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Le misteriose origini del coronavirus. Un contributo storico (4a parte)

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 25 agosto 2021)

La duplice disfatta dell’Occidente

Nel mese di agosto del 2021 un altro evento drammatico si è sovrapposto alla pandemia di Covid-19: la caduta di Kabul in seguito al ritiro degli Stati Uniti. Tutti gli analisti concordano nel definire la sconfitta in Afghanistan come un fallimento politico, militare degli Stati Uniti e dell’Occidente. «Ne escono a pezzi soprattutto i servizi segreti che, pur consapevoli della debolezza del governo afgano, avevano escluso la possibilità di un suo crollo prima di 18 mesi. In un’era nella quale l’America non manda più soldati in giro per il mondo e svolge la sua sorveglianza affidandosi alla tecnologia dei droni, delle intercettazioni e degli algoritmi, l’intelligence è il suo principale strumento di difesa: questo fallimento è quindi agghiacciante», scrive ad esempio Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 17 agosto 2021.

Gli Stati Uniti, ha aggiunto il politologo Ian Bremmer, «non si sono preparati per lo scenario peggiore, che poi si è avverato. A causa di questa mancanza molta gente ha perso e perderà la vita. Sul piano comunicativo è andata ancora peggio, con Biden che aveva escluso una simile eventualità solo un mese fa e ha fatto la figura di uno che non sa quello che sta facendo» (qui).

C’è una preoccupante analogia tra la catastrofe sanitaria del 2020 e quella geopolitica del 2021: l’incapacità dell’Occidente di comprendere la natura, le cause e le conseguenze degli eventi.

Richard Horton, direttore della rivista scientifica The Lancet, è autore di un libro dal titolo Covid-19. La catastrofe. Cosa non ha funzionato e come evitare che si ripeta (tr. it. Il Pensiero Scientifico, 2020), in cui ha analizzato alcune cause del fallimento della risposta globale nei confronti della pandemia: la mancata collaborazione internazionale; lo smantellamento dei sistemi sanitari avvenuto in numerosi Stati nei decenni precedenti; i problemi comunicativi, sia a livello scientifico, sia a livello mediatico; l’incapacità di previsione della ruling class, politica e sanitaria. «L’Occidente – secondo Horton – si aspettava che questa pandemia infettiva fosse un nuovo ceppo di influenza. L’idea che un virus simile alla Sars, più grave, potesse esistere non è stata nemmeno presa in considerazione. La piccola élite di scienziati governativi non ha considerato nessuna alternativa a ciò che si aspettava: il pensiero di gruppo era palesemente errato».

Nella crisi sanitaria del Covid, così come in quella geopolitica dell’Afghanistan, le massime autorità politiche e i loro consulenti ed esperti non hanno preso in considerazione gli scenari peggiori e hanno commesso disastrosi errori di previsione, di pianificazione e soprattutto di comunicazione.

Il Covid-19, come la caduta di Kabul del 2021, ha segnato una tragica sconfitta della classe dirigente occidentale. L’evidenza dei fatti mostra che l’establishment “mondialista” non ha “orchestrato”, ma ha drammaticamente subito questa duplice disfatta.

 

Il fallimento dell’utopia globalitaria

Dietro il fallimento organizzativo e comunicativo del sistema politico-mediatico, esiste però una débâcle ideologica: la caduta del mito della globalizzazione con cui si era aperto il XXI secolo, all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

Nel 1992, il filosofo americano Francis Fukuyama, in un libro destinato ad essere un best-seller di quegli anni, La fine della storia (The End of History and the Last Man, Free Press, 1992), prevedeva, come esito dell’evoluzione ideologica dell’umanità, la caduta delle frontiere nazionali, e una convergenza economica e politica dell’umanità su scala planetaria. In quello stesso anno, il Trattato di Maastricht annunziava la nuova “Europa senza frontiere” e Georges Soros creava una rete organizzativa attraverso la quale si proponeva di trasformare la società contemporanea secondo il modello di una Open Society senza vincoli e limiti di alcun genere.

L’utopia globalitaria era quella dell’annullamento delle distanze tra i sessi, le classi sociali, gli stili di vita, le religioni, le razze, le nazioni, i popoli, per creare quello che Pierre-Antoine Plaquevent ha definito un «corpo mistico mondialista» (Soros la società aperta. Metapolitica del globalismo, Passaggio al Bosco, 2020).

L’epoca del “Lockdown” inaugurata dalla pandemia di Covid-19 appare però come antitetica all’utopia globalista. L’irruzione del coronavirus sulla scena geopolitica mondiale ha costretto gli Stati europei a imporre pesanti restrizioni alla libertà di circolazione dei propri cittadini. Le frontiere, fino a ieri considerate elementi di ostacolo e di divisione, si sono rivelate fattori di difesa e di protezione dei cittadini. L’Europa, al suo interno e al suo esterno, ha abbattuto i ponti e rialzato i muri. Il “supergoverno” dell’Unione Europea ha rivelato la propria incapacità e il mondo globalizzato la sua fragilità. L’emergenza sanitaria, il cosiddetto “stato di eccezione”, non ha rafforzato i governi, ma li ha delegittimati.

 

Rivoluzione e Contro-Rivoluzione

Il 26 aprile 2020 l’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira (IPCO) ha pubblicato, un interessante manifesto-denuncia intitolato La maggiore operazione di ingegneria sociale e di trasbordo ideologico della Storia. Approfittando del panico della popolazione e del sostegno spirituale del Vaticano, in cui si afferma che l’epidemia sarebbe stata meticolosamente adoperata allo scopo di produrre una «nuova normalità» dittatoriale verso la quale il mondo sembra dirigersi. Il documento accusa i governi di precipitazione nell’aver adottato drastiche misure di confinamento sulla base di stime esagerate della letalità del coronavirus cinese, con gli enormi costi sociali ed economici che ne sono derivati.

Nel maggio 2021 due collaboratori dell’IPCO, José Antonio Ureta e Frederico Abranches Viotti, hanno pubblicato un secondo documento dal titolo Il maggior piano di scristianizzazione e di totalitarismo “verde” della storia in cui hanno ribadito la sproporzione tra la risposta all’epidemia e il carattere pernicioso della cosiddetta «nuova normalità» che da quella deriva.

I due ricercatori dell’IPCO non entrano nel merito dell’origine del virus. Essi sostengono che la sua comparsa ha aperto una finestra di opportunità per coloro che sognavano il “Great Reset”, che è la versione moderna dell’antico sogno rivoluzionario della Repubblica universale.

L’ipotesi merita di essere presa in seria considerazione. Il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha analizzato l’esistenza di un conflitto, su scala mondiale, tra due poli che definisce Rivoluzione e Contro-Rivoluzione (cfr. Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, tr. it. Sugarco, 2009). Lo scontro plurisecolare tra rivoluzionari e contro-rivoluzionari continua nell’epoca del Coronavirus ed è logico che ognuno di essi cerchi di trarre il massimo vantaggio dalla nuova situazione. Però l’esistenza di inquietanti manovre rivoluzionarie per profittare degli eventi non significa che queste forze abbiano creato la situazione in cui ci troviamo, la controllino e la dirigano. Inoltre, i progetti rivoluzionari, per quanto articolati, sono sempre destinati al fallimento per un principio noto come eterogenesi dei fini: la natura umana non si lascia facilmente forzare dalle utopie e quando queste tentano di realizzarsi nella storia i risultati vengono puntualmente capovolti. Il coronavirus che sta aggredendo il mondo ci fa capire la dinamica della Rivoluzione. Gli scienziati spiegano che il virus non vive di vita propria, ma diventa un vivente solo quando infetta una cellula (Massimo Clementi, Giorgo Palù, Virosfera, La Nave di Teseo, 2021, pp. 10-11). Per la stessa ragione, il virus rivoluzionario vive quando infetta l’organismo sociale che vuole distruggere, ma la spinta distruttiva della Rivoluzione è destinata ad esaurirsi, man mano che la malattia arriva alle sue ultime conseguenze, perché il male propriamente non è; esiste solo in quanto privazione, o negazione, della verità e del bene. E’ questa una delle ragioni per cui il sogno di costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale è destinato a capovolgersi nella realtà di un Nuovo Disordine Mondiale, che segna la vittoria, ma anche la definitiva sconfitta della Rivoluzione.

 

Il partito della rivolta

Un’espressione del Nuovo Disordine Mondiale sono le manifestazioni che si sono moltiplicate in tutto il mondo contro le misure restrittive prese dai governi per affrontare la pandemia.

All’inizio del secolo XXI, l’ideologo marxista Toni Negri chiamava a una «guerra globale permanente», non solo contro gli Stati nazionali, ma contro le multinazionali, l’ONU, il club di Davos (Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, 2002). Oggi, contro questi stessi “poteri forti”, manifestano, fianco a fianco, in nome della “libertà”, no-global e no-vax, anarco-insurrezionalisti, neomarxisti, neoliberali e perfino neotradizionalisti cattolici. Sintomatica è, ad esempio, la convergenza tra un liberale neotradizionalista come Aldo Maria Valli (Virus e Leviatano, LiberLibri, 2020) e un autore postmoderno caro all’ultrasinistra come Giorgio Agamben (A che punto siamo? La pandemia come politica, Quodlibet, 2020).

La radice ideologica di questo “partito della rivolta” contro lo “Stato terapeutico” è la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1789, che attribuisce al cittadino la libertà di fare tutto ciò che vuole, ignorando o negando ogni legge morale, con il solo limite di non recar danno alla libertà altrui.

In realtà l’idea che limitare la libertà significhi comprimerla presuppone la falsa idea di una libertà assoluta per la quale ogni limite, in quanto tale, costituisce un elemento negativo. Per questo la dottrina sociale cattolica oppone all’individualismo liberale la nozione di un bene comune fondato sulle leggi dell’ordine naturale cristiano. I governi occidentali, che così spesso trasgrediscono quest’ordine naturale, nel caso della pandemia, pur dimostrandosi incapaci di attuare con efficacia il bene comune, non lo hanno negato di principio.

Non a torto il prof. Pietro De Marco sostiene che il problema oggi incombente «non è quello delle pretese dittature tecnologiche, psicologiche, biopolitiche e simili, i cui possibili eccessi ed errori sono fin troppo facilmente diagnosticabili e che, nel caso dei provvedimenti dei governi mondiali, sono previste dalle costituzioni. (…) La deriva apocalittica è piuttosto quella dell’incontrollata ipertrofia libertaria (dovrei dire: liberale). Un orizzonte temibile di mutazione emerge, quindi, dalla matrice antiautoritaria tipica dell’età rivoluzionaria, dalle sue apparenze sempre buone e suadenti, come fosse esentata dal peccato. Molto più della “égalité” e della “fraternité” che sono solo principi regolativi, la “liberté” sembra oggi una realtà salvifica a portata di ognuno. (…)!» (qui).

Tra le obiezioni mosse al prof. De Marco la più fragile è quella secondo cui la sua posizione avrebbe senso se la pandemia fosse veramente pericolosa, la mortalità alta e il contagio diffusissimo, il che invece non è. E’ facile rispondere che se grazie a Dio così non è, lo si deve proprio alle misure restrittive e alla massiccia campagna di vaccinazioni. Se vaccinazioni e restrizioni non fossero state attuate, il contagio e la mortalità sarebbero esplosi in maniera incontenibile. In realtà, come osserva Antonio Socci, «la disastrosa caratteristica di moti cattolici no-vax è quella di fare di tutt’erba un fascio, mescolando questioni politiche, sanitarie e religiose in un confuso minestrone” e facendo del vaccino “una questione di fede, anzi uno spartiacque che decide se si sta con Cristo o con Satana» (qui).

Il terreno su cui questa ipertrofia libertaria attecchisce è l’ipocondria sociale provocata dal Covid-19. La paura del contagio o delle sue conseguenze socio-economiche, la rabbia per l’incapacità delle classi dirigenti e la sfiducia verso i rimedi da esse proposte contribuiscono a creare un terreno psicologico fertile per ogni forma di dissenso e di ribellione.

 

Incidente di laboratorio?

Gli effetti psicologici della pandemia non sono solo quelli indiretti, dovuti ai sentimenti di frustrazione e di disorientamento che essa produce. Il SARS-CoV-2 causa anche direttamente, disturbi psichici, come la brain fog, o «nebbia cognitiva», che colpisce i guariti. Diversi studi confermano che una larga parte dei soggetti guariti dal Covid-19 hanno manifestato un offuscamento mentale che rende loro difficile perfino compiere le azioni della vita quotidiana (qui).

Questa capacità del virus di adattarsi così subdolamente alle cellule umane agendo nel tempo rafforza l’ipotesi di una manipolazione genetica in laboratorio. Il SARS-CoV-2 presenta, tra l’altro, una strana modifica che non si trova in altri coronavirus del medesimo tipo: una piccola sequenza genetica localizzata lateralmente alla “Spike” che sarebbe stata inserita artificialmente come parte di un esperimento di manipolazione del genoma virale. L’inserto permette al SARS-CoV-2 di ancorarsi più efficacemente alle cellule umane e di penetrarle. Secondo il prof. Tritto ci troviamo di fronte a una «procedura perfetta che maschera la creazione di un virus chimerico ricombinante» (p. 136 e passim).

La voce del prof. Tritto non è isolata. Il 16 aprile 2020 il premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier dichiara che il SARS-Cov-2 sarebbe un virus costruito nel laboratorio di Wuhan a partire da un vaccino contro l’AIDS. In una successiva intervista a France Soir del 17 dicembre, Montagnier ribadisce: «Non sappiamo se il virus sia scappato, potremmo dire che si è trattato di una ‘fuga calcolata’, o di una prova». Tra le obiezioni che vengono fatte a Montagnier c’è quella che per realizzare un virus di questo genere ci vorrebbe una conoscenza tecnica di altissimo livello. Ma gli scienziati che hanno collaborato con l’Istituto di Virologia di Wuhan sono, come Ralph Baric, i migliori specialisti nel mondo di ingegneria genetica applicata ai virus.

Baric è uno dei diciotto scienziati americani, canadesi e inglesi che, il 3 novembre 2020, firmano una lettera alla rivista Science per chiedere indagini più accurate sulla possibilità che SARS-CoV-2 sia frutto di esperimenti nel laboratorio di Wuhan. I primi ad offrire un serio contributo scientifico in questa direzione sono il canadese Yuri Deigin e l’italiana Rossana Segreto dell’Università di Innsbruck, autori di un importante studio in cui formulano un’ipotesi concreta sull’origine da laboratorio del SARS-CoV2, come risultato di una combinazione chimerica (qui). Attorno a loro si forma un gruppo di ricercatori di nazionalità diverse, riuniti sotto l’acronimo DRASTIC (Decentralized Radical Autonomous Search Team Investigating COVID-19), che iniziano a pubblicare in rete un’imponente mole di documenti contribuendo in maniera decisiva al dibattito scientifico sulla possibile fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. A loro ha dedicato un esteso reportage la rivista Newsweek.

Il 3 maggio 2021 Isabelle Lasserre, in un lungo articolo su Le Figaro, spiega come la pista della fuga da laboratorio diventa sempre più credibile, anche in seguito a una serie di lettere aperte all’OMS pubblicate da alcuni scienziati, appartenenti a un gruppo internazionale battezzato in modo informale “gruppo di Parigi”. Il “groupe de Paris” si è costituito nell’autunno del 2020 attorno al virologo Etienne Decroly, direttore di ricerca del CNRS di Marsiglia, che ha sottolineato la presenza nel virus di una sequenza che lo rende particolarmente adatto all’infezione umana. Il virologo francese ha poi firmato la prefazione al libro di Brice Perrier, SARS-COV-2. Aux origines du mal (Belin, 2021), definendo la ricerca sulle origini del coronavirus come «una questione essenziale per l’avvenire dell’umanità».

Il 13 maggio 2021, quattordici ricercatori, tra i quali Rossana Segreto, Yuri Deigin e Etienne Decroly, pubblicano An appeal for an open scientific debate about the proximal origin of SARS-CoV-2. Il mese successivo nuove rivelazioni sull’origine del virus sono fatte da Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Research Center. Secondo Bloom, un gruppo di ricercatori cinesi, dopo aver raccolto campioni di virus dai primi malati di Wuhan, avrebbe pubblicato le sequenze virali sulla banca dati americana Sequence Read Archive, per poi rimuoverle qualche mese più tardi. Bloom è riuscito a identificare alcune di queste sequenze che erano state cancellate (qui).

«Non vi è alcun motivo scientifico per rimuovere da una banca dati delle sequenze di virus già depositate», ha commentato all’ANSA il 25 giugno 2021 Francesco Broccolo, virologo dell’Università Bicocca di Milano. «Il ritrovamento delle sequenze di SarsCov2 depositate e poi omesse getta sempre più dubbi sull’origine naturale di questo virus nel mercato del pesce».

Il 12 agosto il ricercatore danese Peter Ben Embarek, capo della missione investigativa svolta dall’OMS a Wuhan nel febbraio 2021, nel corso di un documentario andato in onda sul canale danese TV2, ha ammesso di aver ricevuto forti pressioni dalle autorità di Pechino, affinché «venisse escluso dal rapporto ogni riferimento all’ipotesi di una fuga da un laboratorio». Per questa ragione politica, nel rapporto conclusivo pubblicato nel marzo 2021, il team dell’OMS definì «estremamente improbabile» un incidente avvenuto durante le ricerche sui coronavirus.

Le dichiarazioni potrebbero continuare, ma quelle citate sono sufficienti a mostrare come una parte del mondo scientifico si vada sempre di più convincendo della possibilità di una fuoriuscita del virus dal laboratorio cinese. Non si può ignorare tuttavia che l’Istituto di Virologia di Wuhan è un luogo dove si effettuano ricerche sia nel campo civile che in quello militare, e che la biologia sintetica, per la sua duplice natura, include la possibilità di creare virus sia a fini terapeutici, che a fini bellici.

 

Atto di guerra della Cina?

Il 15 gennaio 2021, poco prima di abbandonare la Casa Bianca, Mike Pompeo, segretario di Stato del presidente americano Donald Trump, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato: «La segretezza e la non divulgazione sono prassi standard per Pechino. Per molti anni gli Stati Uniti hanno pubblicamente sollevato preoccupazioni sul lavoro passato della Cina sulle armi biologiche, che Pechino non ha né documentato né eliminato in modo dimostrabile, nonostante i suoi chiari obblighi ai sensi della Convenzione sulle armi biologiche. Nonostante il Wuhan Institute of Virology (WIV) si presenti come un’istituzione civile, gli Stati Uniti hanno stabilito che il WIV ha collaborato a pubblicazioni e progetti segreti con l’esercito cinese. Il WIV si è impegnato in ricerche classificate, compresi esperimenti su animali da laboratorio, per conto dell’esercito cinese almeno dal 2017. Gli Stati Uniti e altri donatori che hanno finanziato o collaborato alla ricerca civile presso il WIV hanno il diritto e l’obbligo di determinare se qualcuno dei nostri fondi per la ricerca è stato deviato a progetti militari cinesi segreti presso il WIV» (qui).

Un libro cinese, caduto nelle mani dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), conferma che, fin dal 2015, scienziati militari cinesi si sono concentrati su quella che chiamano «la nuova era delle armi genetiche» (qui). Il documento, dal titolo  The Unnatural Origin of SARS and New Species of Man-Made Viruses as Genetic Bioweapons, è analizzato nel libro What really happened in Wuhan by The Australian di Sharri Markson pubblicato da Harper Collins nel settembre 2021 (qui).

In questo libro i militari cinesi affermano che «la terza guerra mondiale verrebbe combattuta con armi biologiche» e proseguono descrivendo come i virus possono essere raccolti dalla natura e «manipolati artificialmente in un nuovo virus di malattia umana, quindi fortificati e rilasciati». Peter Jennings, direttore esecutivo dell’ASPI ha detto che il documento «mostra chiaramente che gli scienziati cinesi stavano pensando ad un’applicazione militare dei diversi ceppi del coronavirus e anche a come poterne trarre vantaggio».

Anche secondo Li-Meng-Yan, una ricercatrice dell’università di Hong Kong che ha collaborato con l’Istituto di Virologia di Wuhan e nell’aprile del 2020 è fuggita negli Stati Uniti, il SARS-CoV-2 «non è solo un’arma biologica, ma è un’arma biologica nuova e senza limitazioni. È un virus creato per uccidere su grande scala». Li-Meng-Yan afferma che, secondo il documento del 2015 dei militari cinesi, «questa nuova bio-arma del coronavirus non necessita di un alto tasso di mortalità superiore al 10 per cento – perché, se lo avesse, la gente capirebbe immediatamente che si tratta di un’arma biologica. Se invece è inferiore al 2 per cento, allora questo tipo di arma provocherà una forma secondaria di disastro, cioè distruggerà l’intera macchina sanitaria e avrà in seguito conseguenze economiche e di ordine sociale. Tutto ciò è successo nel mondo, esattamente come descritto. Quindi la ragione per cui si tratta di una nuova arma biologica è che assomiglia alla natura, ma non lo è. Gli Stati Uniti hanno verificato l’autenticità del libro di testo» (qui).

La tesi secondo cui la letalità del virus sarebbe volutamente bassa è coerente con la teoria esposta da Qiao Liang e Wang Xiangsui nel saggio che abbiamo citato Guerra senza limiti. I due colonnelli cinesi negano la necessità di armi “ultraletali” come le bombe nucleari nella guerra futura. Infatti, scrivono, «qual è la differenza tra uccidere un nemico una volta e ucciderlo cento volte?» (p. 61), se l’effetto psicologico è, comunque, la disfatta del nemico? «Un’arma meno cruenta è pur sempre un’arma, ed il fatto che sia pensata per essere meno cruenta non significa che la sua efficacia sul campo di battaglia sia inferiore» (p. 62).

Il carattere meno cruento del SARS-CoV-2 rispetto ad altri virus, non indebolisce dunque, ma semmai rafforza la tesi dell’attacco biologico. Se una potenza come la Cina avesse creato il virus, e ne possedesse l’antidoto, il suo maggior interesse più che di sterminare il nemico, sarebbe quello di indebolirne le difese biologiche e psicologiche. Ed è quello che oggi sta accadendo in Occidente.

Certamente gli Stati che aderiscono al sistema di sicurezza Five Eyes, ed anche altri che ne sono al di fuori, come Israele, l’India e la Cina di Taiwan, hanno indagato a fondo su questa ipotesi. Ma ammettiamo che qualcuno di questi Paesi abbia raggiunto la certezza di un attacco biologico della Cina all’Occidente. Che interesse avrebbe a rivelarlo, dal momento che la Cina lo dissimula? La Cina continuerebbe a negare il fatto e quel Paese si assumerebbe la responsabilità di voler alzare il livello della tensione internazionale, spingendo ad una guerra mondiale. Quali sarebbero infatti le conseguenze di una dimostrazione pubblica delle responsabilità belliche della Cina? Nel caso di un attacco convenzionale, o anche nucleare, sarebbe giustificata una risposta proporzionata all’offesa. Ma che fare nel caso di un attacco biologico? I problemi di carattere etico sono enormi, in uno scenario che vedrebbe da una parte una dittatura resa coesa dall’uso sistematico dell’aggressione esterna e della repressione interna; dall’altra paesi democratici con un’opinione pubblica instabile e lavorata dalla propaganda psicologica del nemico.

 

Ipotesi e probabilità

Indipendentemente dalle manovre e dai progetti ideologici che si scontrano nell’epoca del coronavirus, lo storico non può eludere queste domande di fondo. Il SARS-Cov-2:
è stato creato e diffuso dai poteri forti mondialisti come arma di destabilizzazione per assoggettare l’umanità;
è stato prodotto e diffuso come arma di guerra biologica dalla Cina comunista;
è sfuggito involontariamente da un laboratorio cinese;
è il risultato di una mutazione naturale in un animale che in seguito lo ha trasmesso agli esseri umani?

Due ipotesi sono altamente improbabili: la prima è che il virus sia frutto di una zoonosi, un salto di specie naturale avvenuto tra un animale e l’uomo. Nessuno è riuscito a provare dove e come ciò potrebbe essere accaduto. Si può escludere inoltre che il virus sia stato creato in laboratorio da un’oligarchia mondialista. Questa ipotesi è ancora più improbabile della precedente perché ogni tentativo di identificare i soggetti e le modalità dell’operazione cade in insuperabili contraddizioni.

C’è invece un’alta probabilità che il virus sia stato prodotto in un laboratorio cinese. Gli scienziati americani hanno addestrato quelli cinesi, e gli scienziati francesi hanno costruito il laboratorio di Wuhan, ma la nostra ricostruzione storica ha dimostrato con sufficiente evidenza la diretta responsabilità della Cina nella creazione del virus.

A questo punto rimangono le due altre ipotesi, entrambe probabili: la prima è che il virus sia involontariamente fuoriuscito dall’Istituto di Virologia di Wuhan; la seconda è che sia stato rilasciato intenzionalmente dal governo cinese, come atto bellico dissimulato contro l’Occidente.

Va sottolineato che quando parliamo di probabilità non usiamo criteri matematici o quantitativi, ma logici e qualitativi. Nel processo conoscitivo, la certezza, che esclude ogni dubbio, non va confusa con l’ipotesi, che esige di essere dimostrata per divenire una tesi certa. Le teorie della probabilità si applicano a quelle situazioni concrete in cui non si può decidere che cosa è accaduto o accadrà con assoluta certezza. L’incertezza non significa però che tutte le risposte siano equivalenti. Alcune ipotesi sono più plausibili di altre. Vi sono campi, come la storia in cui si applica il criterio di plausibilità, «altrimenti, – come osserva Leibniz – verrebbe meno tutta la conoscenza storica, e non solo quella. (…). Così, quando non si potesse decidere con assoluta certezza una questione, si potrebbe almeno determinare il grado di probabilità [delle varie soluzioni] alla luce dell’evidenza» (Scritti Filosofici, UTET, 1967, pp. 502-3).

Quando si sono escluse le ipotesi non plausibili e restano le ipotesi probabili, la prudenza insegna a seguire la lectio difficilior. Per questo un maestro del pensiero cattolico come Plinio Corrêa de Oliveira insegnava che di fronte a due ipotesi probabili, la sua “opzione preferenziale” era sempre per l’ipotesi più pessimista. «In materia di ipotesi, adotto invariabilmente il seguente principio: quando si possono formulare due ipotesi riguardo ad un unico fatto, entrambe probabili, ma non probabili allo stesso modo – l’una è più probabile dell’altra, ma la seconda è peggiore della prima – non si deve dare la preferenza allo studio della più probabile, bensì di quella peggiore. Infatti, studiando la peggiore, anche se essa non si avvererà, sarà più facile improvvisare una soluzione per quella meno cattiva, piuttosto che il contrario, cioè, studiare la meno cattiva e, poi, dover improvvisare una soluzione per quella peggiore, nel caso si presentasse. Cosicché è più saggio, più regolare, dare la preferenza alla peggiore. Tuttavia, qualora la differenza delle probabilità fosse molto grande, e l’ipotesi più leggera fosse la più probabile, bisognerebbe dargli la preferenza. In tal caso, sarebbe uno sbaglio sprecare tempo e fosforo per studiare l’ipotesi peggiore» (Roberto de Mattei, Plinio Correa de Oliveira, Apostolo di Fatima. Profeta del Regno di Maria, Edizioni Fiducia, 2017, p. 38).

La più pessimista tra le ipotesi probabili, è quella di un atto di guerra biologica da parte della Cina. Solo chi non conosce la natura intrinsecamente perversa del comunismo potrebbe rimanere incredulo di fronte a questa possibilità. Se la guerra nucleare non è stata fin qui scatenata dalle superpotenze per timore di risposte devastanti da parte dell’avversario, abbiamo visto svilupparsi negli ultimi decenni, forme di guerra economica, psicologica e informatica, caratterizzate tutte dal principio della dissimulazione. La guerra biologica fa parte di questa guerra asimmetrica dagli oscuri contorni.

 

La filosofia cristiana della storia e i castighi divini

Si potrà obiettare che l’origine artificiale del SARS-Cov-2 rimane un’ipotesi, per quanto probabile, e non una certezza. Ma la storia, come la scienza, non arriva mai a quelle certezze assolute che sono invece appannaggio della teologia, della filosofia e della morale.
Quel che è certo è che la filosofia della storia cristiana ha sempre considerato le epidemie, al pari delle guerre e delle carestie, come flagelli sociali permessi da Dio per purificare l’umanità dai propri peccati. Nelle Rogazioni per implorare l’aiuto del Cielo contro le calamità si prega A fame, peste et bello libera nos, Domine: dalla fame, dalla peste e dalla guerra liberaci o Signore.

La profezia mariana di Fatima, che è una sintesi della teologia cristiana della storia del XX secolo, afferma che Dio punirà i peccati del mondo impenitente attraverso flagelli come la guerra, la fame e le persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre (qui). Il messaggio di Fatima non parla di malattie, ma se l’origine del coronavirus fosse dolosa, la sua diffusione nel mondo potrebbe ricadere sotto la voce di una guerra batteriologica che si affianca a quella atomica e a quella convenzionale come strumento di autodistruzione dell’umanità.

Nel messaggio rivolto ai tre pastorelli di Fatima, la Madonna descrive inoltre uno scenario futuro in cui la Russia «diffonderà nel mondo i suoi errori». Gli errori della Russia erano, nel 1917, quelli del comunismo che aveva preso il potere nella terra degli Zar. Oggi l’Impero sovietico si è sgretolato, ma dalla sua dissoluzione si sono sprigionati miasmi ideologici simili a quei virus che, come la SARS-CoV-2, con la loro Spike agganciano ed infettano le cellule umane.

Il virus ideologico del comunismo non risparmia alcun angolo della terra ma, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la sua più aggressiva espressione è la Cina, il paese che ha trasmesso al mondo la SARS-CoV-2.

E’ possibile certo che la fuoriuscita di questo virus dall’Istituto di virologia di Wuhan non sia stata deliberata, ma conseguenza di un incidente. Questo dimostrerebbe come solo Dio è il Signore della storia, Colui di fronte al quale ogni progetto umano si infrange, ogni ginocchio si piega, ogni atto malvagio viene ordinato al bene, ogni evento apparentemente casuale acquista senso e significato perché tutto ciò che accade nel tempo è stato da Lui voluto e ordinato fin dall’eternità.

Il nostro compito è quello di combattere il male, anche se non saremo noi, ma Dio solo, a determinare la vittoria del bene. (Fine)

Fonte: Corrispondenza Romana

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