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Una “mafia” nella città dei Papi

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 17 novembre 2021)

Negli ultimi mesi del 1980 ricevetti l’inaspettata visita di un sacerdote gravemente preoccupato per il futuro della Chiesa. Questo sacerdote era don Mario Marini (da non confondere né con l’arcivescovo Piero Marini, né con mons. Guido Marini, attuale vescovo di Tortona).

Io abitavo allora a via della Lungara, accanto alla Porta Settimiana, e il sacerdote risiedeva a poche centinaia di metri in linea d’aria da me, nella residenza dei sacerdoti libanesi di via Fratelli Bandiera, sul colle Gianicolo. In quel luogo vivevano anche il cardinale canadese Edouard Gagnon (1918-2007) e l’arcivescovo siriano Hilarion Capucci (1922-2017), legato all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Con loro abitava anche un altro giovane sacerdote, Charles Murr, che giustamente ricorda come essi si trovavano «in the most secure spot in all of Rome» (https://rorate-caeli.blogspot.com/2020/12/major-expose-rooms-broken-into-dossiers.html). Gli Israeliani, infatti, dopo avere arrestato mons. Capucci per traffico d’armi, lo avevano rilasciato a condizione che non tornasse mai in Medio Oriente e la sua residenza era sorvegliata da agenti armati sia israeliani che siriani. La lunga intervista di padre Murr e il suo libro The Godmother, dedicato a suor Pascalina Lenhert (2017, tr. it. 2019, specialmente pp. 223-265) aggiungono particolari interessanti ai ricordi registrati nelle mie agende.

Don Mario Marini era nato a Cervia, sulla riviera romagnola, il 13 settembre 1936. Quando lo conobbi aveva dunque quarantaquattro anni, un fisico vigoroso e due occhi intelligenti e penetranti. Entrato in seminario dopo avere conseguito la laurea in ingegneria civile all’Università di Bologna e quella di teologia all’Università Gregoriana, era stato ordinato sacerdote nel novembre 1966 e aveva svolto il suo primo impegno pastorale come prete fidei donum nel nord del Messico. Nel 1974 mons. Giovanni Benelli (1921-1982), sostituto della Segreteria di Stato, lo aveva chiamato a lavorare con sé in Vaticano.

Nell’agosto del 1967, Paolo VI, con la costituzione apostolica Regimini Ecclesiae, aveva accentrato i poteri della Curia nella Segreteria di Stato vaticana, attraverso i cui uffici doveva passare tutto ciò che concerneva i rapporti del Papa con i Dicasteri romani e con i vescovi. La Segreteria di Stato, i cui poteri erano divenuti estesissimi, era lo strumento di cui Paolo VI intendeva servirsi per sconfiggere il “partito romano” che, in Curia, si opponeva alle riforme conciliari.

Mons. Benelli lo aiutò in quest’opera, ma la sconfitta della Democrazia Cristiana nel referendum contro il divorzio del 1974 indebolì la sua posizione, mentre ascendeva la stella del suo rivale Agostino Casaroli (1914-1998). La Segreteria di Stato vaticana era divisa in due sezioni: gli Affari Generali e gli Affari ecclesiastici straordinari, divenuti con la riforma della Curia, Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa. Queste due sezioni corrispondevano rispettivamente ai ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri di uno Stato moderno ed erano dirette rispettivamente, da mons. Benelli e da mons. Casaroli, sotto la direzione del cardinale segretario di Stato Jean-Marie Villot (1902-1979).

Erano gli anni del tumultuoso passaggio dal pontificato di Paolo VI (1963-1978) a quello di Giovanni Paolo II (1978-2005), con il breve interregno (settembre 1978) di Giovanni Paolo I e la Curia romana era il luogo di forti contrasti. Nel 1977 Paolo VI allontanò Benelli da Roma, nominandolo arcivescovo di Firenze ed elevandolo alla dignità cardinalizia. Questa rimozione ferì profondamente il neo-cardinale, ma non ne diminuì la pugnace attività. Quando il 22 maggio 1978 venne approvata in Italia la legge sull’aborto, Benelli la definì “un bubbone infetto” da sradicare dall’ordinamento giuridico e appoggiò la nascita a Firenze del “Movimento per la vita”, favorendone il riconoscimento ecclesiale. Intanto morì il cardinale Villot e Giovanni Paolo II nominò segretario di Stato il cardinal Casaroli. Questa nomina suscitò molte perplessità, perché Casaroli era stato il massimo artefice dell’Ostpolitik vaticana, certamente non gradita a Giovanni Paolo II. Alcuni hanno supposto che la decisione del nuovo papa potesse spiegarsi con il fatto che l’Ostpolitik rifletteva, più che la strategia di Casaroli, quella di Paolo VI. Casaroli sarebbe stato solo un esecutore fedele, pronto ad assecondare la politica di papa Woytila, come aveva applicato quella di papa Montini. Nominandolo Segretario di Stato, Giovanni Paolo II avrebbe abilmente rassicurato il Cremlino, facendogli credere alla continuità della precedente linea di condotta vaticana, salvo poi adottare degli orientamenti totalmente diversi. Tuttavia, se il tipo di “dialogo” di Giovanni Paolo II con l’Est europeo apparve, fin da subito, di natura differente da quello di Paolo VI, si sbagliava chi riteneva che il ruolo di Casaroli fosse solo quello di un esecutore. Don Marini era convinto che non fosse così e i fatti e i documenti gli hanno dato ragione (cfr. ad esempio la ricostruzione di Giovanni Barberini in L’Ostpolitik della Santa Sede. Un dialogo lungo e faticoso, Il Mulino, 2007; Id., La politica del dialogo. Le carte Casaroli sull’Ostpolitik vaticana, Il Mulino, 2008).

Don. Marini, che nel 1978 aveva lasciato la Segreteria di Stato, non era un tradizionalista ma, come il card. Benelli, aveva una forte sensibilità pro-life e detestava l’ala progressista della Curia, che Casaroli impersonava. Decise dunque di scendere discretamente in campo.

Pur sapendo che non tutte le nostre idee coincidevano, mi chiese aiuto per far conoscere l’esistenza di una vera e propria “Mafia”, che controllava il potere sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Quando usava la parola “Mafia”, don Marini teneva sempre a precisare che non bisognava confondere la Santa Chiesa, divina e indefettibile, con gli uomini di Chiesa che la servono e la tradiscono. Erano questi i “mafiosi” a cui egli si riferiva, molti anni prima che si parlasse della “Mafia di San Gallo”.

Secondo don Marini, per capire ciò che accadeva in Vaticano, bisognava risalire alla morte di Paolo VI, il 6 agosto 1978, quando due forti gruppi o “clan” regionali si contendevano il potere nella Città dei Papi. Don Marini li definiva la “famiglia” lombardo-piemontese e la “famiglia” romagnola, attribuendo alla parola famiglia il significato con cui nella Mafia sono indicate le “cosche”, clan o gruppi mafiosi che controllano un territorio.

La prima “cosca”, quella lombardo-piemontese, aveva il suo perno nel segretario privato di Paolo VI, mons. Pasquale Macchi (1923-2006) e comprendeva i futuri cardinali mons. Giovanni Coppa (1925-2016), assessore alla Segreteria di Stato, mons. Francesco Marchisano (1929-2014), sottosegretario per l’Educazione Cattolica, mons. Luigi Maverna (1920-1998), segretario della Conferenza Episcopale Italiana, e mons. Virgilio Noé (1922-2011), maestro delle cerimonie pontificie.

La seconda “cosca”, quella romagnola, era formata da quattro compagni al seminario regionale di Bologna. Essi erano i futuri cardinali mons. Achille Silvestrini (1923-2019), mons. Pio Laghi (1922-2009), poi nominato nunzio apostolico in Argentina, mons. Dino Monduzzi (1922-2006), prefetto della Casa Pontificia, e mons. Franco Gualdrini (1923-2010), rettore del Collegio Capranica e poi vescovo di Terni. Il maestro spirituale di questo “quadrilatero” era mons. Salvatore Baldassarri (1907-1982), “dimissionato” nel 1975 da Paolo VI dalla carica di arcivescovo di Ravenna per il suo ultra-progressismo, e legato a sua volta da stretta amicizia con il “vescovo rosso” di Ivrea, mons. Luigi Bettazzi, con cui aveva studiato al seminario di Bologna.

Alla morte di Paolo VI, le due “famiglie” strinsero tra loro un “patto d’acciaio” per il controllo del Vaticano. Il tessitore dell’accordo fu mons. Monduzzi, ma il regista era mons. Achille Silvestrini, succeduto a mons. Casaroli come segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, mentre mons. Edoardo Martinez Somalo (1927-2021) era divenuto sostituto della Segreteria di Stato. I due “sotto-ministri” erano mons. Audrys Juozas Bačkis, sottosegretario per gli Affari Pubblici e mons. Giovanni Battista Re, assessore per gli Affari Generali, entrambi futuri cardinali e tuttora viventi.

«Ogni mattina alle nove – spiegava don Marini – il gruppo politico che dirige il Vaticano, composto da questi personaggi, si riunisce e prepara i suoi rapporti per il Papa. Ma le vere decisioni sono già state prese da un “direttorio” occulto che controlla effettivamente tutte le informazioni, conservate in archivi inaccessibili ed opportunamente filtrate allo scopo di orientare le scelte e proporre le nomine sotti pretesti apparentemente evidenti». Alla testa di questo direttorio c’era mons. Achille Silvestrini, lo stesso personaggio che, vent’anni dopo, ritroveremo come “eminenza grigia” di quella “Mafia di San Gallo” di cui Julia Meloni ha ricostruito la storia (The St. Gallen Mafia, TAN, 2021).

Fonte: Corrispondenza Romana

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