L’aquila e la colomba: Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux

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Il mese di ottobre riunisce nel calendario della Chiesa due grandi sante carmelitane: Teresa di Gesù e Teresa di Gesù Bambino. La prima, la santa di Avila, è Teresa la Grande; la seconda, la santa di Lisieux, è familiarmente chiamata Teresina. L’aquila e la colomba possono raffigurarle: l’altezza dello sguardo e la semplicità del cuore, lo slancio della contemplazione e la fiducia dell’abbandono.

L’aquila e la colomba è anche il titolo di un libro della scrittrice inglese Vita Sackville-West, pubblicato nel 1943, dedicato alle due sante carmelitane. Da una parte la riformatrice spagnola, protagonista di imprese che hanno lasciato un’impronta nella storia della Chiesa; dall’altra la giovane monaca francese morta quasi sconosciuta, dopo nove anni trascorsi nella clausura di Lisieux

Vita Sackville West fu una scrittrice di indubbio talento letterario e psicologico, ma dalla vita sregolata, incapace purtroppo di penetrare il segreto soprannaturale di queste due anime, soprattutto quella di santa Teresina, di cui non comprese la fecondità spirituale. Due anime lontane per i tempi in cui vissero, le diverse nazionalità, il carattere e l’esperienza spirituale, ma più vicine di quanto si potrebbe immaginare.

Teresa de Ahumada nacque ad Avila, in Spagna, nel 1515. Entrata nel monastero dell’Incarnazione, attraversò una lunga lotta interiore. Comprese la grandezza della propria vocazione, ma sperimentò la difficoltà di spezzare gli attaccamenti che dividono il cuore. Nel 1554, la contemplazione di un’immagine di Cristo piagato segnò una svolta decisiva nella sua esistenza. Davanti alle sofferenze del Salvatore, avvertì l’ingratitudine della propria risposta e si consegnò a Lui con rinnovata determinazione.

Nel 1562 fondò ad Avila il monastero di San Giuseppe, principio della riforma carmelitana. Seguirono viaggi, fondazioni, opposizioni e fatiche sostenute con una salute fragile, ma con un’anima ferrea. Accanto a lei, san Giovanni della Croce contribuì a estendere la riforma al ramo maschile. Teresa sapeva affrontare le necessità materiali, giudicare le persone e risolvere problemi concreti, mentre la sua anima viveva continuamente immersa nella presenza di Dio. In una delle sue opere, il Castello interiore, Teresa conduce l’anima attraverso le dimore della vita spirituale fino all’unione completa con Dio. L’ingresso in questo castello esige però raccoglimento, umiltà e preghiera. L’uomo deve rientrare in se stesso per riconoscervi la presenza del suo Signore. Quanto più avanza, tanto più comprende che ogni progresso viene dalla grazia e domanda una corrispondenza fedele. Le più alte esperienze mistiche accrescono così il desiderio di servire.

Teresa Martin nacque ad Alençon, in Francia, nel 1873 ed entrò quindicenne nel Carmelo di Lisieux. La sua esistenza religiosa si svolse entro un orizzonte esteriormente ristretto: occupazioni ordinarie, piccole incomprensioni, sofferenze nascoste. Infine la tubercolosi la condusse alla morte il 30 settembre 1897, a ventiquattro anni. Ma da questa breve vita si irradierà una luce destinata a raggiungere il mondo. La «piccola via» di santa Teresina è una scuola di eroismo quotidiano. Consiste nel riconoscere la propria debolezza e nell’affidarsi alla misericordia divina, offrendo a Dio con amore ogni atto della vita di ogni giorno.

Anche Teresina conobbe momenti di oscurità interiore. Negli ultimi mesi, alla sofferenza fisica si accompagnò una dolorosa prova della fede. Il cielo sembrava sottrarsi al suo sguardo, ma ella continuava a credere e ad amare. L’abbandono raggiunge qui la sua maturità: consegnarsi a Dio quando viene meno ogni consolazione sensibile, rimanendo fedeli alla sua parola.

In entrambe arde un desiderio apostolico che abbraccia il mondo. La grande Teresa fonda monasteri perché la Chiesa sia servita da anime sante; Teresina offre sé stessa per sostenere i sacerdoti e ottenere la conversione dei peccatori. La storia riceve impulsi decisivi non solo dalle grandi imprese, ma anche dalla preghiera e dal sacrificio nascosto. L’aquila e la colomba volano verso lo stesso cielo.

Due frasi pronunciate al termine della vita di queste due grandi figure ne illuminano la profonda unità. Il 30 settembre 1897, giorno della sua morte, Teresa di Gesù Bambino afferma: “Sì, mi pare di non aver mai cercato altro che la verità”. La sua piccola via rivela qui tutta la propria serietà. Alla vigilia di un secolo che diffonderà il relativismo dei pensieri e delle opinioni, santa Teresina proclama l’esistenza di una verità assoluta alla quale sottoporre desideri, sentimenti e giudizi. Per il cristiano questa verità si identifica con una Persona, Gesù Cristo, che ha detto di sé: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Cercare sinceramente la verità impegna quindi tutta l’esistenza: esige di conformare ad essa pensieri, sentimenti e azioni, con profonda umiltà. Questa verità, che è Gesù Cristo, vive nella Chiesa cattolica, il Corpo Mistico del suo divino fondatore.

Ad Alba de Tormes, dove muore il 4 ottobre 1582, Teresa d’Avila esprime a sua volta questa certezza: «Ti ringrazio, Signore, perché muoio figlia della Chiesa». Paolo VI riporta queste parole nella lettera apostolica Multiformis Sapientia Dei, con cui la proclama Dottore della Chiesa il 27 settembre 1970. La grande riformatrice riconosce come dono supremo l’essere rimasta figlia della Chiesa: da essa ha ricevuto la fede, i sacramenti e il discernimento necessario per orientare anche le più alte esperienze mistiche. In un secolo lacerato dall’eresia e dallo scisma, Teresa sapeva che solo all’interno della Chiesa l’uomo raggiunge il suo supremo destino soprannaturale e ringrazia Dio di averla conservata nella professione della fede cattolica e nella comunione con la Chiesa romana. La sua riforma nasce dentro questa appartenenza e vuole renderla più fervorosa.

Per un cattolico nessun bene terreno è superiore all’appartenenza alla Chiesa visibile, perché essa ci unisce a Gesù Cristo, verità suprema, e ci comunica i mezzi della salvezza eterna. La ricerca della verità e la fedeltà alla Chiesa sono perciò intimamente unite. Cristo ha affidato la Rivelazione alla Chiesa perché la custodisca e la trasmetta immutabile attraverso i secoli. Essere figli della Chiesa significa ricevere questo patrimonio con gratitudine, professarlo con fermezza e viverlo con carità, in tutte le avversità.

Sulle labbra delle due morenti, verità e appartenenza diventano gratitudine e fiducia. Teresa la Grande e Teresina, l’aquila e la colomba, ci insegnano che vivere significa prepararsi a morire e prepararsi a morire significa vivere nella verità di Cristo, da figli fedeli della sua Chiesa, che non muore.

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