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Una Dichiarazione che sfida l’autorità della Congregazione per la Dottrina della Fede

(Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 24 novembre 2021)

Da qualche giorno, sta circolando in via privata negli ambienti cattolici una petizione sulla “«liceità morale delle iniezioni sperimentali contaminate dall’aborto per COVID-19» (da qui citata come Dichiarazione) allo scopo di raccogliere le firme di personalità del mondo religioso e laico, in opposizione alla «ricezione di questi prodotti moralmente contaminati, pericolosi e inefficaci, insieme agli ingiusti obblighi per la loro somministrazione imposti a milioni di studenti e lavoratori in tutto l’Occidente cristiano».

Ciò che ci spinge a criticare questa Dichiarazione prima che sia pubblicata è la stima che abbiamo verso alcuni dei promotori dell’iniziativa. Siamo convinti infatti che l’affermazione secondo cui chi si vaccina commette un peccato, rappresenti un grave errore che si oppone alla Congregazione della Dottrina della Fede e al consenso dei migliori teologi morali e bioeticisti (tra i quali S. Emin. il card. Wilhelm Eijkpadre Ezra O’Sullivan O.P., Josef SeifertJoseph ShawNational Catholic Bioethical Centerpadre Arnaud Sélégny). Inoltre è un’opinione che semina ingiustificati problemi di coscienza e rappresenta un vero e proprio “auto-goal”, come il giornalista italiano Francesco Boezi definisce le fragili tesi della parte no-vax del mondo tradizionalista. Questi cattolici, secondo Boezi, rischiano di compromettere la credibilità di un intero fronte, lasciando ai progressisti la strada spianata per il futuro.

La Dichiarazione, per come ci è pervenuta, è composta di ventiquattro punti, introdotti dal termine legale «considerato che», e da una breve conclusione in cui, sulla base dei precedenti preamboli, si esplicitano le ragioni del rifiuto della «liceità morale delle iniezioni sperimentali contaminate dall’aborto per COVID-19».

I primi due punti della Dichiarazione si richiamano ai passi della costituzione Gaudium et Spes (51 § 3, 27) e dell’Evangelium Vitae (n. 58) che ribadiscono la condanna dell’aborto. Una condanna, sarebbe stato bene precisare, che fa parte da tempo immemorabile del Magistero della Chiesa ed è confermata da questi documenti.

Il quarto e il quinto preambolo si riferiscono alla Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 rilasciata il 21 dicembre dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Secondo questo documento, «è moralmente accettabile utilizzare i vaccini anti-Covid-19 che hanno usato linee cellulari provenienti da feti abortiti nel loro processo di ricerca e produzione» (n. 2, sottolineatura nel testo). «La ragione fondamentale per considerare moralmente lecito l’uso di questi vaccini è che il tipo di cooperazione al male (cooperazione materiale passiva) dell’aborto procurato da cui provengono le medesime linee cellulari, da parte di chi utilizza i vaccini che ne derivano, è remota. Il dovere morale di evitare tale cooperazione materiale passiva non è vincolante se vi è un grave pericolo, come la diffusione, altrimenti incontenibile, di un agente patogeno grave: in questo caso, la diffusione pandemica del virus SARS-CoV-2 che causa il Covid-19. È perciò da ritenere che in tale caso si possano usare tutte le vaccinazioni riconosciute come clinicamente sicure ed efficaci con coscienza certa che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione formale all’aborto dal quale derivano le cellule con cui i vaccini sono stati prodotti. È da sottolineare tuttavia che l’utilizzo moralmente lecito di questi tipi di vaccini, per le particolari condizioni che lo rendono tale, non può costituire in sé una legittimazione, anche indiretta, della pratica dell’aborto, e presuppone la contrarietà a questa pratica da parte di coloro che vi fanno ricorso» (n. 3).

La Nota della Santa Sede aggiunge che «appare evidente alla ragione pratica che la vaccinazione non è, di norma, un obbligo morale e che, perciò, deve essere volontaria. In ogni caso, dal punto di vista etico, la moralità della vaccinazione dipende non soltanto dal dovere di tutela della propria salute, ma anche da quello del perseguimento del bene comune» (n. 5 sottolineatura nel testo). Bene che, in assenza di altri mezzi per arrestare o anche solo per prevenire l’epidemia, può raccomandare la vaccinazione, specialmente a tutela dei più deboli ed esposti. Coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei, di divenire veicoli di trasmissione dell’agente infettivo. In modo particolare, essi devono evitare ogni rischio per la salute di coloro che non possono essere vaccinati per motivi clinici, o di altra natura, e che sono le persone più vulnerabili.

La Dichiarazione riassume la Nota della Santa Sede affermando che essa «afferma esplicitamente che permane il “dovere morale di evitare tale cooperazione materiale passiva» nel crimine dell’aborto mediante l’uso di dette iniezioni; eppure spiega che questo dovere «non è obbligatorio» in presenza di un «grave pericolo» che può essere evitato con il «vaccino» e quando non è disponibile una terapia alternativa «eticamente irreprensibile al Covid-19».

Ciò permette al redattore della Dichiarazione di aggiungere al punto 6: «Considerata quindi l’assenza almeno di tali criteri, rimane moralmente illecito farsi praticare tali iniezioni». Non è esattamente così, se si legge attentamente il testo.

La Congregazione per la Dottrina della Fede è implicitamente riconosciuta come la suprema autorità nel campo della fede e della morale, ma il preambolo successivo afferma: «Considerato che, nonostante la Nota esprima l’opinione per cui l’attuale “diffusione pandemica del virus SARS-CoV-2 che causa il Covid-19” costituisca il “grave pericolo” necessario per giustificare l’uso di vaccini contaminati dall’aborto, tale giudizio è al di là della competenza dei vescovi facendone venir meno l’autorevolezza, poiché la loro competenza è relegata all’ambito della fede e della morale (LG 25)».

Con queste parole, la Dichiarazione tenta di minare la credibilità della Nota della Santa Sede, affermando che la competenza della Congregazione si limita al campo della fede e della morale e non si estende a quello sanitario. La Nota sarebbe dunque priva di valore perché basata su dati scientifici falsi o inesatti. Da questo punto in poi, ovvero dal preambolo n. 7 a quello n. 21, la Dichiarazione accumula una serie di dati scientifici, secondo cui la pandemia da Covid-19 non costituirebbe un pericolo grave, e i vaccini sarebbero uno strumento inefficace, e anzi dannoso per arrestarla.

Con questo modo di argomentare, i redattori della Dichiarizione pretendono di arrivare a delle conclusioni morali, opposte alla Congregazione per la Dottrina della Fede, basandosi su dati scientifici, proprio mentre la accusano di essere incompetente in campo scientifico. La domanda è ovvia: qual è la competenza scientifica di chi ha scritto il documento? E perché sarebbe lecito a singoli privati formulare un giudizio morale basato su dati scientifici, se la Congregazione per la Dottrina della Fede non può farlo?

I dati su cui essa si basa sono quelli universalmente accettati dalle autorità sanitarie di tutte le nazioni del mondo. Sono forse dati falsi? Se partiamo dal principio che tutte le istituzioni nazionali o internazionali mentono, tutta la medicina moderna e l’assistenza ospedaliera collasserebbero. Con cosa le rimpiazzeremmo? Di fatto, ancor prima di quel che ci dicono le autorità sanitarie, l’esistenza di una pandemia, con innumerevoli milioni di casi accertati e milioni di morti nel mondo è un fatto che ricade sotto l’esperienza concreta di ciascuno di noi ancor prima che si tenga conto dei dati dell’OMS i quali indicano che ci sono stati 250 milioni di casi confermati e 5 milioni di morti. E l’evidenza è alla base di ogni giudizio filosofico e morale.

D’altronde, i no-vax che oggi negano la gravità della malattia sono gli stessi che per lungo tempo (e in parte ancora oggi) ne negano l’esistenza. Come è possibile immaginare che qualcosa non esista e che allo stesso tempo non sia grave?

Dopo questa lunga e impropria incursione nel mondo scientifico, i preamboli 22, 23 e 24 della Petizione ripropongono come una verità indiscussa la tesi della illiceità morale della vaccinazione contro il Covid-19, basandosi su un testo di padre Michael Copenaghen già pienamente confutato da Joseph Shaw: «Considerato che da un’ulteriore analisi morale emerge un’obiezione in senso proibitivo nell’osservare che il destinatario di tale iniezione diventa “un partecipante immediato alla commissione del continuo furto di resti umani ottenuti attraverso l’uccisione deliberata, la loro profanazione attraverso lo sfruttamento e la tratta, nonché, in definitiva, l’omissione di una loro rispettosa sepoltura».

La Dichiarazione si conclude con queste parole: «Noi sottoscritti con la presente affermiamo che, anche presumendo che un individuo sia pienamente contrario a che questi vaccini genici siano contaminati dall’orrendo crimine dell’aborto, per la presenza di una qualsiasi delle tre seguenti condizioni sopra menzionate, l’accettare tali iniezioni per una persona rimane un oggettivo illecito morale:

  1. l’evidente assenza di un “grave pericolo” rappresentato dal COVID-19,
  2. la disponibilità inconfutabile di terapie “Covid-19 eticamente irreprensibili” sicure ed efficaci, e
  3. l’assenza di dati di test adeguati che sono moralmente necessari anche solo per tentare di calcolare un’analisi rischio/beneficio per tali terapie geniche sperimentali».

Dunque, dopo aver negato alla Congregazione della Fede il diritto di utilizzare dati scientifici ed essersi serviti di dati (pseudo) scientifici per asserire una verità morale, è giunto il momento per i redattori della Dichiarazione di sostituirsi alla Congregazione per la Fede come suprema autorità morale e di proclamarlo su internet ai cattolici di tutto il mondo.

Però, come insegna san Pio X nella enciclica Pascendi, il Magistero della Chiesa non nasce dalle coscienze individuali e non ha forma democratica. La regola della fede e della morale sta nella Tradizione della Chiesa e non nelle firme raccolte sul Web. E il sensus fidei è veramente tale solo quando percepisce un contrasto diretto tra ciò che gli uomini di Chiesa propongono e ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. Non è questo il caso della Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede che ci rassicura sulla liceità morale della vaccinazione.

Fonte: Corrispondenza Romana

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