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Il viaggio di Francesco in Iraq: un primo bilancio

(Roberto de Mattei, radioromalibera.org, 08 marzo 2021)

Qual è stato il bilancio della visita compiuta da Papa Francesco in Iraq tra il 5 e il 10 marzo, una visita storica, la prima di un Pontefice in un Paese del Golfo, musulmano, a maggioranza sciita?

Sul piano umano non si può negare che sia stato un gesto coraggioso, qualcuno ha detto perfino temerario. Sul piano politico non ci saranno probabilmente grandi conseguenze. Ma il Papa è il Vicario di Cristo e a noi interessa un bilancio sul piano religioso.

Il 5 marzo, giungendo in Iraq, papa Francesco si è così rivolto alle autorità irachene: «Vengo come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà e vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, Principe della Pace».

Gesù Cristo è il principe della Pace, la vera pace, sotto l’unico Salvatore, ma Francesco non ha nominato Cristo nel suo discorso interreligioso fatto nella piana di UR, il 6 marzo.

Il 7 marzo papa Francesco è stato a Qaraqosh, dove nel 2014 la cattedrale fu profanata, le statue decapitate, i libri sacri bruciati.  Rivolgendosi ai cristiani di questo luogo, il Papa ha detto: «Guardandovi, vedo la diversità culturale e religiosa della gente di Qaraqosh, e questo mostra qualcosa della bellezza che la vostra regione offre al futuro. La vostra presenza qui ricorda che la bellezza non è monocromatica, ma risplende per la varietà e le differenze».

La diversità culturale e religiosa viene indicata da Francesco come migliore dell’unità religiosa, che è considerata “monocromatica”, più povera, perché ha un solo colore. Il modello dunque non è ’unità religiosa, né cristiana, né islamica. Il modello è la pluralità religiosa, perché «la bellezza non è monocromatica, ma risplende per la varietà e le differenze». Ciò porta alla conclusione che non c’è una religione che salva, ma tutte conducono a un medesimo Dio, che si può raggiungere attraverso strade diverse. Gesù Cristo non è l’unica Via, Verità e Vita, anche Maometto lo può essere, perché Allah, il dio dell’Islam, non è diverso da quello degli ebrei e dei cristiani. Ma se così è, perché rimanere cristiani in un paese islamico, a costo di tanti sforzi, di tante sofferenze, di tante persecuzioni che possono arrivare alla perdita di tutti i propri beni e della stessa vita?

Come contrasta questa idea con le parole di Nostro Signore che nel Vangelo dice: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10, 11-18)!

Papa Francesco ha parlato di Cristo nell’omelia della Messa del 7 marzo ad Erbil, affermando che «Lui solo, può purificarci dalle opere del male, Lui che è morto e risorto, Lui che è il Signore», ma poi, al termine della Messa, salutando il Patriarca della Chiesa Assira dell’Oriente, ha detto: «Grazie, grazie, caro Fratello! Insieme a lui abbraccio i cristiani delle varie confessioni: in tanti qui hanno versato il sangue sullo stesso suolo! Ma i nostri martiri risplendono insieme, stelle nello stesso cielo!».

C’è dunque un medesimo cielo, per un martire cristiano e per un martire islamico? Il paradiso celeste dei cristiani e quello terrestre dei musulmani è il medesimo?

Questa non è la religione cattolica, né quella musulmana, ma sembra essere una religione diversa, sincretistica e umanitaria, professata da colui che è il Vicario di Cristo, ma che non esercita il ruolo di Supremo pastore della Chiesa che Gesù Cristo gli ha affidato.

Questa è la triste e dolorosa realtà. Non abbiamo scoperto questa realtà nel viaggio in Iraq. Il viaggio in Iraq non ha aggiunto nulla di nuovo a quello che sapevamo, ma ha ragione il vaticanista John Allen, quando dice che il viaggio di Francesco in Iraq dal 5 all’8 marzo è, in effetti, non «il “più grande” viaggio papale di tutti i tempi, forse, ma il più emblematico, quello che meglio riassume lo spirito di un papato e il suo messaggio per il mondo nel suo momento storico».

Quale spirito e quale messaggio? Purtroppo sembra che il modello indicato ai credenti di tutto il mondo non sia più Roma, la cattedra della fede infallibile, ma l’Iraq la terra che fu di Abramo, ma anche della Torre di Babele. E l’utopia di Babele riappare nell’epoca confusa e drammatica della pandemia.

Fonte: radioromalibera.org

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