Il ministro della Difesa del governo italiano, Guido Crosetto, è apprezzato per la sua serietà e per il profilo istituzionale con cui ha sempre svolto il proprio incarico. Dispiace dunque che nelle ultime settimane sia incappato in alcuni passaggi poco felici, che hanno suscitato polemiche e perplessità.
Ha fatto discutere, innanzitutto, il fatto che nel momento in cui partiva l’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, Crosetto si trovasse a Dubai con la sua famiglia, ignaro di quanto stava accadendo. Ancora più problematiche, tuttavia, sono apparse le parole pronunciate dal ministro nell’aula della Camera dei Deputati durante il dibattito parlamentare del 6 marzo. Rispondendo alle accuse delle opposizioni, che denunciavano l’azione militare di Stati Uniti e Israele come una guerra condotta al di fuori del diritto internazionale, Crosetto ha dichiarato: «Certo che è stata al di fuoridelleregole del diritto internazionale», aggiungendo:«è una guerra che è partita all’insaputa del mondo e che ora ci si trova a gestire. Il problema nostro è gestire le conseguenze di una crisi che è esplosa e che non abbiamo voluto».
Se nel primo caso si può parlare di una certa ingenuità nel lasciare l’Italia in un momento di forte tensione internazionale, nel secondo caso l’ingenuità appare ancora più significativa sul piano politico. Attribuire apertamente ai propri alleati politici e militari una «violazione del diritto internazionale», è infatti un regalo che viene fatto alla propaganda dei nemici dell’Occidente, durante una crisi che non è esplosa il 28 febbraio 2026, ma che dura da decenni e oppone due visioni dell’ordine mondiale. Da una parte vi è il sistema delle democrazie occidentali, guidato dagli Stati Uniti, dall’altra il fronte russo-cinese, che in Medio Oriente ha il suo pilastro strategico nell’Iran. Antonio Socci, descrivendo accuratamente l’ipocrisia della sinistra internazionale, scrive giustamente su “Libero” dell’8 marzo: «Qual è il diritto internazionale che impedisce di costruire e possedere l’atomica a uno Stato che minaccia i vicini? Non c’è il rischio che tale diritto internazionale invece di essere scudo delle popolazioni indifese, diventi la protezione delle peggiori dittature?». Socci, con padre Livio Fanzaga, rappresenta una delle poche voci del mondo cattolico che si esprimono con lucidità nella confusione dominante.
Proviamo ora a elencare qualche altro luogo comune che in queste settimane affolla la scena mediatica, contribuendo a confondere l’opinione pubblica.
C’è chi sostiene che Donald Trump avrebbe iniziato questa guerra “alla cieca”, come se si fosse trattato di un’iniziativa improvvisata e non fosse stata condivisa dal suo segretario di Stato Marco Rubio, dai vertici delle Forze Armate e da una cerchia di influenti collaboratori del presidente americano, abituati a misurarsi con scenari complessi.
Qualcuno ritiene poi che il presidente americano si sia mosso al seguito di quello israeliano, visto che gli interessi di Israele nel colpire l’Iran sarebbero evidenti, mentre Teheran non costituirebbe una minaccia diretta per Washington. Questa lettura ignora tuttavia che, in un mondo profondamente interconnesso, qualsiasi crisi regionale può avere ripercussioni globali e mettere in gioco gli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa, dal Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico. In particolare, ogni nuovo Stato che acquisisca armamenti nucleari contribuisce a rendere più fragile l’equilibrio globale.
Un terzo cliché ricorrente attribuisce a Donald Trump l’intenzione di generare caos nel sistema internazionale, come se il disordine attuale fosse il risultato esclusivo delle sue scelte. In realtà, gli attori della politica mondiale operano già da tempo in un contesto di “nuovo disordine mondiale”, caratterizzato da un sistema internazionale instabile e da crisi regionali sempre più frequenti. In questo quadro, alcune espressioni iperboliche di Trump possono essere interpretate come uno strumento politico per muoversi in una situazione in cui l’imprevedibilità, nasce dalla dinamica stessa degli eventi, non dal linguaggio o dalle decisioni del leader.
I rischi connessi all’iniziativa militare di Stati Uniti e Israele certamente esistono e non possono essere sottovalutati. Ogni intervento armato comporta conseguenze potenzialmente destabilizzanti. Tuttavia, anche la scelta di rinunciare ad agire o di rimandare l’intervento, avrebbe potuto rivelarsi altrettanto, se non più, rischiosa. Come spesso accade nelle grandi decisioni di politica internazionale, si tratta di una scelta compiuta tra rischi diversi, più che tra un rischio e l’assenza di rischi.
Il giudizio storico definitivo sull’operazione militare in corso potrà essere dato solo in futuro, ma, di certo, non si può parlare di «violazione del diritto internazionale», né di «guerra ingiusta». Il problema di fondo, più che nel giudicare singoli eventi o singole scelte politiche, sta nel comprendere che l’intero edificio del diritto internazionale si regge su presupposti morali e filosofici che, nel corso dei secoli, sono stati progressivamente rimossi. Per questo, scrive Antonio Socci, «la Segreteria di Stato vaticana, invece di continuare a puntare sull’ONU ormai fallita dovrebbe spiegare come ricostruire l’idea di diritto internazionale che nacque proprio nell’alveo cattolico della Scuola di Salamanca».
Non è stata infatti la cultura politica della sinistra moderna, a gettare le basi teoriche di quello che oggi chiamiamo diritto internazionale, ma la grande scuola teologica e giuridica dell’Università di Salamanca del XVI secolo, illustrata da nomi come quelli di Francisco da Vitoria e Francisco Suárez.
E poiché ci troviamo nel mese di marzo, durante il quale la Chiesa cattolica celebra in modo particolare la memoria di san Giuseppe, vale la pena ricordare anche l’importanza simbolica della sua figura. San Giuseppe, sposo della Beatissima Vergine Maria e padre putativo di Gesù, è venerato come custode della Sacra Famiglia e patrono della Chiesa universale. Proprio per questo egli può essere considerato come protettore e custode di ogni forma di convivenza ordinata tra gli uomini, compresa quella tra i popoli e le nazioni.
È vero, come ha affermato il ministro Crosetto, che il mondo sembra oggi trovarsi «sull’orlo dell’abisso». Ma ciò si deve al rifiuto sistematico dell’ordine divino e naturale di gran parte delle società contemporanee, non certo all’intervento americano ed israeliano in Iran.