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Le misteriose origini del coronavirus. Un contributo storico (3a parte)

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 18 agosto 2021)

La versione ufficiale sull’origine della pandemia

La biologia moderna ha uno dei suoi cardini nella teoria dell’evoluzione di Darwin. La legge dell’evoluzione regolerebbe la nascita e le mutazioni dei virus che si trasmetterebbero dall’animale all’uomo attraverso un processo naturale chiamato spillover (“salto di specie”).

SpilloverL’evoluzione delle pandemie è il titolo del saggio del divulgatore scientifico statunitense David Quammen, pubblicato nel 2012 (tr. it. SpilloverL’evoluzione delle pandemie, Adelphi, 2014), in cui l’autore aveva previsto lo scoppio di una pandemia globale (the next big one), dovuta a uno spillover. In un’intervista a Il Manifesto del 24 marzo 2020, Quammen spiegava che «Spillover – è il termine che indica quel momento in cui un virus passa dal suo «ospite» non umano (un animale) al primo «ospite» umano. Il primo ospite umano è il paziente zero. Le malattie infettive che seguono questo processo le chiamiamo zoonosi».

Sulla base di questa teoria evoluzionista, la versione ufficiale sull’origine del virus, diffusa da biologi e virologi, fin dal gennaio 2020, è quella della zoonosi: una malattia infettiva trasmessa dall’animale all’uomo attraverso uno spillover. Il luogo da dove si sarebbe generata l’epidemia sarebbe lo Huanan Seaafood Wholesale Market, il grande mercato di pesce e frutti di mare di Wuhan, dove si vendono animali vivi e si consumano cibi di ogni specie, come la tradizionale zuppa di pipistrello in condizioni igieniche più che precarie (qui).

Il responsabile del “salto di specie” dall’animale all’uomo era indicato nei pipistrelli del mercato di Wuhan, ma nessuno metteva in rilievo che, a pochi chilometri dal mercato ittico, esiste un laboratorio civile e militare dove vengono effettuate ricerche su virus patogeni. Nessuno affrontava la domanda che fin dal primo momento si imponeva: il virus che aveva infettato i medici del laboratorio di Wuhan proveniva dal mercato del pesce, oppure i frequentatori del mercato del pesce erano stati infettati da un virus proveniente dal laboratorio di Wuhan? Tanto più che il primo virus raccolto e caratterizzato come SARS-CoV-2 proveniva da un soggetto che non frequentava il mercato (qui).

Inoltre, la dottoressa Shi Zengli sostiene che il coronavirus da lei scoperto sarebbe stato prelevato da campioni di feci di pipistrello raccolte nel luglio 2013, in una miniera nella provincia meridionale dello Yunnan, ma stranamente ha registrato questo virus su GenBank, con il nome di RaTG13, solo otto anni dopo, a pandemia iniziata. Shi Zengli omette anche di ricordare che i parenti più stretti del virus dello Yunnan sono due coronavirus registrati nel 2018 dall’Istituto di Medicina militare di Nanchino, che ha depositato centonove sequenze genetiche, ottenute attraverso un’enorme quantità di esperimenti. In questa massa di agenti patogeni, i due coronavirus chiamati ZC45 e ZXC21 sono gli unici di cui è provata la capacità di legarsi ai recettori delle cellule polmonari e cerebrali di altri mammiferi. Però ZC45 e ZXC21 sono stati isolati da campioni prelevati vicino alla città di Zhousgan, cioè a tremila chilometri dalle caverne dello Yunnan, le quali distano a loro volta 1.500 chilometri da Wuhan. Dal momento che i pipistrelli sono incapaci di simili voli, come è arrivato il virus fino a Wuhan, senza infettare nessuno nel lungo percorso? (qui).

Ma soprattutto, affinché avvenga il “salto di specie” non è sufficiente individuare un animale portatore del virus, quale può essere il pipistrello. Occorre dimostrare quale sia stato l’ospite intermedio che, attraverso una ricombinazione genetica naturale, ha permesso il passaggio del virus dal pipistrello all’uomo. Mentre nelle epidemie del passato, come SARS e MERS, gli animali responsabili del ‘salto di specie’ erano stati individuati, nel caso del SARS-CoV-2 non è mai stata trovata traccia di questo ospite intermedio in cui potrebbe essere avvenuta la mutazione. «Non si sa né dove tale ricombinazione possa essere accaduta, né come sia avvenuta», osserva il prof. Tritto. Per questo, «la proposta più realistica, supportata da diverse prove, è che il virus sia nato da una ricombinazione di laboratorio e che, successivamente, per una ragione che non è chiara, esso abbia dato origine al contagio» (p. 105).

Gli immunologi dicono che ci troviamo di fronte a un virus “anomalo” che si comporta in modo diverso da quelli della stessa famiglia. Il farmacologo Gaetano Di Chiara parla di un “virus perfetto” che potrebbe essere stato ottenuto in laboratorio «utilizzando gli stessi metodi utilizzati in natura, trasferendolo dal pipistrello in un ospite intermedio il più possibile vicino all’uomo, per esempio un primate ed eventualmente un primate antropomorfo, nel quale il virus ha subito mutazioni che lo hanno reso abbastanza evoluto da richiedere ancora solo poche ulteriori mutazioni per le quali potrebbero essere stati sufficienti un paio di mesi, durante i quali il virus potrebbe aver circolato nell’uomo rimanendo misconosciuto o comunque non segnalato al servizio sanitario nazionale e all’OMS» (qui).

Anche secondo il prof. Tritto, «nel caso del Covid-19 siamo evidentemente di fronte a una procedura perfetta che maschera la creazione di un virus chimerico ricombinante e che permette di fare altre manipolazioni fabbricando cloni di studio, usando la tecnica del DNA ricombinante e quella del guadagno di funzione, perché ufficialmente il virus risulta essere di origine naturale» (p. 136).

 

Le voci fuori del coro

L’ipotesi, alternativa a quella ufficiale, di una fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan circola dalla fine di gennaio 2020. Il 25 in Italia, il direttore di TgCom24 Paolo Liguori è tra i primi a suggerire un’indiscrezione clamorosa, sulla base di informazioni dell’intelligence: il virus dell’epidemia che comincia a dilagare in Cina potrebbe avere avuto origine da un laboratorio di ricerca militare situato proprio nella città di Wuhan (qui).

Il 26 gennaio 2020 ne parla Dany Shoham, biologo ed ex ufficiale dell’intelligence israeliana, in un’intervista al Washington Times, ricordando che la Cina ha quaranta strutture coinvolte nella produzione di armi biologiche. Il loro centro è il laboratorio di Wuhan.

Anche un ricercatore americano, Steven Mosher. afferma sul New York Post del 22 febbraio, che il virus, fabbricato in Cina, sarebbe uscito, per un incidente, da un laboratorio di Wuhan.

Altre voci fuori dal coro si susseguono, ma vengono bollate come “teorie del complotto” dalla rivista scientifica The Lancet, in un impegnativo “Statement in support of the scientists, public health professionals, and medical professionals of China combatting COVID-19” (qui).

L’articolo è firmato da 26 scienziati, che affermano con tono perentorio: «Siamo uniti per condannare fermamente le teorie cospirative che pretendono che il COVID-19 non abbia un’origine naturale». Però, come osserva Nicholas Wade, «contrariamente all’affermazione degli autori della lettera, l’idea che il virus possa essere sfuggito da un laboratorio può supporre un incidente, non una cospirazione. Sicuramente bisognerebbe studiare la questione, non rifiutarla a priori. Un segno distintivo dei buoni scienziati è che fanno di tutto per distinguere tra ciò che sanno e ciò che non sanno. Con questo criterio, i firmatari della lettera di Lancet si sono comportati da cattivi scienziati: assicuravano al pubblico fatti che non potevano sapere con certezza essere veritieri» (The origin of COVID: Did people or nature open Pandora’s box at Wuhan?).

Oggi sappiamo che l’estensore e promotore della lettera del Lancet fu il presidente della EcoHealth Alliance, Peter Daszak, che montò una subdola operazione mediatica per alleggerire la Cina da ogni responsabilità nell’origine del coronavirus.

Gary Ruskin, direttore esecutivo di  U.S. Right to Know, grazie a una richiesta di accesso agli atti, è riuscito ad ottenere tutta la corrispondenza intercorsa tra gli scienziati prima di pubblicare la lettera su Lancet (qui). Brice Perrier l’ha analizzata nella sua inchiesta sul SARS-CoV-2 (pp.159-162).

Da questa corrispondenza emerge che Daszak, autore dello statement, lo invia, il 6 febbraio 2020, all’ora di pranzo, ai professori Ralph Baric, dell’Università del North Caroline e Linfa Yang, del Global Health Institute di Singapore, invitandoli a firmarlo per proteggere i colleghi cinesi con cui essi collaborano da numerosi anni. La loro adesione è importante per convincere anche altri studiosi a sottoscrivere il documento. Però, alle 15.16 dello stesso giorno, Daszak invia un nuovo messaggio a Baric per dirgli che Linfa Wang l’ha convinto che non sarebbe stato opportuno per i tre firmare il testo, dato il loro coinvolgimento di interessi con il laboratorio di Wuhan. Alla fine, Daszak firmerà, ma tra i tanti, senza apparire come l’iniziatore e il redattore dell’operazione.

E’ interessante anche notare come, nelle email scambiate dal presidente del NIAID, Anthony Fauci, tra il gennaio e il giugno 2020 e ottenute legalmente da alcuni giornali, tramite il Freedom of Information Act, l’immunologo americano mostra di prendere sul serio l’ipotesi, avanzata da alcuni suoi colleghi, della creazione del virus in laboratorio, mentre in pubblico ridicolizza questa posizione. L’email forse più imbarazzante per Fauci, come osserva Federico Punzi, è quella in cui riceve un messaggio di “ringraziamento personale” da Peter Daszak, per aver sostenuto l’origine naturale del virus e smentito l’ipotesi della fuga da laboratorio: «Volevo solo ringraziarti personalmente a nome del nostro staff e dei nostri collaboratori, per esserti pubblicamente opposto e aver affermato che le prove scientifiche supportano un’origine naturale del Covid-19 da uno spillover tra pipistrelli e umani, non una fuga da laboratorio dall’Istituto di Virologia di Wuhan» (qui). Fauci è severamente giudicato dal giornalista di Fox News, Tucker Carlson: «Il fatto più scioccante – osserva – è che era implicato nella stessa pandemia che doveva combattere, sostenendo gli esperimenti grotteschi e pericolosi che sembrano aver reso possibile la diffusione del Covid-19» (qui).

E’ evidente, osserva Brice Perrier, l’interesse nella vicenda di quella parte della comunità scientifica che è coinvolta negli spregiudicati esperimenti di “guadagno di funzione”. Infatti, se anche una sola volta accadesse una fuoriuscita accidentale del virus da un laboratorio con catastrofiche conseguenze, l’opinione pubblica, e di conseguenza la politica, reclamerebbe la fine di tali esperimenti. Perrier cita le parole del professore di medicina australiano Nikolai Petrovsky: «Tutti i grandi istituti che lavorano sui virus sono terrorizzati di vedere la ricerca fermata. Il rischio per loro sarebbe quello di un bando generale» (pp. 124-125).

La campagna di disinformazione del governo cinese

Nella storia, ad ogni evento si è sempre accompagnata una “narrazione” di esso che tende a distorcerne il significato a fini di propaganda. Come ha dimostrato Bruno Lussato, grazie alla tecnica moderna, i fenomeni di disinformazione sono divenuti parte integrante del sistema di riferimenti della nostra società (Virus, Huit leçons sur la désinformation, Editions des Syrtes, 2007).

La disinformazione è oggi il campo privilegiato delle intelligence. I servizi segreti di una volta dedicavano la loro attività soprattutto alla ricerca di informazioni, per permettere di anticipare e fronteggiare le manovre nel campo della competizione geopolitica in atto fra gli Stati. Oggi, invece, la loro attività principale sembra essere soprattutto quella di diffondere disinformazione nel campo avversario. Ciò vale per la Russia come per gli Stati Uniti, per la Cina come per Israele.

L’avvio della campagna di disinformazione del governo cinese sulle origini del Covid risale al 3 febbraio 2020, quando la Cina accusa gli Stati Uniti di diffondere panico nel mondo sul coronavirus.

L’8 marzo le ambasciate cinesi di tutto il mondo ricevono espressa istruzione di promuovere l’idea che il virus non abbia avuto origine in Cina. Il 12 marzo, Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese, sostiene su Twitter che l’esercito degli Stati Uniti aveva portato l’agente patogeno a Wuhan durante i Military World Games, i giochi militari internazionali svoltisi tra il 18 e il 27 ottobre 2019 a Wuhan (qui).

A fine anno, un giornalista italiano commenta: «la campagna di propaganda e disinformazione del regime comunista strumentalizza studi e dichiarazioni degli scienziati stranieri per arrivare a sostenere che il virus sia arrivato in Cina “importato” da Italia, Olanda, Francia, Australia, India o Spagna: ovunque, in pratica, tranne che da Wuhan» (Filippo Santelli, in La Repubblica, 9 dicembre 2020).

Il megafono della propaganda di Pechino è il Global Times, un tabloid in lingua inglese prodotto dal quotidiano del Partito Comunista cinese. L’Italia diviene il laboratorio delle strategie di disinformazione della propaganda cinese. Lo confermano i dati della società italiana Alkemy, che a marzo 2020 ha svelato la mobilitazione di migliaia di “bot” su Twitter per sostenere gli aiuti dell’ambasciata cinese a Roma. Il 46,3% dei post pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia sarebbe opera di profili automatici, così come il 37,1% dei post pubblicati nello stesso periodo con l’hashtag #grazieCina.

La Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2020 dell’Intelligence italiana, consegnata al Parlamento il 1 marzo 2021, segnala il «ricorso all’utilizzo combinato, da parte dei principali attori ostili di matrice statuale, di campagne disinformative e attacchi cibernetici, volti a sfruttare l’onda emotiva provocata dalla crisi sanitaria, nel tentativo di trasformare la pandemia in un vantaggio strategico di lungo termine» (qui).

Due sono le parole d’ordine, peraltro contraddittorie, della propaganda cinese: la prima è che l’epidemia è solo una “brutta influenza”, la seconda è che il virus è stato prodotto nei laboratori americani. Alla fragile tesi dell’attacco batteriologico americano si affianca quella, più seducente, di un’operazione mediatica concepita per trascinare il mondo verso il governo unico mondiale. Un’oligarchia finanziaria occidentale avrebbe prodotto la pandemia e ne controllerebbe la diffusione, con l’obiettivo di sottomettere l’umanità ad un unico governo mondiale. Bill Gates diventa presto l’uomo simbolo di questa operazione.

Il ruolo di Bill Gates e di Big Pharma

La Fondazione Bill & Melinda Gates è il principale sponsor privato dell’OMS e supporta consorzi internazionali come EcoHealth Alliance di Peter Daszak e Gavi Alliance, un ente di cooperazione mondiale tra soggetti pubblici e privati, che dichiara lo scopo di assicurare “l’immunizzazione per tutti”.

Bill Gates ha naturalmente interessi finanziari anche in Cina, soprattutto a Wuhan. Sarebbe certamente importante capire qual è il suo ruolo nella vicenda della pandemia. Ma il modo migliore per screditare una seria indagine sulle responsabilità di Gates è proprio quello di alimentare accuse fantasiose nei suoi confronti, come quella di avere pianificato la pandemia allo scopo di vendere i vaccini, con un microchip in essi inserito per controllare la popolazione mondiale. E’ ciò che fanno coloro che collegano l’origine del coronavirus con l’Event 201, l’incontro svoltosi il 18 ottobre 2019 all’Hotel Pierre di New York, dove la Fondazione Bill & Melinda Gates, il John Hopkins Center for Health Security e il World Economic Forum di Davos organizzano la simulazione di una pandemia provocata da un coronavirus dei pipistrelli. In questo meeting, gli esperti concordano sul fatto che sia solo questione di tempo, prima che un’epidemia diventi globale. Lo scenario, però, prevede una pandemia ben diversa da quella che si verificherà qualche mese dopo: ipotizza infatti che il contagio parta dal Brasile e faccia in un anno e mezzo sessantacinque milioni di morti, per poi esaurirsi naturalmente.

Il 3 giugno 2020, a pandemia iniziata, Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, detto anche “Forum di Davos”, parlerà della “grande opportunità” che la pandemia offre per una “grande trasformazione” o “Great reset”, ovvero un piano di riorganizzazione del sistema economico e sociale mondiale profondamente destabilizzato dal virus (qui).

Il “Gran Reset” non è un piano molto segreto, se il 20 novembre la rivista americana Time gli dedica la sua copertina e lo stesso Schwab lo espone nel libro Covid-19: The Great Reset, scritto a quattro mani con Thierry Malleret (Robert Daff, 2020).

Questi fatti dimostrano senza dubbio l’attenzione al tema pandemico da parte dei “poteri forti” internazionali. Però non provano in alcun modo che l’oligarchia finanziaria del pianeta abbia voluto programmare a tavolino la pandemia. Chi organizza un attacco biologico non promuove convegni per portare alla luce i suoi programmi, ma cerca in tutti i modi di occultarli, come sta avvenendo negli stessi mesi in Cina.

Ciò che invece è verosimile è che Gates, Schwab e gli altri uomini dell’establishment internazionale, grazie ai loro canali riservati di informazione, fossero al corrente degli esperimenti americani e cinesi, e anche della possibilità che gruppi terroristici potessero usare armi biologiche. I laboratori militari di tutto il mondo non hanno mai smesso di prepararsi alla guerra biologica, nonostante la sua messa al bando. Sembra logico che Bill Gates, prevedendo lo scoppio di una pandemia, si sia preparato ad affrontarla dedicandosi alla produzione di farmaci e vaccini antivirali. La Fondazione Gates finanzia Moderna dal 2016 (qui) e ha investito 55 milioni in Biontech, nel settembre 2019, non certo con spirito filantropico, ma per trarne potere e guadagni. Però, fino al 2020, Big Pharma, il nome con cui viene indicato il complesso delle maggiori case farmaceutiche del mondo, era concentrata non sui vaccini, ma nello sviluppo di farmaci anti-cancro. L’interesse delle aziende farmaceutiche a creare una progressiva “medicalizzazione” della società è evidente, così come sono certe le complicità della comunità scientifica, coinvolta nel lucroso affare delle tecniche di DNA ricombinante e delle strategie Gain of Functions (Tritto, p. 161). Ciò non significa che facciano parte di un “macro-complotto”. Il giornalista scientifico Stefano Cingolani documenta come durante l’epidemia di Covid-19, «le più grandi tra le imprese farmaceutiche sono state surclassate da concorrenti inferiori, mentre si sono affermate aziende minuscole, poco più che laboratori specializzati»; «anche Big Pharma è stata colta di sorpresa dal Covid 19. GSK cioè GlaxoSmithKline (anglo-americana), Merck (tedesca), Sanofi (francese), Novartis e Roche (svizzere), sei tra le maggiori imprese sono rimaste al palo» (La guerra fredda dei vaccini, in Il Foglio, 15 maggio 2021).

La portata degli interessi in gioco può spiegare il cambiamento di linea dell’OMS, che dopo aver minimizzato la portata della pandemia, fin dal marzo 2020 passa ad ingigantirla, con dichiarazioni oscillanti e spesso contraddittorie. Se la Cina è il referente politico dell’OMS, il suo principale sponsor privato è Bill Gates che, grazie all’enfatizzazione della pandemia, cerca di massimizzare i profitti delle aziende farmaceutiche a lui collegate. La competizione tra queste aziende sui vaccini avviene certamente senza esclusione di colpi. Accanto agli interessi economici di queste case, ci sono anche quelli del capitale finanziario, perché le aziende farmaceutiche hanno bisogno di essere sostenute per le loro ricerche e la commercializzazione dei loro prodotti. Tuttavia, se a questi eventi attribuissimo un carattere di “causa” della pandemia, cadremmo nell’errore di confondere la causa con gli effetti, che è uno dei tipici paralogismi criticati da Aristotele nelle sue Confutazioni sofistiche (tr.it. Laterza, 2007).

La campagna di disinformazione di QAnon

Secondo voci incontrollate, alimentate dalla propaganda russa e cinese, le misure restrittive raccomandate dai governi progressisti o conservatori di tutto il modo, come il lockdown, le mascherine e il distanziamento sociale, sarebbero strumenti e simboli di un complotto occidentale per annullare le libertà individuali ed esercitare il controllo sociale sull’umanità. Fin dal mese di marzo del 2020, quando ancora poco o nulla si sa sul nuovo coronavirus, si sviluppano in tutta Europa manifestazioni contro i provvedimenti dei governi nazionali (qui) guidate da discutibili personaggi come Robert F. Kennedy jr, oratore ufficiale della manifestazione del 29 agosto a Berlino (qui) e David Icke, l’ex calciatore britannico noto per aver affermato che il mondo è controllato dai rettiliani (Children of the Matrix. How an Interdimensional Race Has Controlled the World for Thousands of Years – and Still Does, Bridge of Love, 2001) che è uno dei promotori e oratori delle manifestazioni di Londra del 2020 (qui).

Più inquietante ancora è l’entrata in campo di QAnon, strumento privilegiato della disinformazione russa e cinese. Questo movimento nasce nell’autunno 2017, dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, quando vengono postati sul forum 4chan, una serie di messaggi da parte di un utente autodefinitosi “Q”. L’autore di questi messaggi afferma di essere un alto funzionario governativo, con l’“autorizzazione Q”, che gli permetterebbe l’accesso Top Secret alle informazioni sulla sicurezza nazionale.
Secondo la narrazione di QAnon, esiste un complotto ordito dai servizi segreti deviati e dalle lobbies internazionali legate al petrolio e alle armi. Questi oligarchi formano un “deep state”, definito anche con il termine “Cabal”, una cabala che incarna il male assoluto, uno Stato nello Stato, che, nel corso dei decenni, si è insinuato negli apparati della politica, dell’economia, della tecnologia, delle strutture militari, inglobando servizi segreti deviati, mafie, trafficanti di droga, adepti di una occulta organizzazione dedita alla pedofilia e al satanismo, anche con sacrifici umani.

Un report del Soufan Center di New York, centro di ricerca sulla sicurezza nazionale a New York, svela che Russia e Cina soffiano e alimentano la propaganda social del complotto QAnon (qui). «La Russia è spesso considerata il motore esterno più capace e sofisticato della disinformazione. È interessante notare, tuttavia, che la nostra analisi mostra che la Cina è attualmente lo Stato più coinvolto nell’amplificazione delle narrazioni di QAnon su Facebook. Nel 2020, il 44% dei post proveniva da amministratori in Russia, il 42% dalla Cina, il 13% dall’Iran e l’1% dall’Arabia Saudita. Mentre gli amministratori russi hanno dominato lo spazio dell’influenza straniera all’interno delle narrazioni online di QAnon nella prima metà del 2020, la Cina ha iniziato a espandere rapidamente la sua campagna di disinformazione a partire da marzo dello scorso anno. (…) Secondo i nostri dati, alla fine di settembre 2020, la Cina aveva superato la Russia come origine primaria dell’influenza straniera online particolarmente per quanto riguarda le narrazioni di QAnon. Questa linea di tendenza è continuata nel 2021. Dal 1° gennaio al 28 febbraio 2021, il 58% dei post proveniva da amministratori in Cina, a un tasso più che doppio rispetto a quelli degli amministratori russi. L’obiettivo della Cina, molto probabilmente, è quello di seminare ulteriore discordia e divisione tra la popolazione americana» (Quantifying the Q Conspiracy : A Data-Driven Approach to Understanding the Threat Posed by QAnon, The Soufan Center, April 2021, p. 26) (qui).

QAnon ha un’inaspettata audience in Italia, soprattutto negli ambienti del tradizionalismo cattolico e dell’estrema destra politica. Uno dei suoi seguaci, Cesare Sacchetti, martella sul suo blog La cruna dell’ago, che la pandemia di coronavirus non esiste, ma è solo uno strumento di propaganda delle oligarchie finanziarie per imporre la dittatura sanitaria: «La dittatura è fondata sostanzialmente sulla paura del virus “letale”. Se tutti quanti iniziano progressivamente a capire che là fuori in realtà non c’è un pericoloso agente patogeno, l’illusione della pandemia si spegne istantaneamente. (…) Se si smette di avere paura del virus, si smette di portare le mascherine. Se non si portano più le mascherine, vengono minate le basi stesse della dittatura». L’operazione coronavirus sarebbe stata concepita per trascinare il mondo verso il governo unico mondiale ed «è colma di richiami al numero 6, che ha un preciso significato nel mondo del satanismo. In alcuni stati americani è stata imposta la distanza di 6 piedi. In Italia, è stato imposto di non superare le sei persone nelle case e di non essere in più di sei al ristorante. Recentemente sono stati installati dei semafori T-Red a Milano e Torino, e la sanzione prevista per i trasgressori arriva fino a 666 euro, un numero che richiama apertamente il simbolo della Bestia, colui che nell’Apocalisse sarà a capo del Nuovo Ordine Mondiale» (25 ottobre 2020).

Disinformazione e destabilizzazione psicologica

La disinformazione si inserisce in un sistema di comunicazione iperconnesso, in cui è impossibile esercitare una qualsiasi forma di analisi e controllo delle notizie di fronte a un evento inaspettato quale quello dell’epidemia sanitaria. Come osserva un rapporto dell’Istituto di ricerca Censis, «una volta c’erano le agenzie di comunicazione, le agenzie di stampa, i cronisti che filtravano le notizie da inviare ai giornali, alla televisione, alla radio e si facevano garanti dell’affidabilità e della qualità delle notizie. Con il web la filiera dell’offerta di comunicazione si ampliata e si è accorciata, al punto che produzione, distribuzione e consumo ormai coincidono: nella rete sono gli stessi utenti finali a produrre e condividere le notizie facendole girare sul web in un processo di democratizzazione di massa cui tutti partecipano. Un processo che garantisce libertà e pluralismo, ma che ha anche un rovescio della medaglia, perché nella filiera corta della comunicazione via web sono saltati i soggetti dell’intermediazione, che garantivano una verifica e una selezione delle notizie» (qui).

C’è da aggiungere che fin dal suo manifestarsi, il SARS-CoV-2, ha suscitato accese polemiche nell’opinione pubblica. La prima grande controversia contrappone il “partito della salute” al “partito “dell’economia”. Per il primo partito il lockdown è l’unica misura possibile per arginare la pandemia; per il secondo, il confinamento avrà sull’economia conseguenze più devastanti di quelle del Covid.

In realtà, come osserva il sociologo Luca Ricolfi, le conseguenze più devastanti del coronavirus SARS-CoV-2, non avvengono nell’ordine sanitario né in quello economico, ma in quello psicologico. Infatti, il terreno su cui stanno avvenendo i cambiamenti più radicali è quello del modo di funzionare della nostra mente. Una incertezza crescente, che «non è solo la difficoltà di progettare il futuro», ma è «uno stato generalizzato di anarchia mentale».

Il regime di anarchia mentale innescato dal Covid, scrive Ricolfi, è pericoloso per la coesione sociale perché la vita sociale si regge su regole comuni e su schemi condivisi di percezione della realtà, «ma è anche pericoloso per l’equilibrio psicologico del singolo, perché un mondo in cui ognuno vede quel che vuol vedere, senza riguardo a quello che vedono gli altri, è altamente ansiogeno, conflittuale, destabilizzante» (Come il Covid sta cambiando le nostre vite, in Il Messaggero, 5 settembre 2020).

Le campagne di disinformazione contribuiscono ad alimentare la destabilizzazione psicologica, che a sua volta condiziona la battaglia delle idee. E le idee sono a loro volte mosse da tendenze profonde, spesso incontrollabili. (Continua)

Fonte: Corrispondenza Romana

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