Da Fiducia supplicans alle norme sul discernimento dei fenomeni soprannaturali

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La dichiarazione Fiducia supplicans, emanata il 18 dicembre 2023 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, con l’approvazione di Papa Francesco, ha rappresentato uno dei punti più controversi di questo pontificato, ma ha anche segnato un punto di svolta grazie alla vasta reazione di cardinali, vescovi e intere conferenze episcopali, a cominciare da quelle “periferie” che tanto spesso il Papa ha invocato come portatrici di autentici valori religiosi ed umani (https://www.corrispondenzaromana.it/fiducia-supplicans-e-il-prossimo-conclave/).

La ragione della protesta è la contraddizione che il documento sembra avere con il Magistero perenne della Chiesa. La dichiarazione, infatti, pur negando la liceità del “matrimonio omosessuale”, ammette la possibilità di benedire una cosiddetta “coppia” omosessuale, approvando, di fatto, il legame che unisce in maniera peccaminosa i due “partner”.

Che il documento sia più che ambiguo lo hanno dimostrato non solo le reazioni  che esso ha suscitato, ma anche le precisazioni a cui è stato obbligato papa Francesco, il quale, parlando all’assemblea plenaria del Dicastero, il 26 gennaio 2024, ha affermato  che «quando spontaneamente si avvicina una coppia a chiederle, non si benedice l’unione, ma semplicemente le persone che insieme ne hanno fatto richiesta» e, in una intervista del 24 aprile al network statunitense CBS, ha ribadito: «Quello che ho permesso non era di benedire l’unione. Questo non può essere fatto perché quello non è il sacramento. Non posso. Il Signore ha fatto così. Ma benedire ogni persona, sì. La benedizione è per tutti. Per tutti. Benedire un’unione di tipo omosessuale, però, va contro il diritto dato, contro la legge della Chiesa. Ma per benedire ogni persona, perché no? La benedizione è per tutti. Qualcuno ne è rimasto scandalizzato. Ma perché? Tutti! Tutti!» (https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/05/20/il-papa-la-chiesa-benedice-tutti-anche-i-gay-ma-non-le-unioni_90d37e64-2a91-46a2-95f6-3d87af8db35c.html).

Se così fosse, bisognerebbe però revocare la Dichiarazione, o comunque correggerla, perché, a fronte degli interventi rassicuranti del Papa e del segretario del Dicastero della Fede, sta il testo della Fiducia Supplicans che, al n. 39, afferma: «una coppia in situazione irregolare», dello stesso o di diverso sesso, può chiedere, la benedizione, anche se essa «mai verrà svolta contestualmente ai riti civili di unione e nemmeno in relazione a essi. Neanche con degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio».

Nell’orizzonte di confusione giunge a proposito lo studio La Diga Rotta – La resa di Fiducia Supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo, due dirigenti della TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà), già autori di un best seller del 2023 Il processo sinodale: un vaso di Pandora (https://issuu.com/atfp/docs/tfp_diga).

La tesi di fondo del nuovo studio è che negli ultimi decenni una potente lobby LGBT si è insediata all’interno della Chiesa cattolica e ha aperto una breccia nella diga della sua dottrina morale. L’obiettivo di questa lobby è quello di giungere a cambiare il Magistero della Chiesa, che condanna in modo inappellabile l’omosessualità. Non ci troviamo di fronte a una fantasia complottista. Ureta e Loredo ricostruiscono la rivoluzione omosessualista all’interno delle strutture ecclesiastiche, citando nomi e fatti precisi dagli anni Settanta ai nostri giorni. Nel 1986, sotto Giovanni Paolo II, il cardinale Ratzinger, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, cercò di fermare questa offensiva con la Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. Altri documenti seguirono, ma con il pontificato di Papa Bergoglio, le pareti della diga iniziarono a creparsi. La Dichiarazione Fiducia supplicans, rappresenta il coronamento di questo processo di sovversione.

Il grido di allarme di Ureta e Loredo è importante e c’è da augurarsi che faccia comprendere quanto estesa e profonda sia la corruzione interna alla Chiesa, ma di fronte a questo quadro tenebroso una domanda sorge spontanea. Che cosa fare? La riposta, a nostro avviso, è che solo un intervento divino potrà porre rimedio a una situazione di così grave degradazione dottrinale e morale.

A ciò può collegarsi il nuovo documento pubblicato dal Dicastero per la Dottrina della Fede Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_ddf_doc_20240517_norme-fenomeni-soprannaturali_it.html) del 17 maggio 2024, con approvazione di papa Francesco.

Alcuni teologi e canonisti hanno criticato questo documento perché esautora i vescovi diocesani dal potere di emettere un giudizio affidabile su presenti fenomeni straordinari, trasferendolo al Dicastero della Fede e in ultima istanza al Santo Padre. Questo accentramento di potere non rappresenta tuttavia l’elemento più problematico del testo.

Il punto in questione appare invece un altro. Se è vero che solo un intervento straordinario della Grazia può riportare la Chiesa e la società intera a una situazione di normalità, occorre che le anime dei fedeli e dei Pastori che li guidano siano aperte a questa azione della Divina Provvidenza.

Le nuove Norme del Dicastero per la Dottrina della Fede danno invece l’impressione che la Chiesa voglia ritrarsi di fronte alla possibilità di riconoscere un autentico fenomeno soprannaturale. Ai tre tradizionali criteri di un tempo (“consta la non soprannaturalità” del fenomeno, “non consta la soprannaturalità”, “consta la soprannaturalità”), il testo del DDF ne sostituisce sei nuovi che vanno dalla esplicita dichiarazione di non soprannaturalità fino a un “nihil obstat”, che nulla dice sulla natura soprannaturale del fenomeno, limitandosi a registrarne i frutti spirituali. Il punto nevralgico delle nuove norme, come ha notato “La Nuova Bussola quotidiana” (https://lanuovabq.it/it/apparizioni-e-miracoli-fernandez-distorce-benedetto-xvi),  è l’art. 22 §2, secondo cui «il Vescovo diocesano presterà attenzione, inoltre, a che i fedeli non ritengano nessuna delle determinazioni come un’approvazione del carattere soprannaturale del fenomeno». Il suo operato, in concerto con il Dicastero, sarà d’ora in avanti dedicato all’aspetto puramente pastorale di presunte apparizioni o miracoli, con la possibilità di arrivare a un giudizio negativo, ma mai affermativo nel merito.

Ora è vero che la Chiesa ha sempre riconosciuto l’intervento del Cielo solo dopo inchieste severe, ma la sua circospezione non è lo scetticismo dell’incredulo. Il razionalista sorride con sufficienza allorché gli si parla di apparizioni o di miracoli, perché rifiuta la presenza di Dio nella storia. La Chiesa crede invece al miracoloso, ma sa che questo è un campo in cui gli uomini possono ingannarsi e il demonio ingannarli. Per questi motivi essa agisce prudentemente finché l’azione di Dio non venga accertata (cfr. Louis Louchet, Teologia delle apparizioni mariane, Borla, Torino 1960, pp. 43-44). Non si può mettere però in discussione la sua facoltà di affermare con certezza «constat de supernaturalitate».

Le nuove norme del Dicastero della Fede negano ai Pastori della Chiesa la possibilità di accertare le tracce dell’intervento di Dio nella storia degli uomini, partendo dal presupposto che la Rivelazione pubblica della Chiesa è chiusa con la morte dell’ultimo apostolo. Ma sarebbe temerario prendere pretesto da questo indiscusso principio per ignorare o sottovalutare il peso storico delle autentiche manifestazioni celesti, passate, presenti e future. Come si potrebbero liquidare con un generico nihil obstat i messaggi celesti di Paray-le-Monial, di Lourdes e di Fatima, per limitarci a quelle rivelazioni di cui, in maniera spesso solenne, la Chiesa ha riconosciuto l’origine divina?

I fedeli non vanno spinti verso l’indifferentismo di fronte al soprannaturale, ma vanno preparati a discernerlo e ad accoglierlo, perché è attraverso quest’azione prodigiosa che Dio restituirà verità e vita a un mondo che muore.

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