Un mondo crolla, Notre-Dame risorge

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La rivoluzione siriana appare come un nuovo tassello di quella Terza guerra mondiale a pezzi, che è il nuovo disordine mondiale. La globalizzazione del caos ha infatti compiuto un nuovo passo avanti con l’inquietante scenario che si apre dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Ciò che colpisce è innanzitutto il carattere fulmineo dell’evento. In undici giorni un gruppo di ribelli considerato fin qui irrilevante, si è impadronito di Aleppo, ha marciato su Damasco e, senza incontrare resistenza, ha conquistato la Siria, segnando la fine dei 50 anni di governo della famiglia Assad.

Il secondo elemento che impressiona è il caotico groviglio politico che la vicenda presenta. Non ci sono “buoni” e “cattivi”. Da una parte c’è un dittatore le cui mani grondano sangue, come hanno confermato le orrifiche immagini dei sotterranei della prigione di Sednaya; dall’altra parte un gruppo di militanti jihadisti, capeggiati da Abu Muhammed al-Jolani, ex leader della colonna siriana di Al Qaeda e punto di riferimento dei “foreign fighters” islamici di tutta Europa. Della sua rete faceva parte Abdoullakh Anzorov, il terrorista ceceno che nel 2020 decapitò il professore di liceo francese Samuel Paty.

Le assicurazioni di moderazione di al-Jolani ricordano quelle con cui i talebani cercavano di tranquillizzare l’opinione pubblica internazionale all’indomani della conquista di Kabul. Sono promesse che valgono poco o nulla, come i fatti dimostrano. Detenzioni arbitrarie, esecuzioni extragiudiziali, punizioni collettive nei confronti delle minoranze, negazione dei diritti umani, sono all’ordine nel giorno in Afghanistan dopo tre anni di conquista del potere da parte degli estremisti islamici.

Assad era sostenuto dalla Russia e dall’Iran, due paesi che escono certamente sconfitti dalle vicende della Siria. L’alleanza regionale di Mosca e Teheran fa registrare un nuovo indebolimento dopo i colpi subiti ad opera di Israele da Hamas a Gaza e da Hezbollah in Libano. Ma solo nel momento in cui l’onda d’urto dovesse estendersi all’Iran, il mondo potrebbe, almeno parzialmente, tirare un sospiro di sollievo. D’altra parte la vittoria di al-Jolani non è altro che la vittoria di Recep Erdogan, che si propone l’espansione del suo impero “neo-ottomano” a Oriente e ad Occidente. Anche sotto questo aspetto ogni ottimismo è fuori luogo.

Alcuni esperti di dietrologia assicurano che dietro la vittoria di al-Jolani c’è la mano di Israele e degli Stati Uniti, con l’intento di indebolire, come è effettivamente è accaduto, l’“asse del male” Russia-Siria- Iran. Altri vedono nei fatti siriani l’esito di un accordo strategico, avvenuto il 7 dicembre a Doha. Qui lo zar del Cremlino si sarebbe liberato di un peso inutile e avrebbe concesso al sultano turco la Siria, ma avrebbe ottenuto di mantenere alcune installazioni militari sul territorio siriano, la base aerea di Khmeimim e quella navale di Tartu.

Di certo la Siria è divenuto un epicentro sismico in cui tutto può accadere, come in Ucraina e in Palestina. La faglia della destabilizzazione comprende anche paesi come la Romania, dove la Corte costituzionale ha annullato il primo turno delle elezioni presidenziali, e la Corea del Sud, dove il presidente Yoon Suk-yeol ha dichiarato e poi ritrattato la legge marziale. La Cina da parte sua è tentata di lanciare il suo attacco militare a Taiwan prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump e sta schierando attorno all’isola la sua più grande flotta navale degli ultimi decenni.

E l’Europa? I due governi che hanno finora costituito il perno dell’Unione Europea, la Francia e la Germania, vivono crisi di governo senza precedenti negli ultimi cinquant’anni. A Berlino è caduta la coalizione guidata dal cancelliere Olaf Scholz e si andrà alle urne a fine febbraio. A Parigi il 4 dicembre è caduto il governo di Michel Barnier, voluto da Macron, ma privo di una maggioranza in grado di sostenerlo.

L’Italia di Giorgia Meloni rappresenta, almeno apparentemente, un’isola felice di stabilità nel turbolento contesto europeo. Rimane, per l’Italia come per tutta l’Europa, l’incognita delle rivolte sociali di matrice islamista nelle periferie urbane, che hanno avuto una loro prova generale negli scontri di Amsterdam (https://www.corrispondenzaromana.it/gli-scontri-di-amsterdam-lanti-sionismo-e-limpero-del-male/) e che potrebbero essere incentivate dal nuovo regime turco-siriano.

In questo quadro, la Chiesa cattolica, che gli analisti politici considerano un importante “soft-power”, vive una crisi mai conosciuta nella sua storia. Il Giubileo del 2025 potrebbe vedere l’esplosione di conflitti dottrinali, canonici e disciplinari al suo interno. Le accresciute voci di sacerdoti italiani che rifiutano di riconoscere Jorge Mario Bergoglio come legittimo pontefice non vanno sottovalutate perché rappresentano la punta dell’iceberg di un disagio esteso e profondo, che coinvolge la figura stessa del Romano Pontefice.

Come negarlo? Un mondo si disfa e il crollo, come ha dimostrato il caso siriano, può essere rapido e devastante. Tuttavia le ragioni di speranza soprannaturale non mancano. L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, a cinque anni di distanza dall’incendio che, il 15 aprile del  2019,  aveva distrutto una larga parte di Notre-Dame (https://www.corrispondenzaromana.it/settimana-santa-2019-la-chiesa-brucia/), la cattedrale francese è inaspettatamente risorta in tutto il suo fulgore. Alcune parti del restauro e soprattutto le decorazioni liturgiche lasciano a desiderare ma, nell’insieme, la realizzazione dell’opera è stata sorprendente. La Divina Provvidenza si è servita di un nemico della Civiltà cristiana, quale certamente è il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, per rendere fattibile un vero e proprio miracolo: una ricostruzione “identica all’originale” di Notre Dame. Ciò è stato dovuto grazie a uno straordinario slancio di generosità di piccoli e grandi benefattori e all’opera di 2.000 operai e artigiani, che hanno lavorato giorno e notte nel gigantesco cantiere, utilizzando il legno di 2.000 querce per costruire la nuova ossatura e la guglia della cattedrale. Il giorno dell’inaugurazione sotto le volte risuonava possente, facendo vibrare le pietre di Notre-Dame, il grande organo a 8.000 canne di Aristide Cavaillé-Coll, risparmiato dall’incendio e anch’esso restaurato.  Giuliano Ferrara, su “Il Foglio” del 7 dicembre, scrive che secondo Michael Kimmelman, esperto di architettura del New York Times, «l’opera dei duemila restauratori, che hanno rifatto il tetto di quercia e la flèche, riordinato e ricostruito e sistemato la pietra sopravvissuta, e le vetrate e il resto e la facciata, è stata un miracolo di fede e devozione. Nel paese della laïcité e dell’ateismo e della trascendenza rivoluzionaria dell’Essere Supremo, in quella Francia che è la figlia maggiore della Chiesa, lo riconosca o no, si è prodotto, secondo un critico dell’architettura attivo a Manhattan, qualcosa che sospende le leggi della natura politica, amministrativa, e dell’arte di rifare le cose, com’erano e dov’erano, appunto un miracolo di dedizione, fedeltà, attaccamento».

Se la rivoluzione siriana è una metafora del caos contemporaneo, Notre-Dame è il simbolo dell’ordine pacifico e armonioso di una civiltà cristiana che non tramonta. La cattedrale che risorge dalle fiamme non è solo il simbolo della storia nazionale francese, è il simbolo della coscienza dell’Occidente e delle radici cristiane dell’Europa, sempre ravvivate dall’azione soprannaturale della grazia.

L’intervento della Divina Provvidenza, che permette la ricostruzione di una cattedrale in macerie, è capace anche di realizzare la rinascita di una civiltà in rovina, come quella occidentale e cristiana. L’incendio la divora, ma non riesce a distruggerla. Un mondo crolla, ma la Madonna mantiene le sue promesse di ordine, di pace e di vittoria.

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