundi di Antonello da Messina, e il momento  centrale è quello in cui il Volto di Gesù viene inondato di liquami ed  escrementi. Si tratta di una rappresentazione blasfema e provocatoria,  che aggredisce ciò che per i cattolici è di più sacro.</p>
<p>Bestemmia significa mescolare il sacro con il profano, il puro con  l’impuro. Ma cosa c’è di più puro del Santo Volto di Cristo,  tramandatoci dalla Sindone e dal velo della Veronica: il Volto di Dio  che si è fatto uomo e che nella sua infinita bellezza esprime la sua  divinità? E cosa c’è di più basso e impuro in un uomo delle sue feci?  Insozzare il volto sublime di Cristo con la materia fecale è quanto di  più blasfemo si possa immaginare: è un atto di violenza contro Gesù  Cristo e contro tutti coloro che in Lui credono e sperano.</p>
<p>Il regista nega che si tratti di escrementi, ma così è stato in  Francia e non si capisce come, a Milano, gli escrementi possano  trasformarsi in inchiostro, o in altro genere di liquame.<br />
La realtà è che il laicismo vuole emancipare da Dio ogni aspetto della  vita umana, ma poi questo sacro separato dal profano viene miscelato in  modo oltraggioso e provocatorio.</p>
<p>Tutto ciò ha una spiegazione: è la ideologia anticristiana che ha i  suoi esponenti contemporanei in autori come la psicanalista Julia  Kristeva che frequenta il Cortile dei Gentili e che, alla scuola di  Freud, teorizza l’estetica liberatrice dell’abiezione e dell’immondo.</p>
<p>Non si può vilipendere il Presidente della Repubblica perché si viola  la legge italiana; non si può insultare Maometto perché si cade sotto  la legge vendicatrice della sharia musulmana. L’unico insulto permesso è  quello al Dio dei cattolici.</p>
<p>«Il Tuo volto Signore io cerco» dicono i Salmi. Quel volto di  insondabile profondità, di abbagliante maestà, di immensa bontà, in cui  si rispecchia la Chiesa e la Creazione stessa, quel Volto che è stato e  deve essere oggetto di culto e di devozione, è imbrattato pubblicamente.  Cosa c’è di più blasfemo di questo?</p>
<p>I cattolici, a Milano e in Italia, taceranno? Sulla cattedra che fu  di sant’Ambrogio siede ora un nuovo arcivescovo, Sua Eminenza Angelo  Scola. Sant’Ambrogio passò alla storia per aver sfidato l’imperatore  Teodosio. Perché il card. Scola non dovrebbe sfidare il nuovo Impero,  quello dei media, pronto a scatenarsi contro chiunque alzi la voce  contro la blasfemia? E perché il card. Bagnasco, presidente della  Conferenza Episcopale Italiana non dovrebbe anch’egli levare la sua  voce? La missione della Chiesa non è forse quella di affrontare i  potenti, di sfidare il giudizio del mondo? E non reagiranno i cattolici  con le armi, pacifiche, della parola e della preghiera?</p>
<p>Che nessuno dica che la protesta equivarrebbe a pubblicizzare lo  spettacolo blasfemo perché la blasfemia è già pubblica e pubblicizzata e  ciò che oggi è necessario è proprio la reazione pubblica dei cattolici.  Se chi ha il diritto e il dovere di reagire tace, solo la bestemmia  pubblica resta.</p>
<p>Oggi si parla molto di “indignati”. Anche noi, cattolici, abbiamo il  diritto di essere indignati e di esprimere pubblicamente la nostra  indignazione. Indignazione, protesta, riparazione, non possono che  trovare il consenso, non solo dei cattolici, ma di tutti coloro che  credono nelle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa. Radici  inestirpabili, radici non storiche, ma costitutive, in nome delle quali,  sin da ora, assicuriamo la nostra adesione a ogni voce antiblasfema che  si leverà in Italia. (Roberto de Mattei)</p>
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