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La società del rischio e il principio di precauzione

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 27 ottobre 2021)

Alcuni sociologi contemporanei hanno definito la società in cui viviamo come «la società del rischio» (cfr. ad esempio Ulrich Beck, La società del rischio, tr. it. Carocci, Roma 2000).

La nozione di “rischio”, che designa la possibilità di essere colpiti da un male in seguito alle proprie azioni, non rinvia a quella di pericolo, ma alla scelta da compiere in uno stato di incertezza. La società cristiana del Medioevo aveva il concetto di pericolo, ma non quello di rischio, perché ogni situazione di incertezza era attribuita all’azione sapiente della Divina Provvidenza. La secolarizzazione del concetto di Provvidenza ha portato alla deresponsabilizzazione dell’uomo contemporaneo che, nel mare di incertezze in cui è immerso, sembra avere come sua unica speranza, quella della protezione da ogni rischio, inseguendo l’utopia del “rischio zero”. Per questo la precauzione, che è un giudizio prudenziale su di una situazione, valutandone i rischi e i benefici, si è trasformata in un inedito principio giuridico.

Il principio di precauzione è un principio politico ed ideologico che non ha nulla a che vedere con la precauzione tradizionale. Esso è stato introdotto nella sfera giuridica dalla Dichiarazione di Rio de Janeiro sull’ambiente del 13 giugno 1992 e dal Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992. La Conferenza di Wingspread del 26 gennaio 1998 lo ha espresso in questi termini: «Quando un’attività minaccia di danneggiare l’ambiente o la salute umana, devono essere prese misure di precauzione anche se scientificamente non vi sono certezze riguardo alcuni rapporti-causa effetto».

La tesi è che bisogna astenersi dall’azione, a meno che non si abbia la dimostrazione che l’azione non sia nociva. Un principio che capovolge quello tradizionale, secondo cui talvolta è necessario agire, anche in una situazione di incertezza, a meno che non ci sia la dimostrazione che l’azione sia nociva. Il presupposto è che la scienza non offre mai certezze assolute e che la scelta comporterà sempre l’assunzione di un rischio. Ma è sull’assunzione del rischio che si è basata la storia dell’autentico progresso umano.

Il principio di precauzione è divenuto la parola d’ordine di ecologisti e ambientalisti.  Oggi il principio di precauzione è incarnato dall’attivista svedese Greta Thunberg che lo utilizza, in tema di cambiamenti climatici, facendo appello alla paura del futuro: «Non voglio la vostra speranza, voglio che entriate nel panico. Tutti devono sentire la paura che io provo tutti i giorni».

Qualche anno fa Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari hanno scritto un bel libro su Le bugie degli ambientalisti. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti (Piemme Casale Monferrato 2004), in cui definiscono il “principio di precauzione” proprio come una “paura del futuro”, che si è più volte espressa nella storia. Nel 1825, ad esempio, ci fu una reazione popolare in Gran Bretagna contro l’avvio della ferrovia Liverpool-Manchester. Si disse che la ferrovia avrebbe impedito alle vacche di fare latte e che l’aria avvelenata delle locomotive avrebbe ucciso gli uccelli che fossero passati sopra di loro. Non essendo ancora codificato il principio di precauzione, la ferrovia fu inaugurata nel 1830, con buona pace dei catastrofisti.

Un altro esempio: ancora oggi uno dei metodi più efficaci per combattere la malaria consiste nell’utilizzo del DDT, ma alcuni lavori presentati negli anni Sessanta concernenti supposti effetti negativi di questo insetticida hanno portato alla sua eliminazione dal commercio. La conseguenza di questo principio di precauzione ha portato al diffondersi della malaria in Paesi in cui era stata praticamente debellata.

Il principio di precauzione è stato invocato anche per impedire l’utilizzo di energia nucleare in Italia. Anche in questo caso, a fronte di ipotetici rischi, gli ambientalisti hanno ottenuto la condanna di questa alternativa energetica, condannando di fatto il Paese al massiccio uso dei combustibili fossili.

Lo stesso per i cibi OGM, che gli ambientalisti negavano in nome del diritto alla salute, lasciando che centinaia di migliaia di cittadini dell’Africa morissero di fame. In un articolo su La Nuova Bussola del 9 dicembre 2010, Riccardo Cascioli descriveva le pretestuose obiezioni contro gli OGM: «Si va dalla affermazione che vi sono ancora molti scienziati contrari (e i favorevoli sono “prezzolati”), che sono tecniche innaturali e possibile causa (nulla è certo) di danni per la salute del consumatore (anche perché costretto a mangiare cose nuove cui non è assuefatto) e che la “intangibilità” dell’ecosistema (rischio “mostri”) verrebbe sconvolta per sempre (richiamando anche la biodiversità … chissà perché). Si passa poi ai mancati od insufficienti controlli delle autorità, all’inquinamento degli alimenti “puri e biologici”, con perdita dei pregi delle DOP, IGP (made in Italy), alla insorgenza di forme resistenti di insetti, di parassiti, di malerbe e così via che diverrebbero incontrollabili, alla distruzione della biodiversità. Per finire essi ricordano le multinazionali rapaci che depredano i contadini, la loro inutilità per risolvere i problemi della fame (la Caritas in Veritate afferma trattarsi di problema socio-economico … che gli OGM giustamente non risolvono) e – dulcis in fundo – non sono economicamente utili, i contadini ci perdono, si creano eccessi produttivi!».

A tutto ciò Cascioli contrapponeva la saggia posizione della Accademia Pontificia delle Scienze: «Infatti, basandosi solo su pubblicazioni scientifiche ineccepibili (peer-reviewed) relative allo sviluppo, all’applicazione ed agli effetti degli OGM, gli esperti riunitisi presso la Santa Sede fra il 15 e il 19 maggio 2009 hanno concluso che le piante geneticamente modificate – ove la tecnica sia utilizzata in modo appropriato e responsabile – possono dare enormi contributi per migliorare quantità e qualità dei prodotti, ma anche per il superamento delle problematiche poste da avversità biotiche (funghi ed insetti parassiti) ed abiotiche (siccità, eccesso di acqua, freddo) anche legate ai cambiamenti climatici in atto. I benefici, oggi prevalenti nei paesi sviluppati (non Europa) od in quelli in via di sviluppo “ricchi” (Brasile, India e Cina), è ormai assodato che si avranno anche nei paesi poveri poiché si stanno migliorando piante specifiche (cassava, patata dolce, banano, sorgo ecc.).

Infine è stato rimarcato che non si potrà porre attenzione unicamente ai rischi derivanti dal loro uso (benché importanti), ma anche a quelli derivanti dal loro mancato uso, e non sono pochi: basta riflettere alla luce dei recenti problemi di aumento di prezzo per “scarsità” di cereali e soprattutto del fatto che non vi sono più dubbi circa l’utilità per i paesi poveri in quanto permettono di aumentare lo standard di vita, migliorare la salute e proteggere l’ambiente. Esattamente il contrario di quanto ancora oggi sostengono i numerosi ed agguerriti detrattori!»

L’Accademia delle Scienze, al cui interno il 26 ottobre 2021 è stato nominato membro da papa Francesco l’ambientalista e abortista Jeffrey Sachs, è purtroppo molto diversa da allora, ma la logica degli ambientalisti è la stessa di cui oggi si servono i novax (freevax?): il sentimento di paura di fronte alla possibilità di effetti collaterali nocivi dei vaccini contro il Covid-19.

La paura impedisce la scelta, ma l’assenza di una scelta, in questo caso, è anch’essa una scelta. Con quale criterio dovremo allora affrontare le incertezze e i rischi della situazione presente? Dò ancora una volta la parola a Cascioli: «Con quel criterio che ognuno di noi usa – anche inconsciamente – in ogni azione quotidiana: il rapporto tra rischi e benefici, sapendo che il non fare a volta comporta più rischi che il fare. E’ lo stesso criterio che ha permesso alla nostra civiltà di progredire migliorando le condizioni di tutti. Gli esempi li abbiamo intorno a noi, dai vaccini alle automobili» (Le bugie degli ambientalisti, p. 74). E’ proprio così.

Fonte: Corrispondenza Romana

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