Una brusca sveglia per la chiesa “Bella Addormentata” dopo il Concilio

(di Roberto de Mattei su “Il Foglio” del 13/10/2011) Tra meno di un anno celebreremo il mezzo secolo che ci separa dal Concilio Vaticano II, ma le polemiche che in questi giorni hanno accompagnato l’attribuzione del premio Acqui Storia al mio libro “Il Concilio Vaticano II una storia mai scritta” (Lindau 2010) confermano come quell’evento rappresenti un nodo storico ancora da sciogliere, soprattutto per il mondo  cattolico.

“Tutti constatano la crisi, ma nessuno vuol dire che è stato il Concilio Vaticano II a produrla: non con un gesto positivo ma con un gesto negativo: quello di non procedere a definizioni dottrinali”, scriveva nel 2001 don Gianni Baget Bozzo, aprendo il suo saggio “L’Anticristo”. Oggi però le domande sul tappeto sono troppo numerose e urgenti perché si possa continuare a schivarle. E non eludono il problema anzi lo affrontano di petto Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, nel loro ultimo libro dall’immaginifico titolo “La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi.Perché si risveglierà” (Vallecchi, 2011, pp. 246, euro 12,50): un eccellente contributo per comprendere quanto accadde a Roma tra l’11 ottobre del 1963 e l’8 dicembre del 1965, e soprattutto cosa avvenne nella chiesa dopo quel fatidico triennio.

La Bella Addormentata è la chiesa che, malgrado i peccati dei suoi membri, resta splendente e immacolata, perché non è, in sé, mai peccatrice. Essa però oggi pare addormentata, perché negli ultimi decenni, gli errori e i tradimenti dei suoi membri sembrano averla immersa in un sonno che assomiglia alla morte.

Come altro definire se non sonno, la paralisi che attanaglia oggi sacerdoti e religiosi davanti agli attacchi crescenti di chi vorrebbe liquidare o stravolgere le dottrine e le strutture stesse della chiesa? Il peccato di silenzio e di omissione è un sonno dell’anima, che ha la sua radice nel mutato atteggiamento della chiesa davanti al mondo, proposto dal Vaticano II: un Concilio che si propose come solamente pastorale, e non dogmatico, come se tutti i precedenti concili dogmatici non fossero stati anch’essi pastorali.

Il fatto è che il termine pastorale non era altro che la trascrizione, all’interno della Chiesa, della categoria gramsciana di prassi in voga negli anni Sessanta. Attraverso il primato della prassi si pretendeva portare nella chiesa la stessa rivoluzione con cui, pochi anni dopo, il Sessantotto investì la società occidentale. La rivoluzione ci fu, ma nel linguaggio e nella mentalità, più che nella dottrina. La prassi era il modo di rapportarsi della chiesa con il mondo, che in quegli anni effettivamente mutò, abbandonando, ad esempio, come ben sottolineano Gnocchi e Palmaro, la lingua latina, la predicazione apologetica per il popolo e lo stile definitorio e giuridico.

Il Vaticano II non ne deliberò in modo esplicito e solenne la rimozione e tuttavia il vento del Concilio spazzò via questi tre pilastri della comunicazione cattolica, sostituendoli con un nuovo modo di esprimersi e di parlare ai fedeli. Il latino è stato abbandonato, l’apologetica dileggiata e denigrata, lo stile definitorio sostituito da un nuovo linguaggio pastorale, tanto vago e confuso quanto il primo era nitido e netto. Una volta accettato il primato della prassi si arrivò all’assunzione di criteri massmediatici, come vere e proprie categorie ecclesiali: gli indici di ascolto in luogo di indicatori del grado di evangelizzazione, la popolarità in luogo di misura della santità.

La assunzione del linguaggio mediatico proprio del mondo, costrinse a sottomettersi alle sue regole. La Chiesa ha come fine l’annuncio della Verità, costi quel che costi, mentre nell’universo mediatico, lo scopo del messaggio non è la trasmissione del vero, ma la propria diffusione. Ma il messaggio si diffonde talvolta tanto più ampiamente quanto nasconde o deforma una verità e il successo della comunicazione prevale sulla verità del messaggio comunicato. E siccome il mezzo è il messaggio, in ultima analisi, spiegano lucidamente gli autori del volume, la scena è dominata da mezzi di comunicazione che comunicano se stessi. In termini filosofici non interessa quello che Kant avrebbe chiamato la cosa in sé, il “noumeno”, ma il fenomeno. E’ vero solo ciò che è comunicato e nella misura in cui questo messaggio viene diffuso.

Quali sono stati i frutti di questo cambiamento pastorale? I più evidenti e clamorosi stanno nella crisi del sacerdozio. In Francia, per fare un esempio, alla vigilia del Concilio erano ordinati quasi mille sacerdoti ogni anno. Nel 2010 i sacerdoti ordinati sono stati 88, meno del dieci per cento di quanto avveniva. Ma al di là dei numeri, ciò che è evidente e palpabile è la crisi della spiritualità, che si esprime con la sostituzione del primato dell’azione a quello della contemplazione. La gran parte dei pastori oggi è affetta dal morbo del “fare”, ovvero da un frenetico attivismo che fa dimenticare la preghiera e l’adorazione.

L’abatino con lo spiderino rosso che si presenta al don Camillo di Guareschi o il don Alfio di Verdone in “Io, loro e Lara”, ma anche il parroco che ognuno di noi incontra nella chiesa accanto, incarnano un tipo umano che è figlio – legittimo o illegittimo, questo è un altro discorso – del Concilio Vaticano II. Essi mostrano tutta la tragedia di un cattolicesimo che, spiegano bene Gnocchi e Palmaro, “ha mutato secoli di metafisica in povera antropologia”. Il volume si chiude con quella nota di ottimismo soprannaturale che deve caratterizzare il pensiero e l’azione di ogni cattolico. Chi sarà il principe azzurro che risveglierà la Bella Addormentata?

Forse proprio il popolo dei fedeli, le pecorelle abbandonate “a cui toccherà chiedere che la Tradizione e la dottrina della chiesa, che la Messa e i sacramenti siano rispettati e resi al popolo come Dio vuole”. Che questa sia la strada giusta da seguire ce lo conferma un recente discorso tenuto lo scorso 18 settembre da Giovanni Franzoni a un convegno teologico madrileno. Franzoni, classe 1928, ex prete, ex abate del monastero benedettino di San Paolo fuori le Mura, è uno dei pochissimi Padri conciliari ancora sopravvissuti (insieme, in Italia, al suo amico mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea).

In quel discorso dopo aver ricostruito gli umori, le attese, le delusioni dei progressisti, durante e dopo l’assise conciliare, egli giunge a questa conclusione: “Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili”.

Per Franzoni, insomma, come per la scuola di Bologna e perfino per alcuni appartenenti alla “balena bianca ecclesiale”, la regola di fede è il Concilio Vaticano II. La strada suggerita da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e seguita da Gnocchi e Palmaro nel loro bel libro è quella, opposta, della rilettura, quando necessario critica, del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. (Roberto de Mattei)

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