Per chi, come noi, è convinto che la battaglia delle idee è più importante di quella economica e sociale, il ruolo di ministro della Cultura è, in un governo, di primaria importanza. Nel governo di centro-destra guidato da Giorgia Meloni, questo ministero è stato guidato da Gennaro Sangiuliano, caduto vittima il 6 settembre, della fragilità umana e di una interessata campagna mediatica. Sangiuliano non è stato un cattivo ministro della Cultura. Come sarà il suo successore Alessandro Giuli? Bisognerà attendere il suo operato per formulare un giudizio. Tuttavia è lecito porsi alcune domande, come ce le ponemmo quando fu ventilata l’ipotesi della scelta a tale incarico dello storico Giordano Bruno Guerri (https://www.corrispondenzaromana.it/guerri-ministro-della-cultura-un-controsenso-dalle-conseguenze-disastrose/).
Ricordavamo allora come il filosofo Augusto Del Noce affermava che il secolarismo costituisce l’elemento di continuità culturale, al di là delle differenze politiche e istituzionali, tra il periodo liberale, quello fascista e quello postfascista della nazione italiana. Il liberale Francesco De Sanctis (1817-1883) e il filosofo del fascismo Giovanni Gentile (1875-1944), furono, dopo il 1861, come ministri della Cultura, i grandi “educatori” degli italiani. Il teorico del marxismo Antonio Gramsci (1891-1937), pur non avendo mai avuto incarichi istituzionali ed essendo anzi morto in carcere sotto il fascismo, fu il terzo grande “educatore nazionale”, condividendo con i suoi predecessori la medesima filosofia hegeliana, che ha il suo cardine nell’immanentismo e nel secolarismo.
In questa prospettiva non può non suscitare preoccupazione la pubblicazione di un libro del neo-ministro Giuli dal significativo titolo Gramsci è vivo (Rizzoli, Milano 2024). Il ministro Giuli è un uomo colto e intelligente, coerente nelle sue posizioni politico-culturali, che sono rimaste grosso modo le medesime, dall’epoca in frequentava la Fondazione Julius Evola. Nel convegno di Genova del 17 maggio 2008 dedicato ai 110 anni di Evola, Giuli ha svolto una dotta relazione su Il Barone e l’Egemonichon. La responsabilità pubblica del vir in Evola; lo stesso Giuli ha scritto la prefazione al volume di Evola, Par delà Nietzsche (Nino Aragno 2015) ed è autore di un’appendice all’edizione delle lettere di Julius Evola a Benedetto Croce e Giovanni Gentile (Julius Evola – Le Radici dell’Idealismo, I Libri del Borghese, 2022).
Il nome di Julius Evola è assente dal recente libro del neo ministro della Cultura. Eppure l’ombra dell’autore di Imperialismo pagano (I Edizione, Atanor, Todi 1928) aleggia in quasi ogni pagina, a cominciare dall’Incipit paganeggiante: «Siamo figli della terra e del cielo stellato, celeste è l’origine» (Gramsci è vivo, p. 7). La frase, presente in una iscrizione del V sec. a. C., indica il lignaggio divino che l’iniziato orfico è tenuto a riscoprire in sé, per simboleggiare, secondo l’antica tradizione misterica, la vittoria dell’anima sul corpo (Marisa Tortorelli Ghidini, Figli della Terra e del Cielo Stellato, M. D’Auria, Napoli 2006).
Questa linea culturale è, come Giuli stesso converrà, estranea alla tradizione cristiana della nostra società. Non solo nel suo libro non c’è nessun riferimento al Cristianesimo, ma gli autori a cui si riferisce dal neo-illuminista Norberto Bobbio (pp. 75-78) al direttore della rivista del Grande Oriente Guido Calogero (pp. 84-86), alla “Nuova Destra” di Alain de Benoist e Marco Tarchi (p. 131), fino ad «alcuni scienziati di matrice modernista che si occupano di fisica quantica» (p. 140) e agli «sciamani toltechi», i quali «dicono che noi ogni giorno ci svegliamo e facciamo letteralmente la realtà» (p. 141), rivelano una linea di pensiero antitetica a quella cattolica.
Giuli fa suo l’aforisma di Nietzsche: «l’uomo non è, diviene» (p. 141); «Diveniamo ciò che si è secondo la lezione dell’oracolo apollineo di Delfi, rendendoci degni della nostra teologia solare mediterranea; omaggio a te, mummia che ringiovanisce e riesce perfettamente dice Boris de Rachewiltz nel Libro Egizio degli Inferi. Non so immaginare cimento più alto»(p. 145).
Il Libro Egizio degli inferi, tradotto e commentato da de Rachewiltz per la casa editrice massonica Atanor nel 1959 (poi ripubblicato nel 2001 dalle Edizioni Mediterranee), è un testo iniziatico che la rivista del Grande Oriente “Hiram” raccomanda agli studiosi di esoterismo (Salvatore L. d’Ascia Il libro dei morti degli egizi: di cosa si tratta e come studiarlo, 1, 2021, pp. 53-57). Boris de Rachewiltz (Luciano Baratti: 19261-1996), genero di Ezra Pound e amico di Julius Evola, fu un egittologo malauguratamente appassionato di “magia sexualis” (cfr. ad esempio il suo Sesso magico nell’Africa nera (I Libri del Graal, Roma 1983) e dedito a evocazioni di morti e altre pratiche magiche).
Che questa sia la sua ascendenza culturale Giuli lo conferma quando, nel suo Gramsci è vivo, si richiama a «la religione civile descritta da un insigne intellettuale di antico casato ed esule alla maniera di Dante, il principe Leone Caetani» (p. 36). Leone Caetani (1869-1935), primogenito della storica famiglia romana, è conosciuto soprattutto come uno studioso dell’Islam. Nella sua vita “occulta” fu però studioso di magia, alchimia ed ermetismo. Il mago Sairitis Hus, ovvero l’avvocato Giustiniano Lebano, lo introdusse ai misteri degli antichi Riti egizi, mentre a Parigi, il dott. Gerard Encausse, conosciuto come “Papus”, lo iniziò al martinismo. Egli divenne così esperto in trasmutazioni, evocazioni e pratiche magiche. Nella mia storia romanzata Trilogia romana (Solfanelli, Chieti 2018) ne traccio un ritratto.
Leone Caetani fu Gran Ierofante, del Supremo Sinedrio dell’Odine Egizio Osirideo, una setta cripto-massonica che proponeva una nuova religione per la nazione italiana. Il principe odiava dal più profondo del cuore la Chiesa e il Papato e si era proposto di risvegliare la coscienza di un’Italia avvelenata da quasi due millenni di cristianesimo, cercando di far penetrare nella società civile dell’epoca i princìpi fondanti la “Sapienza Egizia-Italica”. La sua megalomania lo aveva spinto a ritenersi la reincarnazione dell’Imperatore Augusto e amava celarsi dietro lo pseudonimo di “Ottaviano”, come è noto a Giuli, che ha ricordato come nella terra dei Marsi, «oltre un secolo fa, un misterioso personaggio di alto rango che si firmava N. R. Ottaviano (N. R. sta per Nobile Romano, vezzo d’altri tempi e d’altre anime) andava girando per indagare consuetudini e retaggi pagani sopravvissuti sotto la patina del folclore» (La divinazione pantea nei pagi abruzzesi, in “Il Foglio”, 19 luglio 2016). Con lo pseudonimo di “Ottaviano”, Caetani fece parte, con Evola, del gruppo magico di Ur, che si proponeva di restaurare il paganesimo in Italia.
In un articolo dedicato a Leone Caetani, Giuli lo definisce un «patriota laico e cosmopolita che nella democrazia della conoscenza indicava un orizzonte destinale» e ricorda una sua frase, tratta dal suo libro La crisi morale dell’ora presente (Roma 1911):«E’ tempo che anche in Italia gli uomini di moderni sentimenti facciano un profondo esame di coscienza. Non si tratta di cedere ai vincoli del patriottismo retorico. Si tratta di creare una religione nuova. La nostra religione non è ancora nata»(Leone Caetani e la diplomazia culturale italiana, Med-Or, 4 gennaio 2022).
Posto che la religione di Julius Evola e di Leone Caetani sia quella di Alessandro Giuli, che cosa c’entra tutto questo con Antonio Gramsci che dà il titolo al suo libro? Basti ricordare che il progetto di Gramsci era quello di estirpare le radici cristiane della società per realizzare «una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume» (Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, vol. III p. 1561). Giuli si propone di portare a compimento questo incompiuto programma, non per secolarizzare, ma per “re-sacralizzare” la società, secondo l’antica sapienza pitagorico-romana. In questo senso, per Giuli, Gramsci «è vivo nella sua lezione ispirata di totalità del pensiero» (p. 147). La sua dialettica ci insegna a impostare un nuovo rapporto tra intellettuali e popolo, «nell’alveo di una posizione progressista nella conservazione e conservatrice nel progressismo» (pp. 131-132). Perciò urge «una destra che sia anche una sinistra tricolore» (p. 19), «capace di affermare se stessa illuministicamente» (p. 10). Frasi oscure, ma che per essere comprese vanno situate lungo un tragitto culturale che da Gramsci porta a Evola o, se si preferisce, alla «religione civile» di Leone Caetani.