Stampa Stampa

Perché pregare san Giuseppe Freinademetz

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 01 settembre 2021)

Pochi conoscono e pregano san Giuseppe Freinademetz, un santo missionario che merita la nostra devozione nell’ora presente.

Giuseppe nacque a Oies, in Val Badia, un villaggio tra i prati e boschi ai piedi di alte montagne, il 15 aprile del 1852, da una famiglia di contadini dalla fede profonda. Era un tirolese o, più precisamente un ladino, suddito di Francesco Giuseppe, Imperatore di Austria Ungheria. I ladini sono una comunità linguistica, diffusa in alcune valli delle Dolomiti raccolte nella diocesi di Bressanone. Fu in questa cittadina del Sudtirolo che Giuseppe fu ordinato sacerdote il 25 luglio 1875. Maturò la scelta di diventare missionario ed entrò nella Società del Verbo Divino fondata pochi anni prima da sant’Arnold Janssen (1837-1909).

Il 2 marzo 1879 ricevette la croce missionaria da papa Leone XIII, voltò le spalle alla sua terra, uno dei luoghi più belli del mondo, e partì alla volta della Cina, per non tornare mai più in Europa. Svolse la sua missione soprattutto nella zona dello Shandong meridionale. La Cina era per lui un campo di battaglia e il missionario era deciso a battersi strenuamente per la conversione di un popolo che non conosceva ancora il vero Dio. «Io sono ormai più Cinese che Tirolese, voglio restare Cinese ancora in Paradiso» scrive il 9 febbraio 1892.

Nel 1899 iniziò la rivolta dei Boxer, una società segreta anticristiana appoggiata dalla Corte di Pechino, sotto la guida dell’imperatrice madre Cixi (1835-1908). La guerra contro la presenza occidentale in Cina, iniziata proprio nello Shandong, cominciò nel giugno 1900 e durò fino al settembre 1901. Migliaia di cattolici furono martirizzati. Tra essi, i vescovi francescani sant’Antonino Fantosati, vicario apostolico dello Hunan meridionale e san Gregorio Maria Grassi, vicario apostolico dello Shansi settentrionale, ucciso assieme al suo vicario coadiutore san Francesco Fogolla. Padre Freinademetz sfidò la morte, non abbandonando la sua missione. Il 6 luglio 1901 scriveva ai fratelli e alle sorelle. «I pericoli dell’anno passato sono stati tanti e così forti, che quasi tutti, anche i nostri missionari mi davano già perduto. Io non fui degno del martirio, come tanti altri, che avrete pure sentito come furono uccisi quattro vescovi, circa quaranta missionari e forse venti o trentamila cristiani. Che persecuzioni, che spaventi, che tormenti! Non potete neppure farvi un’idea di quanto hanno dovuto soffrire questi poveri cristiani».

Nel giro di breve tempo un’alleanza di otto nazioni intraprese una spedizione in Cina, e occupò Pechino. La missione dello Shandong poté riprendere il suo apostolato e padre Freinademetz venne nominato superiore provinciale dei missionari verbiti. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da un doloroso contrasto con il suo antico compagno di missione, Johann Baptist von Anzer (1851-1903), di cui non approvava la condotta.
Padre Freinademetz compilò un promemoria in cui esponeva i singoli punti di accusa contro il suo superiore. La Congregazione di Propaganda Fide invitò il vescovo Anzer a Roma, dove morì nel 1903. Il nuovo vescovo avrebbe dovuto chiamarsi Giuseppe Freinademetz ma il cardinale Kopp, principe vescovo di Breslavia, espresse contro di lui il veto del governo tedesco, perché padre Freinademetz era austriaco. Il missionario non nascose la sua delusione. «Non tanto però per il fatto che io non possa diventare vescovo – forse nessuno più di me è convinto quanto quest’onore sia estraneo ai miei pensieri e questo lo dico dal profondo del mio cuore – quanto per quello di esserne stato escluso per principio».

Il 18 gennaio 1907 la missione dello Shandong meridionale celebrò il suo giubileo d’argento. Padre Freinademetz fece questo bilancio: «25 anni fa incominciammo con 158 cristiani. Oggi contiamo 40.000 battezzati ed altrettanti catecumeni. Il Signore è veramente buono».

L’eroico missionario aveva visto crescere quasi dal nulla attorno a lui una cristianità. La costruzione di chiese, di case, di cappelle; i viaggi attraverso fiumi e montagne; la predicazione e l’istruzione catechistica, i battesimi e tutti gli altri sacramenti amministrati; ciò mirava non solo alla conversione delle singole anime, ma alla cristianizzazione di un popolo, secondo quella plantatio Ecclesiae, che, come ha ricordato Giovanni Paolo II, è un’opera insieme sacramentale e istituzionale: «E’ necessario anzitutto cercare di stabilire in ogni luogo comunità cristiane, che siano segno della presenza divina nel mondo e crescano fino a diventare chiese. (…) Questa fase della storia ecclesiale, detta plantatio Ecclesiae non è terminata, anzi in molti raggruppamenti umani deve ancora iniziare» (Enciclica Redemptoris Missio, del 7 dicembre 1990).

Nel 1907 era scoppiata in Cina un’epidemia di tifo. Padre Freinademetz, che si era prodigato assistendo i malati, contrasse la malattia e si aggravò rapidamente. In una lettera ai confratelli scrisse: «Muoio con piena fiducia nella misericordia del Cuore divino, nell’intercessione di Maria, madre sua e mia e di san Giuseppe, mio patrono e protettore della buona morte. Che possiamo rivederci un giorno in cielo tutti uniti in aeternum et ultra per tutta l’eternità».

Padre Giuseppe Freinademetz si spense a Taikia, casa centrale dei Verbiti, il 28 gennaio 1908, a cinquantasei anni. La sua salma venne sepolta in terra cinese. Quarantacinque anni più tardi l’antico Regno di Mezzo divenne la Cina comunista di Mao Zedong. La sua tomba è oggi luogo di pellegrinaggi, così come la casa natale in Val Badia. Paolo VI beatificò padre Freinademetz nel 1975 e Giovanni Paolo II lo canonizzò il 1° ottobre 2003, assieme al fondatore del suo istituto, Arnold Janssen. Il cardinale Thomas Tien Ken-sin (1898-1967), della Società del Verbo Divino, creato arcivescovo di Pechino da Pio XII nel 1946, e poi costretto dall’esilio, conservò sempre l’immagine del missionario che aveva conosciuto come rettore del seminario. «Si aveva l’impressione che nulla lo potesse distrarre – testimoniò. – Era un grande uomo di preghiera”. Don Divo Barsotti, che gli fu devoto, ha scritto che egli visse la sua vocazione missionaria “in un’eroica dedizione di sé, spendendosi senza misura per la salvezza di quel popolo che Dio gli aveva affidato» (Giuseppe Freinademetz, un cristiano felice, Memi 2014, p. 36).

Conserviamo circa settanta lettere di padre Freinademetz, scritte in italiano e in tedesco alla famiglia e ai sacerdoti della Val Badia. Questa corrispondenza ha uno straordinario valore, perché ci fa capire che cosa è lo spirito missionario nella Chiesa e soprattutto che cosa significa essere un santo. Il programma di vita del missionario verbita è riassunto in una lettera del 28 aprile 1879: «Non sono qui per capriccio o per guadagnare oro e argento, ma per guadagnare anime comperate col sangue preziosissimo di un Dio, per menar guerra contro il diavolo e l’inferno, per gettar a terra i tempi dei Dei falsi, per impiantar in loro luogo il legno della croce, per far conoscere ai poveri pagani, che pure sono nostri fratelli, l’amor di un Dio crocifisso, del Sacro Cuor di Gesù, di Maria Santissima».

Ma il problema più grave, per padre Freinademetz, è la decadenza morale dell’Occidente. «Il maggior flagello per noi e per i poveri Cinesi cominciano ad essere tanti europei senza fede e perfettamente corrotti che adesso cominciano a inondare tutta la Cina. Sono bensì cristiani ma sono peggiori dei pagani; non si curano d’altro che di far danari di andare dietro a tutti i piaceri mondani» (28 maggio 1902). «I tempi sono tristi» e «l’irreligione assalisce tutto il mondo» scrive il 25 giugno 1905. Alla vigilia della morte, il 23 gennaio 1907, scrive ancora: «I cinesi non sono nemici della Religione e se l’Europa fosse cristiana al giorno d’oggi come potrebbe e dovrebbe esserlo, io credo certo tutta la Cina si farebbe cristiana. Che trionfo per la Santa Chiesa! Però il vento che spira dall’Europa è molto freddo e cattivo e perciò è da temere che i poveri Cinesi restino pagani e diventino ancora peggiori dei pagani. Bisogna pregare molto».

Se la Cina del ventesimo secolo contrappose il vangelo di Marx e di Lenin a quello di Cristo, le responsabilità sono soprattutto dell’Occidente. Ma l’invito di san Giuseppe Freinademetz a pregare molto per la Cina ha un’urgenza e una necessità ancora maggiore in un momento storico in cui le supreme autorità della Chiesa hanno voltato le spalle all’epopea missionaria per cercare un infausto accordo con quella Cina comunista che oggi infetta il mondo con il suo veleno. Affidiamo dunque le nostre preghiere a san Giuseppe Freinademetz. 

Fonte: Corrispondenza Romana

Questa voce è stata pubblicata in Articoli, Italiano. Contrassegna il permalink.