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«Non possumus!»

«Non possumus!» (Roberto de Mattei, Radici Cristiane, 05 dicembre 2015)

Coloro che ai nostri giorni difendono strenuamente la santità dei Sacramenti del Matrimonio e dell’Eucaristia vengono etichettati come farisei. Tuttavia, dal momento che il principio logico di non contraddizione è valido ed il senso comune funziona ancora, è vero il contrario.

Son più simili ai farisei coloro che offuscano la Verità divina nella Relazione Finale. Pur di conciliare una vita adultera con la ricezione della Santa Comunione, si sono abilmente inventati nuovi significati, una nuova legge di «discernimento e integrazione», introducendo nuove tradizioni umane contro il cristallino Comandamento di Dio. Ai sostenitori della cosiddetta agenda Kasper sono rivolte queste parole di Verità incarnata: «Avete fatto decadere la Parola di Dio con la tradizione che voi avete tramandato» (Mc 7, 13).

Coloro che per duemila anni han parlato incessantemente e con la massima chiarezza dell’immutabilità della Verità divina, spesso a costo della propria vita, oggi verrebbero pertanto etichettati come farisei: così san Giovanni il Battista, san Paolo, sant’Ireneo, sant’Atanasio, san Basilio, san Tommaso Moro, san Giovanni Fisher, san Pio X, solo per citarne gli esempi più luminosi.

Il vero risultato del Sinodo nella percezione tanto dei fedeli quanto dell’opinione pubblica secolarizzata è l’impressione che, in pratica, si sia focalizzata soltanto la questione dell’ammissione delle persone divorziate alla Santa Comunione. Si può affermare che il Sinodo in un certo senso si sia rivelato agli occhi dell’opinione pubblica come il Sinodo dell’adulterio, non della Famiglia. In effetti, tutte le belle affermazioni della Relazione Finale sul matrimonio e sulla famiglia vengono poste in ombra dalle dichiarazioni ambigue dei brani sui divorziati risposati, argomento peraltro già definito e risolto dal Magistero degli ultimi Pontefici Romani in fedele conformità all’insegnamento bimillenario ed alla prassi della Chiesa. è pertanto una vera vergogna che i Vescovi cattolici, i successori degli Apostoli, abbiano utilizzato le assemblee sinodali per attentare alla costante ed immutabile prassi della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio ovvero sulla non ammissione ai Sacramenti dei divorziati, che vivano un’unione adulterina.

Nella sua lettera a papa Damaso, san Basilio ha tracciato un quadro realistico della confusione dottrinale provocata all’epoca da quegli ecclesiastici alla ricerca di un vacuo compromesso e di un accomodamento allo spirito del mondo: «Le tradizioni non sono fissate a nulla; i piani degli innovatori sono di moda nelle chiese; vi son più ideatori di astuti meccanismi che teologi; la sapienza di questo mondo conquista i riconoscimenti più alti e rifiuta la gloria della Croce. Gli anziani si rammaricano, quando confrontano il presente al passato. Ancor più v’è da compatire i più giovani, poiché non sanno nemmeno di cosa siano stati privati» (Ep. 90, 2).

In una lettera a papa Damaso ed ai Vescovi occidentali, san Basilio descrisse così la confusa situazione vigente nella Chiesa: «Le leggi della Chiesa sono preda della confusione. L’ambizione degli uomini, che non hanno timore di Dio, li fa balzare ai posti più elevati e chi magnifica il rito è ora conosciuto da tutti come preda dell’empietà. L’esito è che più un uomo bestemmia, più la gente pensa che sia un vescovo. La dignità clericale è una cosa del passato. Non vi è alcuna conoscenza precisa dei Canoni. Vi è totale immunità nel peccare; chi ha raggiunto un determinato incarico col favore degli uomini, è obbligato a restituirlo, mostrandosi in continuazione indulgente verso i trasgressori. Anche il retto giudizio è una cosa del passato ed ognuno procede secondo le brame del proprio cuore.

Chi detiene l’autorità ha paura di parlare, chi ha raggiunto il potere in virtù dell’umano interesse è schiavo di coloro ai quali deve la propria affermazione. Ed ora rivendicare l’autentica ortodossia viene visto in taluni ambienti come l’opportunità per attaccarsi reciprocamente; gli uomini occultano nell’intimo la loro cattiva volontà e pretendono che il loro atteggiamento ostile tragga interamente motivo dall’amore della verità. Mentre i miscredenti ridono, gli uomini deboli nella fede restano scossi, il credere è incerto, le anime sono immerse nell’ignoranza, poiché chi adultera le parole imita la verità. I migliori tra i laici evitano le chiese come cattedre di empietà e levano le loro mani al cielo nel deserto con sospiri e lacrime rivolti al loro Signore. La fede ricevuta dai Padri, quella che sappiamo segnata col simbolo degli Apostoli, a questa fede noi diamo il nostro assenso, così come a tutto quanto in passato era stato promulgato canonicamente e legalmente» (Ep. 92, 2).

Ogni periodo di confusione nella storia della Chiesa è allo stesso tempo un periodo in cui è possibile ricevere grandi grazie di forza e di coraggio, nonché un’opportunità di mostrare il proprio amore per Cristo, Verità incarnata. A Lui ogni battezzato, ogni sacerdote ed ogni Vescovo ha promesso fedeltà inviolabile, ciascuno nel proprio stato: mediante le promesse battesimali, quelle sacerdotali e quella solenne dell’ordinazione episcopale: «Io manterrò puro ed integro il deposito della fede, secondo la tradizione sempre ed ovunque preservata nella Chiesa». L’ambiguità contenuta nella sezione divorziati risposati della Relazione Finale contraddice il solenne giuramento episcopale sopra riportato. Nonostante ciò, tutti nella Chiesa – dal semplice fedele ai detentori del Magistero – dovrebbero dire:

« “Non possumus!”. Io non accetterò  un discorso nebuloso né una porta secondaria abilmente occultata per profanare il Sacramento del Matrimonio e dell’Eucaristia. Allo stesso modo, non accetterò che ci si prenda gioco del sesto Comandamento di Dio. Preferisco esser io ridicolizzato e perseguitato piuttosto che accettare testi ambigui e metodi non sinceri. Preferisco la cristallina “immagine di Cristo Verità all’immagine della volpe ornata con pietre preziose” (S. Ireneo), perché «conosco ciò in cui ho creduto», “Scio cui credidi” (II Tm 1, 12)».

Fonte: Radici Cristiane

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