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Fatima centoquattro anni dopo (1917-2021)

(Roberto de Mattei, Radio Roma Libera, 10 maggio 2021)

Centoquattro anni sono passati dalle apparizioni della Madonna avvenute a Fatima il 13 maggio 1917. In questi centoquattro anni molti eventi annunciati da Nostra Signora ai tre pastorelli, Lucia, Giacinta e Francesco, si sono verificati, ma la profezia non è ancora compiuta.

Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, in cui tante anime sperano e in cui hanno intensamente confidato in questi 104 anni, non è ancora avverato. E’ imminente? E’ lontano? Nessuno di noi lo sa.

Considerando le cose da un punto di vista logico e umano dovremo dire che Dio è in ritardo, perché la Chiesa e la società intera sono in preda a una crisi senza precedenti, l’umanità non si è pentita, il demonio celebra la sua vittoria. Ma sappiamo anche che la Divina Provvidenza regola con Sapienza tutto ciò che accade nell’universo.

In questa prospettiva i tempi di Dio sono diversi da quelli degli uomini, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista che potremmo definire qualitativo.

Il punto di vista quantitativo è quello cronologico: si riferisce alla durata. Noi misuriamo il tempo secondo il metro della nostra fragile vita. Dio che è infinito e senza misura, ha come metro quello dell’eternità. Per questo afferma l’Ecclesiastico: “Il numero dei giorni degli uomini, a dir molto, è di cento anni: come una goccia d’acqua e come un granello d’arena del mare, così pochi sono gli anni nel giorno dell’eternità” (Eccl.. XVIII, 8)].

Se paragoniamo con l’eternità il tempo più lungo della vita umana, siano cento, siano duecento, siano novecento anni, come per coloro che vivevano prima del diluvio; questi anni, dice il padre Eusebio Nieremberg, sembreranno solo un istante a chi fissi lo sguardo sulla distesa immensa dell’eternità. Il tempo, che è così breve e scorrevole, ha però una qualità preziosissima ed è l’essere occasione dell’eternità, perché è qui, sulla terra, nel breve spazio della nostra vita, che noi decidiamo se essere eternamente felici, in Paradiso, o eternamente infelici nell’inferno.

A Fatima la Madonna ha insegnato ai tre pastorelli questa preghiera. “Mio Dio perdonate le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le anime soprattutto le più bisognose della sua misericordia”.

Questa preghiera accompagna ogni rosario e dovrebbe accompagnare ogni momento della nostra giornata, soprattutto nel mese di maggio, perché viene dal Cielo. Se la Madonna ha insegnato questa preghiera vuol dire che ne abbiamo bisogno, vuol dire che il pericolo dell’inferno, per noi e per tante anime è grande, è reale, è vicino. Stiamo in continuo pericolo e per questo dobbiamo vigilare continuamente, chiedendo l’aiuto di Dio. L’eternità ci aspetta.

Già comprendiamo da questa preghiera il valore inestimabile del tempo: un valore che non è legato alla sua durata, ma all’importanza delle scelte che facciamo in ogni momento della nostra vita. Questo aspetto qualitativo del tempo, che è il più misterioso, ci aiuta a comprendere il ritardo nel compimento della promessa di Fatima. Noi sappiamo che Dio è infinitamente giusto e infinitamente misericordioso, ma la nostra mente non riesce a pensare simultaneamente questi attributi di Dio, che in Lui coincidono nell’unico istante dell’eternità. Pensandoli separatamente, come è dato alla nostra intelligenza, possiamo capire però quando giungerà il compimento della promessa di Fatima.

Dio aspetta l’ora in cui Egli riceverà la massima gloria esercitando, nello stesso attimo, la suprema giustizia e la suprema misericordia. Suprema giustizia, castigando un mondo che ha rifiutato la grazia della conversione e che va rifatto dalle fondamenta; suprema misericordia, inaugurando un’era in cui coloro che sono rimasti fedeli, saranno riempiti delle sue grazie e con esse edificheranno il Regno sociale di Gesù e di Maria. Non il regno senza peccato di certe correnti millenariste, ma un Regno in cui il peccato, sul piano pubblico, subirà le stesse limitazioni a cui oggi è sottomessa la verità, ed è sottomesso il bene, ossia una radicale esclusione sociale.

E’ lecito desiderare il trionfo del Cuore Immacolato per assistervi, ma è più perfetto desiderarlo per adorare Dio che esercita la sua massima giustizia e misericordia. Dobbiamo desiderare non la fine dei nostri mali, che comunque termineranno con la nostra morte, ma la fine dei mali della Chiesa militante che, dopo la nostra morte, continuerà il suo cammino fino alla fine del mondo. E soprattutto dobbiamo desiderare il trionfo della Chiesa sul demonio e sulla Rivoluzione che da troppi secoli la aggredisce.

Fonte: Radio Roma Libera

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