San Girolamo Emiliani, il cavaliere che divenne padre degli orfani

San Girolamo Emiliani, il cavaliere che divenne padre degli orfani

Il 20 luglio la liturgia tradizionale della Chiesa ricorda san Girolamo Emiliani (1486-1537).

Nacque a Venezia nel 1486 da una famiglia patrizia. Come molti giovani nobili della Serenissima, ricevette una formazione orientata più alle armi e al governo che agli studi. Il suo ideale era quello del cavaliere cristiano, fedele alla Repubblica e pronto a difenderne i confini. Per questo intraprese presto la carriera militare, militando nella cavalleria veneta. L’episodio decisivo della sua vita avvenne nel 1511. Durante la guerra della Lega di Cambrai fu incaricato della difesa della fortezza di Castelnuovo di Quero, nel Trevigiano. L’assedio delle truppe francesi ebbe un esito disastroso: Girolamo fu catturato, incatenato e rinchiuso in una prigione. Per un uomo abituato agli onori e alle responsabilità fu un’umiliazione profonda.

In quella cella avvenne la sua conversione. Rivolse una preghiera fervente alla Madonna, promettendo di cambiare vita se avesse ottenuto la libertà. Secondo la tradizione, riuscì miracolosamente a liberarsi dalle catene e a fuggire dalla prigione. Giunto al santuario della Madonna Grande di Treviso, depose davanti all’altare le catene che aveva portato come prigioniero, in segno di gratitudine e di consacrazione alla Vergine.

Da quel momento tutto cambiò. Tornato a Venezia, iniziò una vita di intensa preghiera, di penitenza e di servizio ai bisognosi. La conversione non fu improvvisa soltanto nei sentimenti, ma si tradusse in una completa trasformazione dell’esistenza. Abbandonò le ambizioni mondane, distribuì gran parte dei suoi beni e si dedicò ai poveri. Erano gli stessi anni in cui si diffondevano le Compagnie del Divino amore, un movimento di profonda riforma della Chiesa, fondato su princìpi opposti a quelli mondani dell’umanesimo. È importante mostrare come la Rivoluzione protestante fu preceduta da una silenziosa ma efficace Riforma cattolica. Nella prima sessione del V Concilio Lateranense, il 3 maggio 1512, il generale degli Agostiniani Egidio da Viterbo esortò alla riforma della Chiesa, riassumendone l’idea in queste celebri parole: «Gli uomini devono essere mutati dalla religione, non la religione dagli uomini». Mentre alcuni ritenevano di poter rinnovare la Chiesa rompendo la sua unità e contestandone l’autorità, lo Spirito Santo suscitava uomini che riformavano la Chiesa riformando anzitutto se stessi, come san Girolamo Emiliani, san Gaetano da Thiene, sant’Antonio Maria Zaccaria e, poco dopo, sant’Ignazio di Loyola.

Erano anni drammatici della storia italiana. Guerre, carestie e soprattutto epidemie di peste lasciavano dietro di sé migliaia di orfani. Intere famiglie venivano distrutte nel giro di pochi giorni. Bambini senza casa vagavano per le strade delle città, esposti alla fame, alla violenza e alla delinquenza. Fu qui che emerse tutta la grandezza cristiana di Girolamo Emiliani.Egli comprese che non bastava soccorrere i poveri con qualche elemosina. Occorreva offrire loro una famiglia, un’educazione, una formazione religiosa e un mestiere. Iniziò così a raccogliere gli orfani, ospitandoli nelle case che riusciva a procurarsi, vivendo insieme a loro con semplicità evangelica. Li nutriva, li vestiva, insegnava loro il catechismo e li preparava a diventare uomini onesti e buoni cristiani.

La sua opera anticipò di secoli quella che oggi chiameremmo una vera rete di assistenza sociale cristiana. Ma il suo metodo era profondamente diverso da quello dell’assistenzialismo moderno. Egli non vedeva nei poveri un problema sociale, bensì il volto stesso di Cristo. Per questo non si limitava ad alleviare la miseria materiale: voleva restituire alle anime la dignità di figli di Dio.

La sua attività si estese rapidamente da Venezia a Bergamo, Brescia, Verona, Como, Milano e in altre città dell’Italia settentrionale. Ovunque fondava ospizi per orfani, ricoveri per poveri, case per donne in difficoltà e istituzioni educative. Attorno a lui si raccolsero presto alcuni sacerdoti e laici desiderosi di condividere il suo ideale. Nacque così la Compagnia dei Servi dei Poveri, che avrebbe poi assunto il nome di Chierici Regolari di Somasca, dal piccolo paese presso Lecco dove la comunità trovò la sua sede principale. Ancora oggi i Padri Somaschi continuano nel mondo l’opera del loro fondatore, soprattutto nell’educazione della gioventù.

Nel 1537, mentre assisteva gli ammalati durante un’epidemia a Somasca, contrasse egli stesso la peste. Morì l’8 febbraio, vittima della sua eroica dedizione agli appestati. Il suo istituto fu approvato da Paolo III tre anni dopo, nel 1540.   Fu canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII e nel 1928 Pio XI lo proclamò patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata.

La vita di san Girolamo Emiliani offre una dimostrazione luminosa del fatto che la vera riforma nasce sempre dalla conversione personale e dalla fedeltà alla Chiesa. Egli non scrisse trattati teologici né partecipò alle grandi controversie del suo tempo. La sua apologetica fu quella delle opere. Nato alle soglie dell’età moderna, nel momento in cui l’Europa stava entrando in una delle sue crisi più profonde, egli dimostrò che la vera risposta alle rivoluzioni religiose e morali consiste anzitutto nella santità vissuta e nella carità operosa. Mentre la cristianità veniva lacerata dalla Rivoluzione protestante e l’Italia era sconvolta dalle guerre, Girolamo scelse di ricostruire la società partendo dai più piccoli e dai più abbandonati.

La figura di san Girolamo Emiliani conserva oggi una straordinaria attualità. Anche il nostro tempo conosce nuove forme di orfanità: bambini privi di riferimenti familiari, giovani smarriti in una società che ha perduto il senso di Dio, uomini e donne che, pur immersi nel benessere materiale, vivono una profonda solitudine spirituale.

San Girolamo Emiliani ci ricorda che nessuna riforma della società può riuscire se non parte dalla formazione delle anime. Le leggi, le istituzioni e le strutture sono necessarie, ma non bastano. Solo un’autentica vita cristiana, alimentata dalla grazia, è capace di ricostruire ciò che il peccato distrugge. Per questo il cavaliere veneziano che depose un giorno le sue catene ai piedi della Madonna rimane uno dei grandi maestri della Civiltà cristiana che un giorno risorgerà.

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