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Le incognite della fine di un pontificato

(Roberto de Mattei, Corrispondenzaromana.it, 01 luglio 2020)

Le dimissioni di Benedetto XVI saranno ricordate come uno degli eventi più catastrofici del nostro secolo, perché hanno aperto la porta non solo a un disastroso pontificato, ma soprattutto a una situazione di caos crescente nella Chiesa. A oltre sette anni dallo sciagurato 11 febbraio 2013, la vita di Benedetto XVI e il pontificato di papa Francesco volgono inesorabilmente al termine. Non sappiamo quale dei due eventi precederà l’altro, ma in entrambi i casi, il “fumo di Satana” rischia di avvolgere il Corpo Mistico di Cristo come forse mai è accaduto nella storia.

Il pontificato bergogliano è arrivato alla fine, se non dal punto di vista cronologico, certamente dal punto di vista del suo impatto rivoluzionario. Il Sinodo post-amazzonico è fallito e l’Esortazione Querida Amazonia dello scorso 2 febbraio è stata la pietra tombale di tante speranze del mondo progressista, soprattutto di area tedesca. Il Coronavirus, o Covid-19, ha definitivamente posto fine agli ambiziosi progetti pontifici per il 2020, consegnandoci l ‘immagine storica di un Papa solitario e sconfitto, immerso nel vuoto di una spettrale piazza san Pietro. D’altra parte, la Divina Provvidenza, che regola sempre tutte le vicende umane, ha permesso che Benedetto XVI assistesse allo sfacelo seguito alla sua abdicazione. Ma il peggio deve probabilmente ancora venire.

Era logico prevedere che con la convivenza di “due Papi” in Vaticano, una parte del mondo conservatore, disgustato da Francesco avrebbe rivolto lo sguardo a Benedetto, considerandolo il “vero Papa”, contrapposto al “falso profeta”. Pur convinti degli errori di papa Francesco, questi conservatori non hanno voluto seguire la strada aperta dalla Correctio filialis consegnata a papa Francesco l’11 agosto 2016. La vera ragione della loro riluttanza sta probabilmente nel fatto che la Correctio mette in rilievo come la radice delle deviazioni bergogliane risale ai pontificati di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II e, prima ancora, al Concilio Vaticano II. Per molti conservatori, invece, l’ermeneutica della continuità di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, non ammette fratture e poiché il pontificato bergogliano sembra rappresentare la negazione di questa ermeneutica, l’unica soluzione per risolvere il problema è quella di eliminare Francesco dall’orizzonte.

Lo stesso Benedetto, attribuendosi il titolo di Papa emerito, continuando a vestire di bianco e impartendo la benedizione apostolica, ha compiuto gesti che sembrano incoraggiare questa impervia opera di sostituzione del Papa nuovo con l’antico. L’argomento princeps è però la distinzione tra munus e ministerium, con la quale Benedetto è sembrato voler conservare per sé una sorta di pontificato mistico, lasciando a Francesco l’esercizio del governo. L’origine della tesi risale a un discorso di mons. Georg Gänswein del 20 maggio 2016 alla Pontificia Università Gregoriana, in cui egli affermava che papa Benedetto non aveva abbandonato il suo ufficio, ma gli aveva dato una nuova dimensione collegiale, rendendolo un ministero quasi-condiviso («als einen quasi gemeinsamen Dienst»). A nulla vale che lo stesso mons. Georg Gänswein, in una dichiarazione a LifeSiteNews del 14 febbraio 2019, abbia riaffermato la validità della rinuncia all’ufficio petrino di Benedetto XVI, affermando che «c’è solo un Papa legittimamente eletto, ed è Francesco». Ormai l’idea di una possibile ridefinizione del munus petrino era lanciata. E di fronte all’obiezione che il Papato è uno e indivisibile e non può tollerare scissioni al suo interno, la replica di questi conservatori è che proprio questo fatto prova l’invalidità delle dimissioni di Benedetto XVI. L’intenzione di Benedetto – essi dicono – era quella di conservare il pontificato, supponendo che l’ufficio potesse biforcarsi in due; ma ciò è un errore sostanziale, perché la natura monarchica e unitaria del Papato è di diritto divino. La rinuncia di Benedetto XVI, perciò, sarebbe invalida.

E’ facile controbattere che se fosse provato che Benedetto XVI aveva l’intenzione di scindere il pontificato, modificando la costituzione della Chiesa, sarebbe caduto in eresia; e poiché questa concezione eretica del Papato sarebbe certamente anteriore alla sua elezione, l’elezione di Benedetto dovrebbe essere ritenuta invalida per lo stesso motivo per cui si ritiene invalida l’abdicazione. Egli non sarebbe in nessun caso Papa. Ma questi sono discorsi astratti, perché solo Dio giudica le intenzioni, mentre il diritto canonico si limita a valutare il comportamento esterno dei battezzati. Una sentenza celebre del diritto romano, ricordata sia dal cardinale Walter Brandmüller che dal cardinale Raymond Leo Burke, afferma che «De internis non iudicat praetor»; un giudice non giudica le cose interne. D’altra parte il canone 1526, § 1 del nuovo Codice di Diritto Canonico ricorda che: «Onus probandi incumbit ei qui asserit» (L’onere di fornire le prove tocca a chi asserisce). C’è una differenza tra indizio e prova. L’indizio suggerisce la possibilità di un fatto, la prova ne dimostrare la certezza. La regola di Agatha Christie, secondo cui tre indizi sono una prova, vale per la letteratura, ma non per i tribunali civili o ecclesiastici.

Inoltre, se il legittimo Papa è Benedetto XVI, che cosa accadrebbe se egli da un giorno all’altro morisse, o se invece, prima della sua morte, venisse a mancare papa Francesco? Dal momento che molti degli attuali porporati sono stati creati da papa Francesco e nessuno dei cardinali elettori lo considera un antipapa, la successione apostolica sarebbe interrotta, pregiudicando la visibilità della Chiesa. Il paradosso è che per provare l’invalidità della rinuncia di Benedetto si utilizzano sofismi giuridici, ma poi per risolvere il problema della successione di Benedetto o di Francesco, si dovrebbe ricorrere a soluzioni extra-canoniche. La tesi del visionario francescano Jean de Roquetaillade (Giovanni di Rupescissa: 1310-1365), secondo cui, nell’imminenza della fine dei tempi, apparirebbe un “Papa angelico” alla testa di una Chiesa invisibile, è un mito diffuso da molti pseudo-profeti, ma mai accolto dalla Chiesa. E’ questa la strada che imboccherebbe una parte del mondo conservatore? Sembra più logico ritenere che i cardinali riuniti in conclave per eleggere un nuovo Papa, dopo la morte o la rinunzia al pontificato di papa Francesco, sarebbero assistiti dallo Spirito Santo. E, se è vero che i cardinali potrebbero rifiutare l’influsso divino, eleggendo un Pontefice peggiore di papa Francesco, è anche vero che la Provvidenza potrebbe riservare sorprese inaspettate, come fu per l’elezione di Pio X o di altri grandi Papi nella storia.

Ciò di cui abbiamo bisogno è un Papa santo e, prima ancora, di un prossimo Papa. Con il titolo, The Next Pope, è uscito in questi giorni un ottimo libro del giornalista inglese Edward Pentin pubblicato da Sophia Institute Press (The Next Pope: The Leading Cardinal Candidates). Il principale merito di quest’opera di oltre 700 pagine, è di ricordarci che ci sarà un “prossimo Papa”, e di offrirci, attraverso i profili di 19 “papabili”, tutte le informazioni necessarie ad entrare nell’era post-francescana.

Occorre convincersi che l’ermeneutica della continuità è fallita, perché attraversiamo una crisi in cui ci si deve misurare sui fatti, e non sulle loro interpretazioni. «L’inaccettabilità di questo approccio – osserva giustamente Peter Kwasniewski – è dimostrata, tra l’altro, dal successo infinitesimale che i conservatori hanno avuto nel rovesciare le “riforme” disastrose, le tendenze, le abitudini e le istituzioni stabilite sulla scia e nel nome dell’ultimo Concilio, con l’approvazione o la tolleranza papale».

Papa Francesco non ha mai teorizzato l ‘ermeneutica della “discontinuità”, ma ha voluto realizzare il Vaticano II nella prassi e l’unica risposta vincente a questa prassi sta nella realtà concreta dei fatti teologici, liturgici, canonici e morali, e non in uno sterile dibattito ermeneutico. Sotto questo aspetto, il vero problema non sarà la continuità o la discontinuità del prossimo Pontefice con Papa Francesco, ma il suo rapporto con il nodo storico del Concilio Vaticano II. Alcuni conservatori vogliono eliminare papa Francesco, attraverso cavilli canonici, in nome dell’ermeneutica della continuità. Ma se è possibile accusare un Papa per la sua discontinuità con il suo predecessore, perché non ammettere la possibilità della discontinuità di un Concilio con i precedenti? In questo contesto vanno apprezzati i recenti interventi sul Vaticano II dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò e del vescovo ausiliare di Astana Athanasius Schneider, che hanno avuto il coraggio di affrontare un dibattito teologico e culturale che non si può eludere. Quest’opera di revisione storica e teologica del Vaticano II è necessaria per dissipare le ombre che si addensano sulla fine del pontificato, e anche per evitare una divisione che potrebbe porre i buoni cattolici di fronte alla scelta tra un Papa cattivo, ma legittimo, e un anti-papa di migliore dottrina, o “mistico”, ma purtroppo illegittimo. 

Fonte: Corrispondenzaromana.it

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