In memoria aeterna erit justus

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Il calendario liturgico celebra il 1° novembre la festa di tutti i Santi e il giorno seguente quella delle anime dei defunti. Nella frase della Sacra Scrittura: In memoria aeterna erit justus. (Salmo 11, 6) possiamo trovare un collegamento tra le due ricorrenze.

Ogni uomo desidera lasciare memoria di sé. È un bisogno profondo, inscritto nel cuore umano: il desiderio di non scomparire del tutto, di lasciare una traccia del proprio passaggio. Lapidi, iscrizioni, quadri, fotografie, l’esistenza stessa dei cimiteri, sono tutti tentativi di sottrarre qualcosa di sé al silenzio del tempo. Le memorie degli uomini, però, non possono essere eterne. L’esistenza umana si svolge nel flusso del tempo, che è la dimensione in cui, come ricorda Aristotele, «tutte le cose vengono all’essere e si corrompono» (Fisica, I, IV, 222b, 16-20). Tutto ciò che l’uomo costruisce è fragile, perché il marmo si consuma, le parole si cancellano, l’oblio è destinato ad avvolgere ogni cosa. Eppure l’uomo sa, nel profondo del suo essere, che non è fatto per finiree non riesce ad accettare che il suo io si dissolva nel nulla. Anche chi crede che dopo la morte vi sia solo il nulla, vuole essere ricordato, lasciare un segno del proprio passaggio, un’orma che dica: “Io sono esistito”. È un istinto che distingue l’uomo dagli animali, i quali vivono e muoiono senza sentire il desiderio di essere ricordati. I filosofi e i teologi hanno sempre riconosciuto in questo bisogno di sopravvivere una prova morale della spiritualità e dell’immortalità dell’anima. Se l’uomo tende per natura verso l’eterno, non può essere destinato al nulla: la natura non genera desideri vani. Ogni aspirazione profonda dell’uomo ha un corrispettivo reale – come la fame implica il cibo e la sete implica l’acqua, così la sete d’eternità rivela che l’anima è fatta per non morire.

Il Cristianesimo non si limita a riconoscere questo desiderio naturale di immortalità: lo illuminae gli dà un senso. Gesù Cristo non è venuto solo per consolare l’uomo nella sua sete d’eternità, ma per rivelargli che questa sete ha un destino reale: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11, 25). Con queste parole, Gesù non promette soltanto una vaga sopravvivenza: promette la vita eterna, che è la partecipazione alla vita stessa di Dio.

In questo senso le parole del Salmo«In memoria aeterna erit justus» (Salmo 11, 6) ci invitano a considerare che il giusto non ha bisogno di statue né di lapidi per essere ricordato, perché la sua vita è già un segno di eternità. La vera “memoria eterna” non è quella affidata alla pietra, ma quella custodita nel mistero di Dio e nel bene che continua a generare.  La memoria di coloro che hanno odiato la propria vita in questo mondo, per guadagnare la vita eterna, non si perde (Gv 12, 25). Dio stesso è intervenuto più di una volta nella storia per mostrare che la memoria dei giusti non appartiene alla polvere,come quella degli uomini che cercano la gloria terrena, ma all’eternità.

Nell’anno 387, sant’Ambrogio, allora vescovo di Milano, era perseguitato dagli ariani e minacciato dal potere imperiale per la sua fedeltà alla vera fede. I fedeli, impauriti, si radunavano in preghiera attorno al loro vescovo. In quei giorni, san Paolo apostolo apparve in sogno ad Ambrogio e gli rivelò che, nel sottosuolo della basilica dei Santi Naborre e Felice, erano nascosti i corpi incorrotti di due martiri, Gervasio e Protasio, che avevano dato la vita per Cristo molti secoli prima. Nessuno ne ricordava più l’esistenza, i loro nomi erano quasi svaniti dal ricordo umano. Eppure, la loro fedeltà a Cristo non era stata dimenticata da Dio. Ambrogio, obbedendo alla visione, fece scavare nel luogo indicato e il 17 giugno di quell’anno, furono trovati i corpi dei due santi, ancora intatti, insieme a tracce del loro martirio. Quando Ambrogio fece scavare nel luogo indicato e portò alla luce i loro resti, fu come se il Signore stesso avesse voluto proclamare al mondo le parole del Salmo: «In memoria aeterna erit iustus» – Il giusto sarà ricordato in eterno.

Molti secoli dopo il ritrovamento dei martiri Gervasio e Protasio, un altro segno simile si manifestò nella Chiesa. Era il 10 agosto 1802, nelle catacombe di Priscilla a Roma. Alcuni operai, durante gli scavi, trovarono un loculo murato. Sopra vi era un’iscrizione incisa in caratteri antichi: «PAX TECUM FILUMENA» – “La pace sia con te, Filomena”. Accanto al nome, i simboli del giglio, della palma e delle frecce parlavano chiaro: erano i segni di una vergine e martireIl corpo, deposto con grande cura, fu trovato intatto, avvolto in veli e incenso, come se la giovane martire fosse rimasta in un sonno di luce per quasi diciassette secoli.

Dio volle che quella fanciulla, rimasta sconosciuta e silenziosa per tanto tempo, tornasse a parlare alla fede del suo popolo. Traslate a Mugnano del Cardinale, le reliquie di Santa Filomenadivennero presto sorgente di miracoli e conversioni Anche in questo caso, la tomba di una martire, silenziosa per secoli, si aprì per ricordare a tutti che chi vive e muore per Dio non scompare mai. Il mondo aveva dimenticato Filomena, ma Dio no. Nel suo disegno misterioso, Egli custodisce i giusti come semi nascosti nella terra: invisibili per un tempo, ma destinati a rifiorire nell’eternità.

Se Dio onora in questo modo i corpi dei suoi servi, quale sarà l’onore delle anime dei giusti che saranno da Lui ricevute in Cielo?  L’anima che si unisce a Dio non ha più bisogno di monumenti o iscrizioni, perché vivrà in Lui, nella comunione dei santi: «In memoria aeterna erit iustus». Il giusto non sarà consumato dal tempo, ma vivrà in eterna memoria, perché Dio perpetua per sempre tutto ciò che di buono quell’anima ha fatto nello scorrere del tempo. Al momento di entrare nella gloria eterna, l’anima del giusto sarà accolta da tutte le sue buone opere, anche minime e ogni buon pensiero, ogni tentazione vinta, ogni atto di virtù compiuto nella vita terrena, sarà scolpito nell’eternità. Queste opere buone, soprattutto le più umili e le più nascoste, saranno rivelate a tutti gli uomini nel giorno del giudizio, a gloria di Dio e a confusione dei malvagi, dei quali il Salmo dice: «perdet de terra omnem memoriam eorum» (33, 17); “Cancellerà dalla terra ogni memoria di loro”.

E’ per questo che nel mese di novembre, facciamo memoria delle anime beate che appartengono alla Chiesa purgante e trionfante, chiedendo il loro aiuto per noi, infimi membri, ma assetati di eternità, della Chiesa che milita sulla terra.

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